Amara terra mia – L’emigrazione italiana

In questi anni non è raro assistere sui media nazionali a scontri farseschi fra esponenti del nuovo “arco costituzionale” (destra, sinistra e M5S) sul tema dell’immigrazione: inutile ricordare come i dibattiti siano stati diretti più a catturare il consenso elettorale, che non a discutere una soluzione seria e coerente che si potesse realizzare. Al mito autocratico di una destra che vorrebbe chiudersi a riccio ed isolarsi dal resto del mondo, il M5S ha contrapposto un movimento puramente opportunista (si veda la recente vicenda dello ius soli) mentre la sinistra – con la sua solita carità pelosa – ha accarezzato i sentimenti umanitari diffusi nel pubblico, salvo poi adottare misure progressivamente di destra, di cui il decreto Minniti rimane il più fulgido esempio. Se si sproloquia sull’immigrazione, al contrario, però, c’è un complessivo silenzio riguardo a quel fenomeno speculare, di enorme gravità, i cui numeri sono in costante aumento da ormai più di un decennio: l’emigrazione dei cittadini italiani.

Secondo gli ultimi dati ISTAT, aggiornati al 1 gennaio 2017, la fuga degli italiani dalla propria patria ha registrato un nuovo, preoccupante record, attestandosi attorno alle 157.000 unità (115.000 al netto delle cancellazioni). Lungi dal registrare un episodio isolato, il 2016 rappresenta l’ennesima conferma di una tendenza all’espatrio che ha subito un incremento vistoso a partire dal 2007 – anno della Grande Recessione – durante il quale gli emigranti toccavano appena le 51.000 persone, triplicando in soli dieci anni; il confronto del 2016 con l’anno precedente fornisce percentuali angoscianti: i rientri in Italia scendono a 28.000 (-5,6%), mentre le cancellazioni dalle anagrafi di coloro che decidono di rimanere all’estero si innalzano a 100.000 (+12,4%).

Le statistiche – già tragiche – appaiono ancora più impietose se i dati ISTAT vengono corretti sulla base di quelli forniti dalle nazioni ospitanti: dal Dossier Statistico Immigrazione 2017 (Idos e Confronti) si stima che nel solo 2016 gli emigrati italiani si aggirino attorno ai 285.000, raggiungendo un picco spaventoso, rintracciabile unicamente nel periodo desolante e misero del Dopoguerra.

Ma ciò che è più importante, come le fotografie ed i video che i documentari storici dedicati ai periodi post-bellici non cessano di ricordarci, è che dietro i freddi numeri si nasconde un universo di sogni infranti, di progetti di vita spezzati, di famiglie forzosamente separate, di esuli erranti e nostalgici, desiderosi di tornare in un paese che si è mostrato indifferente davanti alle loro partenze. In tutto questo l’attuale classe dirigente, dall’alto dello squallore e dell’ipocrisia che la caratterizzano, è capace di ricordarsi solamente durante le cerimonie ufficiali di questo dramma umano che continuamente si consuma; come Crono, che si saziava divorando i propri figli, essa – marcia fino al midollo, invischiata in loschi affari con i grandi potentati oligarchici europei ed internazionali – accelera questa vergognosa diaspora senza alcuna remora, impegnata com’è a tradire quella patria sulla cui difesa aveva giurato solennemente. Se miliardi di euro possono essere spesi immediatamente nel salvataggio di banche fallite o nelle spese militari (che raggiungono i 64 milioni di euro al giorno, con un +21% nelle ultime tre legislature), i soldi per salvare la sanità pubblica dal tracollo o per garantire a tutti pensioni dignitose ad un’età adeguata mancano sempre, e tanto più volentieri si abbattono con l’ascia della spending review gli ultimi residui di Stato sociale in nome di un’idolatria del libero mercato che sopravanza ogni pretesa democratica e finanche il valore stesso della dignità umana.

Per una cupa ironia della storia – come già è avvenuto in passato – è in questa condizione disastrosa che l’Italia ritrova una paradossale unità nazionale, dal momento che il fenomeno emigratorio, in termini di percentuale, attraversa senza operare una specifica distinzione geografica tutte le regioni italiane, alternando in maniera abbastanza regolare regioni del Nord, del Centro e del Sud Italia (Migrantes 2016) ed indicando che in tutto il territorio, complice anche la crisi generale, si trova un forte squilibrio fra risorse umane disponibili e capacità produttive esistenti; così, pilotati unicamente dalle tendenze del mercato, i flussi di cittadini italiani scorrono via dalla loro patria, prosciugando i cuori di quei loro familiari che rimangono e che saranno costretti a ricorrere alle tecnologie digitali per poter avvertire almeno il simulacro virtuale di quella presenza fisica che le scelte politiche hanno voluto loro negare. E l’ottimismo rampante della new economy e degli alfieri del “villaggio globale”, tanto propagandato negli ultimi decenni, si infrange sulla durezza di un’esistenza condotta malinconicamente, forzata ad una distanza di affetti, resa cosciente di cosa significhi essere straniero in terra straniera.

