Un Papa che ha letto Laclau

«C’è una parola tanto maltrattata: si parla tanto di populismo, di politica populista, di programma populista. Ma questo è un errore. Popolo non è una categoria logica, né è una categoria mistica […] Ma no! E’ una categoria mitica, semmai. Il popolo si fa in un processo, con l’impegno in vista di un obiettivo o di un progetto comune. […] La parola popolo ha qualcosa di più che non può essere spiegato in maniera logica. Essere parte del popolo è far parte di un’identità comune fatta di legami sociali e culturali. E questa non è una cosa automatica, anzi: è un processo lento, difficile … verso un progetto comune».

Le parole di Papa Francesco riecheggiano come un monito ad andare oltre e a non soccombere al terrorismo delle parole. Molti commentatori, invece di analizzare politicamente il “momento populista”, sono caduti in una miope e autoconsolatoria condanna morale.

Oggi il termine populismo è spesso utilizzato in modo dispregiativo e negativo: populista, secondo l’accezione comune, è il politico che parla alla pancia delle persone “ignoranti” che in un momento di disperazione sono pronte a votare programmi politici irresponsabili. Populisti sono tutti i movimenti o soggetti politici che mettono in discussione lo status quo e che rivendicano che non c’è nulla di naturale nelle sempre più marcate diseguaglianze.

La concezione dispregiativa di questo termine cela un pregiudizio classista e aristocratico che in ultima istanza conduce alla messa in discussione del suffragio universale e dell’uguaglianza. Una posizione tradizionale del repertorio antidemocratico di destra – ma oggi fortemente diffusa in un ambiguo elitarismo di sinistra – che nasconde una vecchia idea di una democrazia senza popolo, di una politica “senza volontà collettive” e senza conflitto. La politica si convertirebbe in mero tecnicismo e in mera amministrazione di ciò che è stato deciso in altri ambiti (economico, scientifico e giuridico). Una politica senza la politica che sarebbe subordinata all’economia e al mercato.

Questa visione “distopica” ha già infettato la nostra società attraverso l’egemonia culturale del neoliberismo thatcheriano, che al grido di “There is no alternative” e “È il mercato, bellezza”, ha eliminato dall’immaginario collettivo la possibilità di immaginare e di costruire un altro modello di società. La sovranità popolare non solo è stata gettata via come qualcosa di obsoleto ma è stata bollata anche come un obbrobrio di cui aver paura. In questo contesto, in cui non esistono differenze fondamentali tra i programmi dei partiti di destra e di sinistra, i cittadini hanno una forte sfiducia verso il sistema. Poiché pensano che il loro voto non faccia nessuna differenza e che non abbiano nessun strumento per incidere sul potere.

Tutto ciò crea un terreno favorevole per i partiti che si presentano come la “voce del popolo” e contro l’”Establishment”.  Lo stesso che sta utilizzando, in modo distorto e paradossalmente assolutistico, i principi liberali e le istituzioni democratiche come barricata contro l’avanzata della sovranità popolare. Espressioni politicamente vergognose e inconvenienti vengono sdoganate dalla politica della conservazione dello status quo come espressioni da grandi statisti: “governo di unità nazionale contro il populismo” o “larghe intese”.

Stiamo vivendo l’epoca della postpolitica in una società postdemocratica. Il populismo, dunque, può diventare lo strumento per scardinare (riarticolare contra-egemonicamente) il primato della egemonia neoliberista, per riaffermare il primato della politica sulla finanza e del popolo sulle “élites”.

Il modo migliore per comprendere che cosa è il populismo è quello di scrivere di Ernesto Laclau. Teorico argentino postmarxista, che elabora in modo originale e non canonico – quasi eretico – i concetti gramsciani di popolo e di egemonia. La domanda fondamentale alla quale cerca di rispondere è come e in quali condizioni i settori esclusi della società sono capaci di emanciparsi dalla propria subalternità e di costruirsi come un “blocco storico” / un popolo che diriga e organizzi la comunità. Laclau studia la logica sociale attraverso la quale il basso, rivendicando il fallimento della vecchia élite, cerca di diventare la nuova classe dirigente.

Occorre fare una premessa: in politica le identità politiche non sono fisse e non sono predeterminate dalla condizione sociale. Al contrario, si costruiscono discorsivamente attraverso un procedimento di articolazione degli “antagonismi”[1]. Non esiste nessun elemento esterno (economico, sociale, di genere etc.) al momento politico costitutivo dell’identità politica. In quest’ottica, non esiste nessun motivo per il quale una determinata classe sociale debba votare un predeterminato progetto politico – il cittadino voterà il discorso politico che significherà politicamente un suo dolore.  Il discorso populista, pertanto, significando politicamente i dolori reali dei cittadini, è quello che unifica settori sociali molto diversi tra loro in una dicotomizzazione della società in due poli: il popolo / le élites o in termini più analitici democrazia / oligarchia.

Fatte queste doverose premesse, iniziamo a chiarire che cosa non è il populismo. Il populismo non è un ideologia, non è un determinato tipo di movimento o partito politico, non è una certa base sociale, non è demagogia, non è retorica, non è un programma politico. Affinché possa emergere il discorso populista, è necessario che si verifiche quello un momento di crisi organica del sistema. Quando, da un lato, la classe dirigente non è più in grado di dirigere e di integrare i gruppi di opposizione ampliando il “blocco di potere”; dall’altro, esiste un forte discontento poiché l’apparato istituzionale non riesce più a soddisfare i bisogni dei propri cittadini (un lavoro, un ambiente salubre, l’onestà della propria classe politica etc). Queste condizioni sono favorevoli alla costruzione di nuove identità politiche che cristallizzino i dolori e le frustrazioni popolari intorno a una volontà politica nuova, che avrà un proprio orizzonte politico, miti, nomi e simboli nuovi che funzionano da catalizzatori.

Le parole del Papa sono un’analisi lucida della parola populismo. Populismo come logica sociale di aggregazione dei settori marginalizzati della società intorno a significati politici nuovi: la costruzione di un nuovo mito e di un nuovo orizzonte politico verso il quale il popolo marci. L’”avvento di un era veramente politica”.

[1] In Egemonia e strategia socialista – Verso una Politica democratica radicale, con il termine antagonismo, E. Laclau e C. Mouffe designano “l’impossibilità della società” e ossia l’esistenza di conflitti che costituiscono la società e che non possono essere risolti razionalmente (ad esempio il conflitto ambientale prodotto dal capitalismo / inquinamento / femminismo / lotta per i diritti civili).

 

Pubblicato su I Nipoti di Maritain n. 4.

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