La “pasokizzazione” della socialdemocrazia europea

Un nuovo spettro si aggira per l’Europa. E a ben vedere Karl Marx è presente anche stavolta. Uno spettro che assomiglia sempre più ad una malattia virale, con sintomi che si propagano da anni, nazione per nazione, tanto da scomodare il recente dibattito politico europeo, nel tentativo di schematizzarne forme e contenuti, partendo dal darle almeno un nome riconoscibile: “pasokizzazione“.

Per pasokizzazione si intende il crollo impietoso dei partiti socialdemocratici europei. Quel centro-sinistra che per amplificare le proprie chances di governo ha abbracciato negli anni ’90 il liberismo economico, il culto del libero mercato e il credo in un capitalismo dal volto umano. E ora ne raccoglie i frutti avvelenati. Il neologismo fa riferimento al partito socialdemocratico greco, il Pasok appunto, capofila di questa tendenza che lo ha portato a perdere il 37,5% nel giro di qualche anno, passando dal 43% del 2000, al 6,3% del 2015. Pasok in buona compagnia, e stessa tendenza visibile un pò ovunque: nel Regno Unito il Labour Party ha perso il 12,7% – stando al 30,5% delle elezioni del 2015 anche se per Corbyn e soci gli ultimi sondaggi sono ancora meno favorevoli – nel periodo 1997-2015. In Spagna si assiste ad un crollo dell’11,6% del Psoe nel periodo 2000-2016 e -11,9% anche in Portogallo nello stesso periodo.

La lista è ancora lunga: un passo indietro del 19,5% nello stesso periodo di riferimento per l’Sld polacco, così come in Germania – aspettando i risultati della nuova cura del Dottor Schulz – che segna un -15,2 per l’Spd tedesca tra le elezioni del 1998 e quelle del 2013. Si registrano inoltre tendenze simili in Austria, Danimarca, Finlandia, Ungheria e Svezia, dove i partiti di centrosinistra retrocedono, pur limitandosi ad un crollo più lieve ad una sola cifra. Chi aveva retto era il Ps francese, che quest’anno però, pur radicalizzando a sinistra il proprio programma con Hamon candidato alla presidenza, ha poco più che zero possibilità di vittoria.

E arriviamo a ieri, ennesimo capitolo della saga, con l’opinione pubblica europea concentrata a far fronte comune contro l’avanzata euroscettica del partito di Wilders, tanto da accorgersi solo a giochi fatti, dell’ennesima caduta a colpi di Pasokizzazione, del Pvda olandese, in caduta libera, che passa dai 29 seggi ottenuti 5 anni fa – frutto già di una discesa di 4,2% rispetto alle precedenti elezioni – ai 9 ottenuti per la prossima legislatura. E in Italia? Il Pd era il partito socialdemocratico che se la passava meglio di tutti, tronfio del 40% da capogiro delle ultime europee, seppur con qualche successivo acciacco. Tutto questo ha retto fino all’implosione, avvenuta col referendum sulla riforma costituzionale del 4 Dicembre scorso. Ora la tendenza ha iniziato il suo corso anche qua con il partito in fibrillazione, vecchi nodi da sciogliere che arrivano finalmente al pettine, delusi e correnti che litigano e se ne vanno e primo crollo, con conseguente perdita della leadership nei sondaggi.

Detto tutto questo, la domanda sorge più che spontanea: ma questi voti dove vanno? Ci sarebbe lo spazio per creare un’alternativa che possa ambire a qualcosa di più dell’ormai solito 3%. Quella sinistra (post/neo/proto) marxista che, a differenza degli altri, ha azzeccato diverse analisi negli ultimi vent’anni – in primis la lotta alla globalizzazione capitalista prevedendone le conseguenze – non è riuscita a farsi votare. Se questa alternativa, così come sembra al momento tra divisioni, blande prese di posizioni, collateralismo col Pd stesso, tatticismi e recinti vari, non verrà fuori, sia chiaro per tutti, ci meritiamo anni di Di Maio e Virginia Raggi. Siamo avvertiti.

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