Il disordinamento giuridico al servizio del più forte

L’uomo, animale politico, simbolico, metafisico. L’uomo, ossia un animale che non è pago di una tabula inscripta di azioni e reazioni istintuali, che non è avvinghiato al piolo dell’istante come è invece una pecora, un bruco, un canguro.

L’uomo da una parte nutre la vita dei sensi, dall’altra intreccia il senso della vita; e solo grazie a questo egli è in grado persino di sacrificarsi, di morire e così consumare la tragedia contro la quale nasce il consorzio umano e, però, farlo per propria scelta. In ottemperanza a un principio superiore, a un’idea adamantina e prescrittiva, a un principio normativo.

Le regole sono l’ubi consistam della società umana. Qualsiasi regola: si pensi alla grammatica che, producendo un parlare senza denotazione, ha isolato dal discorso qualcosa come una lingua; ma anche, più in generale, al diritto che, sospendendo l’uso e le abitudini concrete degli individui, ha potuto isolare qualcosa come una norma. Con Lévi-Strauss noi sappiamo che il paziente lavoro della civilizzazione procede per astrazione, separando la prassi umana dal suo esercizio concreto e creando in questo modo un eccesso della significazione sulla denotazione. L’uomo è dedito a tale significazione, cerca quella significato e grazie ad esso, alla sua permanenza metatemporale, si proietta verso il futuro.

“Prima ancora di accedere all’autonomia della parola attraverso l’eteronomia del linguaggio, l’essere umano accede dunque alla qualità di soggetto di diritto attraverso l’eteronomia della legge” (A. Supiot): quell’eteronomia – contro cui si rivolgono ingenui esponenti della presente campagna elettorale  – è un prezioso presupposto della nostra identità umana, personale e soggettiva. Nell’essere esterna al singolo la legge si pone quale suo garante – a simboleggiare il divieto di trattarlo come una cosa. La legge tutela i diritti fondamentali delle persone, sennò non è legge ma arbitrio.
La legge europea è forse legge? O è arbitrio.

Per rispondere parliamo della vicenda Bellomo. Il giudice Bellomo, consigliere di Stato (massimo organo di giustizia amministrativa) da poco destituito, è un (ex) giudice noto al popolo dei concorsisti. Egli era autorizzato dal Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa a svolgere l’attività di docenza: e così il consigliere Bellomo insegnava presso il corso di formazione per aspiranti magistrati prestato dalla sua Diritto e Scienza srl. E tuttora insegna. I concorsisti sono ben selezionati: tutti ragazzi disposti a pagare cifre importantissime, circa 6000 euro per un corso, più codici, testi e quant’altro; anche le spese di vitto e alloggio, per coloro che con cadenza bisettimanale da fuori si recano a Roma per le sue lezioni, negli hotel della Capitale.

Gli obiettivi sono a loro volta importanti: è un corso che presenta altissime percentuali di vincitori di concorso. A primo tentativo. Le tracce di tema su cui si esercitano i suoi allievi spesso sono assai affini a quelle che in concreto formano oggetto di prova, al concorso. Oneri e onori, per il corso di Bellomo.

Ebbene, succede che delle ragazze di questo corso – e del resto la maggior parte degli aspiranti magistrato è di sesso femminile – denunciano alla pubblica autorità delle cose singolari. Che il corso mette a disposizione delle borse di studio; e però per goderne bisogna firmare un contratto, in cui ci si impegna alla fedeltà nei confronti della società Diritto e Scienza, all’assoluto riserbo delle conversazioni tenute con i dirigenti della stessa, anche presso i propri compagni di corso, a rispettare un certo dress code, fatto di minigonne e abiti seducenti, a controllare la propria vita sentimentale subordinandola al vaglio del Consigliere, a sottostare al divieto di recarsi in luoghi dove il cellulare non prende. In una sola parola, a votarsi alla società, senza remore. Non male per l’indipendenza di un giudice, o un aspirante tale.

A ciliegina sulla torta, accade che la terza prova degli scritti del concorso appena svoltosi, la traccia di Diritto amministrativo, trattasse il tema della cd. antimafia amministrativa, il tema delle interdittive antimafia emesse dal prefetto e del loro vaglio giurisdizionale. Un tema sondato di recente da una peculiare sentenza del Consiglio di Stato a firma Bellomo. Una sentenza rivoluzionaria, ha chiosato lui, rivendicando il merito e l’opportunità di una simile scelta concorsuale.

