Vizi e virtù del populismo a 5 Stelle

Cos’ha apportato il Movimento 5 Stelle alla prospettiva di un populismo democratico? E cosa promette di apportare? Si potrebbero offrire due risposte lapidarie: “abbastanza” e “poco o nulla”, rispettivamente.

La “finestra populista” nasce quasi sempre da una crisi della democrazia rappresentativa. Si tratta innanzitutto di un enorme aumento della distanza fra la legittima autorità ed il “popolo”. Una distanza provocata da una classe politica autoreferenziale, per la quale il concetto di accountability è un guscio vuoto che non va oltre una legittimazione elettorale sempre più fragile e distaccata. Una distanza che è allo stesso tempo una causa ed una conseguenza di un modello (neoliberista) sociale, economico e politico in palese crisi, ma che ha provocato (e si è alimentato di) una crescente atomizzazione della società, una forte diminuzione della partecipazione politica a tutti i livelli, una estrema stratificazione sociale che rende sempre più difficoltosa quella stessa partecipazione per i vasti strati di cittadini impoveriti e precarizzati. In poche parole, la creazione di società a multiple velocità (e differenti diritti reali), in cui pochi sedicenti esperti amministrano la cosa pubblica e i politici di professione (ovvero coloro che “sanno come prender voti”) si occupano di riempire le istituzioni pubbliche e di legittimare decisioni prese altrove.

Uno dei meriti del M5S è stato quello di portare avanti un discorso teso a smascherare questo stato delle cose. Il movimento di Grillo ha denunciato l’uso strumentale dell’asse sinistra-destra per legittimare una competizione elettorale che, al netto di sfumature valoriali, offre un risultato sempre identico: la perpetuazione, l’ostinata resilienza del modello neoliberalista. Ha denunciato il volontario svuotamento delle istituzioni dello Stato-nazione a favore di organismi sovranazionali privi persino di quella disincantata legittimazione elettorale che esiste a livello nazionale ed assolutamente impenetrabile a gruppi portatori d’interessi diversi da quelle delle élites economiche che beneficiano dello status quo. Come conseguenza, ha correttamente denunciato come allo stesso tempo inutili e dannosi i rappresentanti (di chi?) della classe politica italiana.

I correttivi del M5S si basano sulla ri-occupazione, da parte dei cittadini, delle istituzioni pubbliche nazionali e locali, attraverso un forte rifiuto dell’istituto di rappresentanza inteso in senso formalistico-delegativo. Nella delega parlamentare risederebbe il problema principale: quest’istituto avrebbe permesso trasformismi, perdita di accountability, svuotamento di significato dello strumento elettorale, cooptazione dei rappresentanti parlamentari da parte di gruppi d’interesse con maggiori disponibilità economiche e finanziarie per far sentire la propria voce al momento della creazione ed implementazione di politiche pubbliche. Si dovrebbe quindi, secondo gli esponenti del movimento di Grillo, limitare fortemente l’azione dei parlamentari e farli diventare portavoce dei cittadini, i quali elaborerebbero in forma partecipativa il programma elettorale. Basta con i trasformismi, basta con le deleghe.

Il M5S si pone quindi, a differenza di altre esperienze populiste emerse dalla destra, in una posizione più promettente per la causa democratica. I populismi di destra si contraddistinguono per un’impronta marcatamente delegativa: si presenta un leader forte che pretende di incarnare i valori del “popolo”, della “maggioranza silenziosa”, promettendo di mettere un punto finale ai parlamentarismi, alle istituzioni orizzontali di controllo, per porre in atto politiche rispondenti a quei valori. Inutile dire che questo “popolo”, e questi “valori”, rappresentano costruzioni sociali ad uso e consumo di progetti reazionari. Quello che qui mi preme sottolineare, però, è la conseguente legittimazione di una politica basata sull’uomo forte che “sistemi le cose”, spingendo ancor di più il “popolo” verso una dimensione esclusivamente privata dell’esistenza, una volta eliminata la fonte dei suoi problemi, ossia una classe politica “parassitaria, autoreferenziale e parolaia”.

