Corbyn ha messo in campo una strategia populista di sinistra

La crisi della socialdemocrazia si conferma. Dopo il crollo del PASOK in Grecia, del PVDA  nei Paesi Bassi, del PSOE in Spagna, del SPO in Austria,  del SPD in Germania  e del PS  in Francia, il PD in Italia ha ottenuto il peggior risultato della sua storia. La sola ocezione a questo panorama disastroso si trova in Gran Bretagna,  dove il partito laburista sotto la guida di Jeremy Corbyn è in piena espansione. Con circa 600mila aderenti, il Labour è il più grande partito di sinistra in Europa.

Come ha fatto Corbyn, eletto fra lo stupore generale alla segreteria del partito nel 2015, a realizzare tale exploit ?

Dopo il tentativo di disarcionarlo da parte dell’ala destra del partito, il momento decisivo del consolidamento della sua leadership è stato il forte avanzamento del Labour alle elezioni del giugno 2017. Nonostante i sondaggi dessero un vantaggio di 20 punti ai conservatori, i laburisti hanno guadagnato 32 seggi, facendo perdere ai tories la maggioranza assoluta. La chiave del successo di Corbyn consiste nella strategia messa in campo per questa tornata elettorale.

Prima di tutto un manifesto radicale, in concomitanza col rigetto dell’austerità e delle politiche neoliberali da parte di importanti settori della società britannica. Poi la formidabile mobilitazione organizzata da Momentum, il movimento creato nel 2015 per sostenere la candidatura di Corbyn.

Ispirandosi ai metodi di Bernie Sanders negli USA così come alle nuove formazioni radicali europee, Momentum ha tratto profitto da numerose risorse digitali per costruire vaste reti di comunicazione, permettendo tanto ai militanti che a numerosi volontari di informarsi sulle circoscrizioni dove era necessario volentinare o andare porta a porta. È questa mobilitazione insperata che ha sbugiardato tutti i pronostici.

Ma è grazie all’entusiasmo suscitato dal contenuto del programma che tutto ciò è stato possibile. Intitolato  For the many, not the few (”Per i molti non per i pochi”) riprendeva uno slogan già usato nel partito ma dandogli una nuova significazione in modo da stabilire una frontiera politica fra un ”noi” e un ”loro”. Si tratta in tal modo di ripoliticizzare il dibattito e di offrire un’alternativa al neoliberismo instaurato da Thatcher e proseguito da Blair.

I punti chiave del programma erano la rinazionalizzazione dei servizi pubblici come ferrovie, energia, acqua o poste, l’interruzione dei processi di privatizzazione del servizio sanitario nazionale e della scuola, l’abolizione delle tasse universitarie e l’aumento significativo dei contributi sociali. Tutto ciò segna una netta rottura con la concezione della Terza Via del New Labour. Mentre quest’ultima aveva sostituito la lotta per l’eguaglianza con la ”libertà di scegliere”, il Manifesto riaffermava che il Labour era il partito dell’uguaglianza. Altro punto saliente era l’insistenza sul controllo democratico, per cui l’accento era posto sulla natura democratica delle misure proposte per creare una società più egualitaria.

L’intervento dello Stato era rivendicato ma il suo ruolo era limitato a quello di creare le condizioni affinché i cittadini potessero prendere il controllo e gestire i servizi pubblici. Tale insistenza sul tema di irrobustire la democrazia è una delle caratteristiche del progetto di Corbyn.

Tale elemento ha un’eco nello spirito che ispira Momentum, che promuove legami stretti coi movimenti sociali; esso spiega la centralità attribuita ad ogni forma di dominazione e discriminazione, tanto nei rapporti economici che in altri ambiti quali le lotte femministe, antirazzista e sul versante LGBT.

Ciò che si pone al cuore della strategia di Corbyn è l’articolazione delle lotte verso differenti forme di dominio, e rappresenta il motivo per cui può essere qualificato come populismo di sinistra. L’obiettivo consiste nello stabilire una sinergia fra le diverse lotte democratiche che attraversano la società britannica e di trasformare il partito laburista in un grande movimento popolare capace di costruire una nuova egemonia.

È chiaro che la realizzazione di tale progetto costituirebbe per la gran Bretagna una svolta tanto radicale quanto quella impressa nella direzione opposta da Margaret Thatcher. Certo, la battaglia per conquistare il Labour non è ancora stata vinta, e continua la lotta interna con i partigiani del blairismo, tanto che gli oppositori interni di Corbyn mettono in campo diverse manovre per cercare di screditarlo,  l’ultima delle quali consiste nell’accusa di tollerare l’antisemitismo all’interno del partito.

Esistono anche tensioni fra i partigiani di una concezione più tradizionale del laburismo e quelli della ”nuova politica”. Ma quest’ultima si va imponendo e i rapporti di forza giocano a suo favore. Il vantaggio di Corbyn, rispetto ad altri movimenti come Podemos e la Francia Ribelle, è di essere alla testa di un grande partito e di godere del sostegno dei sindacati. Sotto la sua guida, il Labour è riuscito a restituire la passione per la politica a coloro che l’avevano abbandonata sotto Blair e ad attirare un numero crescente di giovani. Tutto ciò  prova che, contrariamente a quanto sostengono numerosi politologi, la forma partito non è divenuta obsoleta, e che articolandosi in rapporto ai movimenti sociali può essere rinnovata. È la conversione della socialdemocrazia al neoliberalismo che è all’origine della disaffezione degli elettori. Quando si offre ai cittadini la prospettiva di una alternativa e la possibilità di partecipare ad un dibattito veramente antagonistico, fanno ressa per fare sentire la loro voce. Ma ciò richiede di abbandonare la concezione tecnocratica della politica che la riduce alla gestione di problemi tecnici e di riconoscere il suo carattere di partigianeria.

Da “Le Monde”, 5. 4. 2018

Traduzione dal francese a cura di Matteo Bortolon