Cosa c’entra tutto questo con la legge, l’eccedenza di significato, Levi-Strauss e l’eteronomia? È presto detto.

È difficile e… direi anche brutto diventare magistrati. Se diventare magistrati vuol dire porsi a uno studio sistematico del caos, beh allora meglio non diventarlo. Il caos non è sistematico. Il caos non ha norme, né sistematicità. È una battaglia persa, non si può studiare sistematicamente il caos. Costringere un corpo di uomini a farlo vuol dire solo volerli ammaestrare, come docili bestioline. Come dei servi.

Si dirà: e perché, i magistrati che cosa sono se non servitori dello Stato? Giusto ma, se è vero che pure un soldato ha una coscienza, allora il giudice, aspirante tale, in coscienza, può e deve porsi una sola domanda: ma che cos’è diventato e cosa sta diventando questo Stato?

Se lo Stato è diventato nient’altro che un lauto e sicuro stipendio, per ottenere il quale si è disposti a tutto, anche a tradire la ragione più intima della propria vocazione, il proprio senso di indipendenza e giustizia, allora io non merito lo Stato e lo Stato non merita me. E invece molti aspiranti magistrati/e questa domanda non se la fanno; evidentemente, a differenza dei soldati, non hanno coscienza e vanno avanti, procedono.

Loro sanno, per forza sanno che quello che vanno a indossare è il ruolo del tutore di un ordine sbagliato: un ordine disordinato, un disordine di ordini, un disordinamento giuridico – per dirla con espressioni in uso nella riflessione in materia. Il diritto oggi è semplicemente la negazione di sé, un cumulo di fonti confuse, un fatto di interpretazione e argomentazione, un grandioso foro di valori. Il diritto oggi è una prateria solcata dai balzi dell’arbitrio giudiziale. C’è, dunque, il non-diritto, questo, che lungi da ogni luminosa chiarezza si fa invece oscuro, involuto, incomprensibile; la gente non ci capisce niente e spesso nemmeno i tecnici. Nel frattempo gli avvocati ci fanno i soldi, se non fosse che sono pure circondati, bontà loro, da cattivi pagatori, cittadini senza più soldi per una difesa tecnica in giudizio. A fianco al non-diritto c’è poi il diritto vero, quello dell’élite, che ha ad oggetto soprattutto la finanza pubblica e, quindi, la predisposizione delle condizioni materiali perché la gente possa star bene – senza aver bisogno dei tribunali, degli avvocati e del loro non-diritto. Questo diritto differisce di poco dall’arbitrio assoluto e volubile del Principe; rivelandosi così anch’esso un’altra forma di non-diritto. L’unione tra le due branche fa il non-diritto dell’Unione Europea.

Il recente disastro di Pioltello – a proposito, fiùùù che è già passato di moda e non se ne parla più – se ben studiato rivela un panorama in cui che a RFI possa scappare di controllare un binario è il minimo. C’è un tale caos di società, soggetti, controllate e commistioni giuridiche varie – tipo soggetti privati che svolgono, ma solo in certi casi, un servizio pubblico e sono dunque trattati come soggetti pubblici – che se un binario non si controlla e, malauguratamente, cede…beh perlomeno si può puntare su una buona probabilità che il responsabile vero non verrà mai fuori. E questo, seppur implicitamente, lo vuole il diritto dell’Unione Europea. Nel frattempo però, di tanto in tanto, si riempiono i giornaloni (tipo aspettatevi fra qualche mese la notiziola sul rinvio a giudizio e, dopo, il clamore sulle prime decisioni di merito). E la gente, angosciata, angosciosa attende un altro po’.

Ora, rispetto a questo caos, essere impiegati del settore giuridico non è bello. Né edificante. Né edificante è la vicenda di Bellomo, come anche edificanti non sono le vite dei suoi allievi. È evidente che gli aspiranti giudici di oggi sono giudici di domani del tutto pronti a presidiare anche il più straziante rilancio del progetto europeo, la più dura delle riforme strutturali, il più insensato taglio ai fondi per l’assistenza sociale, le peggiori degenerazioni giuridiche, le più inaccettabili violazioni dei diritti fondamentali. Però è “prevedibile” – per utilizzare un concetto caro alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – che se crei un (dis-)ordinamento simile, gli aspiranti giudici non saranno selezionati tra i migliori. Non è colpa loro: evidentemente sono impossibilitati a farsi carico di istanze che non siano le loro proprie, chi per ritrosia, chi per viltà, chi perché proprio materialmente impossibilitato. Il problema è, invece, altrove e si individua nelle cause, nelle fonti che hanno reso possibile un simile caos (e il sorgere di una schiera di suoi tutori).