A questo punto, tuttavia, è necessario evitare le trappole del discorso ufficiale, e scrollarsi di dosso il lerciume di una narrazione che racconta lo scenario odierno come un destino, una fatalità, un obbligo che non conosce alternativa; al monito neoliberista TINA (there is no alternative, “non c’è alternativa”) che ci rinchiude in questo presente da incubo, eterno ed immodificabile, oggi siamo chiamati a contrapporre una teoria ed una prassi che sappiano ridisegnare il presente stesso, in vista di un domani – non di un indistinto “avvenire”, ma di un imminente “domani”! – differente. Politiche sono le misure che hanno imposto il primato dell’economia sulla politica, e politiche sono anche le scelte di disegnare un mondo globalizzato che è stato reso possibile proprio dalla scomparsa volontaria dei controlli statali delle frontiere, dall’assenza di politiche eque di redistribuzione del reddito o dalla mancata difesa dell’interesse comune nazionale. Si prenda il caso dell’Unione Europea, permeata fin nei trattati dal linguaggio e dalle intenzioni del neoliberismo: l’accordo di Schengen, infatti, cos’altro è se non uno dei dogmi dell’economia neoclassica, per la quale la libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali (sancita dagli art. 26 e ssg. del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea) riuscirebbe a risolvere gli squilibri interni prodotti dal mercato? E se sostituiamo all’espressione «libera circolazione delle persone» quella, meno idilliaca, di «libera circolazione della forza-lavoro», i trattati europei non si mostrano allora nella loro realtà di strumento di drenaggio con cui le economie più forti possono sottrarre ricchezza e forza-lavoro alle economie in difficoltà? Non deve meravigliare, dunque, che la Germania sia divenuta il secondo paese di immigrazione, dopo gli Stati Uniti, fra quelli appartenenti all’OCSE e che le leggi tedesche sull’immigrazione siano molto più permissive con quegli immigrati che sono altamente qualificati, come l’episodio dell’accoglienza dei profughi siriani – molto più scolarizzati rispetto a quelli centro-africani – ci ha ricordato.

In Europa Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Francia, Austria; fuori dal continente Stati Uniti, Canada, Brasile, Venezuela – sono questi gli Stati che hanno visto nel 2016 il maggior arrivo di emigrati italiani, che con le loro partenze hanno confermato quella spaventosa tendenza che ha fatto dell’Italia l’ottavo paese all’interno dell’OCSE per cittadini emigrati fra il 2005 e il 2015. Di questi, il 35% ha la licenza media, il 35% il diploma di scuola superiore e il 30% una laurea universitaria, e più della metà sono giovani fra i 20 ed i 40 anni; tutto questo apre la strada a problemi devastanti per il paese: chi si occuperà dei genitori anziani, se i figli non ci saranno? Chi pagherà loro le pensioni? Chi provvederà a raddrizzare la flessione demografica odierna, cioè a fare figli? Chi tramanderà quegli aspetti della tradizione italiana di cui andiamo orgogliosi? Chi riscatterà le sorti di una nazione avviata verso il proprio tramonto?

 In conclusione, un ultimo sguardo ai dati ed un ultimo avvertimento: non sono solo i giovani ad andarsene, né sono solo i migliori ad emigrare! Questo è l’ultimo guanto di sfida che ci lancia il neoliberismo, quasi a volerci dire che coloro che non accettano la sfida dell’estero, coloro che rifiutano di andarsene dall’Italia per cercare altrove qualcuno che apprezzi le loro capacità, sono di conseguenza incompetenti, pusillanimi, vili o – più semplicemente – mediocri. Contro queste sirene meritocratiche ed esterofile che attentano all’unità del fronte di lotta e lo sezionano in segmenti isolabili e contrapponibili, è oggi più che mai necessario cogliere quegli interessi condivisi che, come un fil rouge, accomunano professionisti, lavoratori comuni, talentuosi e disperati, e che finiranno per rendere il sovvertimento del mondo presente soltanto una mera questione di organizzazione e di tempo.

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