Reddito di avviamento al lavoro: perdere il pelo ma non il vizio

Con la proposta sul reddito di avviamento al lavoro, la Lega fa un passo in avanti sul percorso di avvicinamento ad un governo condiviso col Movimento 5 Stelle. Comprendiamo la natura primariamente politica e tattica di questa mossa ma riteniamo un’analisi comunque utile al fine di comprendere cosa sia possibile aspettarci da tale compagine governativa. La proposta in sé, purtroppo, non fa che confermare i nostri dubbi sulla reale capacità di queste forze politiche di rappresentare i veri interessi delle classi subalterne.

Allo stato attuale, la proposta consiste in un reddito di 750 euro mensili per i disoccupati sotto la soglia di povertà, erogato per tre anni in cambio dell’iscrizione ai centri per l’impiego e l’obbligo di accettare la prima offerta di lavoro ricevuta da questi ultimi. Fino a qui le differenze con la proposta stellina sembrano limitate. L’aspetto originale della proposta è che tale reddito è erogato sotto forma di “prestito”, avanzato da Poste e dal sistema bancario con garanzia Cdp.

L’uso delle virgolette è d’obbligo visto che per il primo anno il 50% del reddito erogato è a carico del capitale, percentuale che scende al 30% per il secondo anno ed a zero per il terzo, che il tasso di interesse è zero, e che il piano di restituzione scatta solo nel momento in cui il beneficiario ottiene effettivamente un lavoro, attraverso moderate trattenute sul reddito; a detta del proponente, Armando Siri, si tratterebbe di una rata massima mensile di circa 75 euro.

È chiaro come questa proposta rappresenti poco piu’ che un modo per rendere il cosiddetto reddito di cittadinanza stellino compatibile con l’ideologia leghista e soprattutto con le numerose dichiarazioni contrarie a tali politiche recentemente proferite da Salvini. Purtroppo ci tocca registrare come tutte le novità introdotte dalla proposta leghista rispetto al modello avanzato dal partito di Di Maio vadano nel senso di peggiorare lo strumento, senza porre soluzione ai numerosi difetti originari.

La novità principale, consistente nello strutturare il sussidio almeno parzialmente come prestito non porta altro che ad una concentrazione dei costi della misura sui disoccupati stessi, una soluzione non solo ingiusta e contraria ad il principio solidale e redistributivo dello stato sociale, ma anche regressiva e contraria alla stessa impostazione keynesiana ostentata proprio dalla Lega di Salvini. Necessariamente un disoccupato contrae i propri consumi, per poi tornare ad espanderli una volta trovato un lavoro. La trattenuta sul reddito addizionale imposta da questo strumento riduce direttamente tali consumi addizionali, ed i relativi effetti benefici sull’economia descritti dal moltiplicatore keynesiano.

Eliminare ogni possibilità di rifiutare qualunque lavoro offerto dai centri di impiego, indifferentemente dalla motivazione, rende il buon esito della politica ancora piu’ dipendente da un’operatività eccellente di tali centri, oggi tutta da costruire. L’esperienza decennale tedesca e di altri Paesi Europei dove esistono tali schemi ha dimostrato come, inevitabilmente, requisiti draconiani si rivelino fonte di errori burocratici, strascichi giuridici e grandi difficoltà personali proprio per gli individui piu’ deboli e meno capaci di adattarsi ad ogni situazione. Gli effetti a livello sistemico sono ancora peggiori, portando inevitabilmente a comprimere i salari piu’ bassi, aumentando cosi’ le disuguaglianze e creando la necessità per ulteriori operazioni di supporto del reddito da parte dello Stato.

Meno grave, ma sicuramente piu’ paradossale, rimane il fatto che uno strumento introdotto per “responsabilizzare” il cittadino – termine odioso che presuppone una mancanza etica del disoccupato – rischi di essere nei fatti un forte incentivo per il lavoro nero. L’occupato irregolare ha ogni incentivo per continuare le proprie attività, richiedere il sussidio e, caso mai, rifiutare ogni proposta di lavoro. In questo modo la condizione di disoccupazione ufficialmente continua, ed il “prestito” si tramuta nei fatti in un sussidio. La reale possibilità che i posti di lavoro offerti dai centri di impiego siano sottopagati rinforza l’incentivo a rimanere in una dimensione di illegalità.

Quello che forse è ancora piu’ grave, tuttavia, è che questo reddito di avviamento al lavoro rimane uno strumento di supporto della disoccupazione ciclica, ovvero quella disoccupazione di breve periodo dovuta ad un temporaneo calo della produzione. Ma il problema italiano, come riconosciuto dagli economisti di tutti gli schieramenti politici ed ideologici, è la disoccupazione strutturale, creata dalla combinazione nefasta di un modello di sviluppo caratterizzato da investimenti privati insufficienti a garantire piena occupazione, in comune con tutto l’Occidente, e l’anomalia Europea dell’Euro, con le sue innate limitazioni monetarie e fiscali che impediscono ogni efficace forma di compensazione Statale.

Questi redditi, di avviamento al lavoro o di cittadinanza, nulla fanno per risolvere il vero problema italiano. Un osservatore caritatevole potrebbe ribattere che tale strumento si inserisce in una visione economica leghista di piu’ ampio respiro che include altri approcci dedicati alla questione strutturale, tra cui maggiori investimenti pubblici. Ma anche riconoscendo queste buone intenzioni, l’opposizione sia di principio che di metodo rimane. Non è utile spendere grandi risorse, sia politiche che economiche, in degli strumenti di assistenza alla ricerca del lavoro in una condizione socioeconomica nella quale il lavoro, semplicemente, non c’è. Gli interessi del disoccupato, del precario, del sotto-occupato si promuovono agendo al fine di creare posti di lavoro sicuri, ben pagati, produttivi. A questo fine devono essere volti tutti gli sforzi di una forza politica realmente popolare. 

Noi di Senso Comune ribadiamo il nostro supporto per il Progetto Italia al Lavoro, un piano nazionale di creazione diretta di posti di lavoro da parte dello Stato, come unica proposta realmente diretta a soddisfare i bisogni concreti sia delle classi popolari che della struttura produttiva italiana, la cui natura originaria di economia mista richiede, per un efficace funzionamento, di un intervento robusto e mirato dello Stato. Il perdurante stato di declino economico richiede il coraggio di rompere con il fallimentare approccio liberista e di abbracciare un nuovo modello di sviluppo complementare e non subalterno alla globalizzazione. Le vittime di quest’ultima non reclamano un sussidio, e men che meno una lezione sulle responsabilità, ma una visione positiva del futuro ed una classe dirigente in grado di realizzarla.