Inutile sottolineare i pericoli derivanti da siffatta impostazione autoritaria. Va reso merito dunque al M5S l’elaborazione di un discorso basato sulla ri-attivazione del cittadino, sull’invito alla sua partecipazione alla cosa pubblica con il fine di riappropriarsene, con la convinzione che ciò porti ad una politica più efficiente e trasparente. Al di là delle caricature che circolano sui militanti 5 stelle (e sul loro elettorato), va dato loro atto di aver contribuito ad un recupero del valore positivo della parola “politica”: dopo decenni in cui veniva ripetuto agli italiani che questa andava sacrificata sull’altare dell’economia (leggi neoliberismo), il M5S ha (in parte) contribuito a smascherare l’estrema politicità del mondo in cui viviamo e delle scelte economiche in senso neoliberista, che, lungi dall’essere the only game in town, sono espressione di un preciso disegno di redistribuzione in senso regressivo. L’impianto valoriale del M5S si basa, per lo meno in origine, sull’idea che una politica partecipata e partecipativa può ridare significato al concetto di cittadino e, al tempo stesso, può rendere più efficiente la gestione della cosa pubblica e le scelte di politica economica e sociale (fra le altre).

Uno dei lati oscuri di quest’esperimento può essere individuato nella “variante populista” percorsa dai Cinque Stelle. Si tratta di una variante probabilmente implicita e sicuramente non elaborata teoricamente o discussa all’interno del M5S, la quale si avvicina decisamente alle descrizioni in voga negli ambienti politologici piuttosto che in quelli teorico-politici. È d’uso negli ambienti politologici (vedi la popolare definizione proposta da Cas Mudde) leggere nel populismo un’ideologia [?] anti-pluralista che considera la società divisa fra “un’élite corrotta” ed un “popolo puro”, e che propugna una nuova politica rispondente alla volontà generale del popolo. In questo senso, il M5S si inserisce pienamente nella famiglia populista. La differenza fra l’esperienza del Movimento di Grillo ed una Lega Nord risiede non solo (e non tanto) nella diversa concezione di “popolo”, ma nelle modalità attraverso cui questa stessa volontà generale emerge: non da un capo assoluto sobillatore di folle, ma da una libera discussione fra cittadini spogliati da appartenenze e lealtà ideologiche, secondo la massima “non esistono idee di sinistra o di destra, ma soltanto buone idee”.

Sarebbe sin troppo facile puntare il dito sulle evidenti mancanze di democrazia interna del Movimento 5 Stelle, sul ruolo di Grillo e di Casaleggio, sul loro potere d’agenda e di scomunica, ed anche sulla miserrima produzione intellettuale dei portavoce/rappresentanti del Movimento 5 Stelle a tutti i livelli. Sarebbe facile e fuorviante, perché legittimerebbe quelle correnti interne al Movimento 5 Stelle (presto o tardi condannate all’emarginazione interna e all’espulsione) che ne mettono in questione l’evoluzione organizzativa, ma non i presupposti di fondo. Il vero problema, a mio avviso, sta nella concezione di base, che oltre ad aver facilitato una gestione caudillista del partito (perché di questo si tratta), contiene in nuce un potenziale rafforzamento della concezione neoliberalista della politica.

Il M5S nasce con la convinzione di poter rendere la politica rispondente alla volontà generale piuttosto che ad interessi particolari. Si tratta di una visione legalista, istituzionalista ed anti-corporativa: viene negata ogni funzione rivendicativa dei corpi intermedi, i quali vengono relegati a gruppi portatori d’interesse particolare i quali possono essere tenuti in maggior o minore considerazione, ma in definitiva vagliati dal partito, autoproclamatosi società civile. Il che può combaciare perfettamente con una visione liberale-pluralistica della politica, una visione che nel migliore dei casi può essere considerata ingenua – ma che sarebbe bene descrivere come reazionaria. Una visione che postula la buona politica come una politica efficiente perché risultato della libera discussione fra cittadini, i quali valuterebbero autonomamente le istanze portate avanti da diversi gruppi sociali particolaristici, dotati di eguali risorse per portare avanti i loro obiettivi. Una visione che nega il conflitto sociale, riducendolo ad espressione di interessi egoistici privi dell’ispirazione generale che animerebbe il Movimento di Grillo.

