Le partite IVA e i nuovi confini dello sfruttamento

Tra i casi di utilizzo delle partite iva come nuovo strumento di sfruttamento dei lavoratori vi è anche quello del lavoro dei liberi professionisti: architetti, avvocati, ingegneri, ecc. E’, questo, il caso delle partite iva in monocommittenza; nella specie, professionisti che lavorano per conto di altri professionisti. Questo fenomeno è più ampio di quanto di possa credere, perché la maggior parte dei professionisti non hanno più, ormai, redditi che si possano definire da classe media; insomma, è in atto da anni il fenomeno della proletarizzazione di molti liberi professionisti, per cui è facile per questi cedere alle offerte di Studi committenti.

Inoltre, di regola la Cassa di previdenza forense e l’assicurazione professionale obbligatoria non le paga certo lo Studio monocommittente. Poi, vi è la difficoltà di riuscire a limitare le proprie mansioni a quelle tipiche della professione. Così, si hanno professionisti che escono sempre tardi da studio, che talvolta devono finire il loro lavoro anche nei fine settimana, con enorme sacrificio della propria vita privata. Generalmente viene loro anche impedito di seguire propri clienti, precludendogli così la possibilità di potersi un giorno emancipare dallo Studio committente.

Tali professionisti “per conto terzi”, benché formalmente autonomi, si ritrovano, così, di fatto alle complete dipendenze dello Studio per cui lavorano, senza poter operare alcuna scelta personale sulla gestione della pratica e del cliente ed, inoltre, l’essere “libero” professionista in tali casi significa, praticamente, non poter rivendicare quei diritti, spesso elementari, che i lavoratori dipendenti hanno conquistato in decenni di lotte, come, ad esempio, un compenso minimo dignitoso, orari di lavoro decenti, ferie predeterminate, malattia e maternità retribuite, e così via, oltre a poter essere mandati via in qualsiasi momento e modalità.

Recentemente, un avvocato che lavorava per un grosso Studio di Roma, dopo anni di impegno è stata mandata via su due piedi perché lo Studio doveva “ristrutturarsi”; ora quell’avvocato è emigrata in Inghilterra. Un’altra donna avvocato che lavorava alle stesse condizioni, una volta incinta ha cercato di nascondere quanto ha potuto la sua gravidanza, ma una volta inevitabilmente scoperta, è stata anche lei allontanata dallo Studio con la motivazione che fare l’avvocato è incompatibile con la maternità. L’anno scorso, in una cittadina del centro Italia, un avvocato quarantenne si sentì comunicare dal titolare dello Studio, per il quale lavorava da anni a 600 euro lorde al mese, che il suo compenso avrebbe dovuto essere ridotto di un terzo a causa della crisi; egli prima lasciò la professione e poco dopo si suicidò. Insomma, una vera e propria burla all’aggettivo “libero” che riguarda tali professionisti; definizione che serve, appunto, solo come forma per garantire il loro pieno sfruttamento.

Tuttavia, recentemente una piccola ma combattiva associazione “sindacale” di avvocati, denominata Mobilitazione Generale degli Avvocati (MGA), sta lavorando per far emergere socialmente e politicamente questa categoria di loro colleghi, cercando anche di interessare il mondo politico ed il sindacato su tale fenomeno. La CGIL si è dimostrata interessata a tale questione e dalla collaborazione tra le due associazioni ne è sorta una proposta di legge, già presentata alla Camera dei Deputati, con la quale si punta ad eliminare l’incompatibilità che c’è tra il lavoro subordinato e la professione forense. Secondo i promotori della legge non si può trascurare quel 54,9% di avvocati – su un totale di 240mila – che si trovano in una fascia di reddito professionale compresa tra lo 0 e i 20mila euro. Tra questi infatti si nasconde la maggior parte del “lavoro nero del settore”. Per mettere fine a questo problema, infatti, occorre estendere la contrattazione collettiva anche per gli avvocati, garantendo così un livello minimo di retribuzione e diversi diritti per i professionisti legali impiegati negli studi professionali, “mascherati” con collaborazioni e partite IVA. Nella proposta di legge si chiede di utilizzare per gli avvocati lo stesso contratto collettivo nazionale previsto per i dipendenti negli studi professionali. Nel frattempo, MGA ha deciso che presenterà delle denunce, al Ministero del Lavoro e all’Ispettorato del Lavoro, sul grave stato di sfruttamento del lavoro degli avvocati dipendenti e chiederà l’ispezione degli Studi legali “datoriali” in tutta Italia.

Senso Comune sostiene questa iniziativa, ritenendo che debba presto giungersi ad un riconoscimento dell’universalità dei diritti fondamentali dei lavoratori, senza più distinzione tra autonomi e dipendenti.