Si tratta di una visione ingenua, perché parte dal presupposto che sia possibile far fronte alle pressioni delle élite attraverso una libera discussione interna, come se non esistessero migliaia di strategie a disposizione dei potenti per influenzare le coordinate del dibattito (per tacere della precaria organizzazione interna del partito di Grillo che lo rende “scalabile” con relativa facilità), e come se le risorse a disposizione delle diverse lobbies esistenti si equivalessero e si sostanziassero solamente attraverso tangenti e prebende. Per tacere poi dell’asimmetria esistente fra gli stessi leaders del partito e le basi, con i primi che godono di un’infinità di strumenti per condurre il dibattito verso posizioni predefinite. Si tratta di una visione reazionaria, perché, inter alia, la dicotomia fra interessi generali ed interessi particolari è completamente fittizia e normativa, ed usata, ad esempio, per giustificare la progressiva perdita di diritti nel mondo del lavoro sull’altare della produttività. Si tratta di una visione legalista ed istituzionalista perché, a dispetto della retorica partecipativa del partito di Grillo, si basa sull’imprimatur definitivo del voto popolare ad un programma più o meno collettivamente elaborato ma che viene poi utilizzato per delegittimare quei (veri) movimenti sociali che non vedono le loro domande soddisfatte dal partito, e che potrebbero ben essere attaccati per la loro parzialità.

Si tratta, in sintesi, di una proposta politica che conduce all’anti-politica, nel senso di negazione del conflitto sociale e nella delegittimazione progressiva di esperienze sociali indipendenti. Si tratta di una visione statica che nega la possibilità ad altre forze sociali e politiche di avere una propria voce all’interno dello Stato e della società. L’ipotesi populista democratica non si basa sulla dicotomia fra interessi generali ed interessi particolari, bensì sul riconoscimento (piuttosto ovvio) che determinati interessi particolari sono stati spacciati per generali ad uso e consumo di un’estremamente esigua minoranza della popolazione. Si basa sulla difesa degli interessi particolari che consideriamo legittimi semplicemente perché espressione del 90% ed oltre dei cittadini. Si basa su una ripoliticizzazione a tutti i livelli della società, per apportare quelle risorse necessarie alla mobilitazione popolare al fine di pareggiare e superare le risorse economiche delle élites al governo.

Questa mobilitazione non può risolversi in un dibattito fra “cittadini illuminati” (per quanti essi siano) presumibilmente (e presuntuosamente) liberi da influenze ideologiche o interessi privati. Questa mobilitazione deve partire dal basso, da organizzazioni che si sviluppano attorno differenti istanze e dimensioni territoriali. Compito di un progetto populista democratico è quello di dare supporto e sbocco a queste organizzazioni, senza pretese di controllo, bensì dialogando con esse, sulla base di valori socio-politici avanzati e condivisi. Compito di un progetto populista democratico è portare le istituzioni nelle piazze e viceversa, creando uno spazio politico condiviso in cui trovare una sintesi di determinate istanze basate su quei valori avanzati. Compito di un vero progetto populista democratico è riconoscere che la valorizzazione dei corpi intermedi è fondamentale, che il pluralismo è una conditio sine qua non della sovranità popolare, e che il pluralismo nasce da, e passa attraverso, la legittimazione e l’incentivazione dei corpi intermedi. Non di tutti i corpi intermedi, non di qualsiasi organizzazione, beninteso, bensì di quelle che portano avanti gli interessi particolari del 90% ed oltre del popolo. Del nostro popolo, che è maggioranza, e che dobbiamo imparare ad articolare, più che a costruire.

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