Non parliamo, quindi, dei giudici; che, certo, a far così non aiutano ma in fondo se la “legge” è diventata questo loro questa legge devono amministrare (“in nome del popolo”, dice l’art. 101 Cost.).

Stiamo parlando, invece, proprio dell’Unione Europea. L’Unione Europea, a partire dai suoi Trattati, le sue costituzioni, i suoi accordi internazionali, le sue variegate e incerte fonti di diritto primario (regolamenti, direttive, decisioni, raccomandazioni ecc), e ancora i suoi valori, le sue lettere segrete – come quelle della BCE ai paesi nel pieno della crisi, con la lista delle riforme da introdurre – e via così, passando per il merito aziendalistico delle sue norme, fino soprattutto ad arrivare al suo inveramento concreto, quotidiano, l’Unione Europea ha impoverito (quasi) tutti e arricchito (quasi) nessuno. Ha impoverito (quasi) tutti del nostro valore collettivo più grande: il principio di legalità, ossia la sottoposizione di ogni potere al vincolo della legge, che ne definisce fondamento e funzioni.

L’Eurogruppo, la Trojka sono organi privi di ogni fondamento formale: poteri di fatto, come quelli di un tempo lontano, che credevamo di aver superato. Eppure, per dirne una, i Ciprioti si sono visti mettere le mani nei conti correnti per decisione assunta dall’Eurogruppo – che, però, astutamente, essendo formalmente inesistente ha scaricato la responsabilità sul Governo cipriota, “come se” fosse stata una decisione di questo. O, perlomeno, così ha stabilito la Corte di Giustizia dell’UE con la sentenza nel caso Mellis e altri contro Commissione Europea e BCE.

Ancora, si pensi alla BCE per l’appunto, che arginava nel luglio 2015 la speculazione sul debito greco dichiarando che avrebbe fatto “whatever it takes” per salvare l’euro: “qualsiasi cosa”, una dichiarazione di onnipotenza, fuori da ogni costituzionalismo passato e presente. “And believe me, it will be enough”, aggiunse Draghi: ed effettivamente il giorno dopo lo spread si placò.

La gente in Grecia, ad Atene moriva per assenza di cure, per la diffusione di droghe ricavate dalle batterie dei cellulari, per l’esplosione della mortalità infantile, per i suicidi. I diritti fondamentali erano pacificamente subordinati alla preservazione dell’ordine costituito, quando la BCE chiudeva la liquidità alle banche greche gettando la gente nella più cupa delle disperazioni; e sfidando l’ordine pubblico greco allo scopo di far calare la cresta a un governo non tanto per la quale. La Grecia, oggi, dopo quei mesi, è ancora lì, esangue ed esausta in ogni sua prospettiva di riscatto. In fondo, con la perentorietà di quel NO (OXI), aveva solo tentato di sbattere sul muso dell’UE un po’ di ordine, contro quel caos tecnocratico che, ineffabile, insindacabile, l’aveva messa in ginocchio. Non ci è riuscita; come anche Draghi, dopo millemilamiliardi di Quantitative Easing, sta ancora là a contemplare quell’1,2 % di inflazione nell’area Euro, così lontana dal 2% previsto come obiettivo. Non ci sono parole per descrivere il ribrezzo che suscitano le continue voci che lo danno quale nostrana riserva della repubblica; di una repubblica allo stremo, in cui sempre più persone rinunciano alle cure mediche e le altre, che ancora possono, spendono ormai 40 miliardi l’anno di tasca propria per accedere a medici e farmaci.

Ancora, la vicenda del diritto europeo di risoluzione della crisi finanziaria: un capolavoro di ambiguità formali, arbitri, elitari decisionismi. Tra MESF, FESF, MES e, infine, il Fiscal Compact abbiamo assistito a una sarabanda di soggetti e accordi sempre con un piede di qua e uno di là rispetto all’UE. Solo il MES è strumento interno UE, introdotto però grazie all’avvio per la prima e finora unica volta di una procedura di revisione semplificata dei Trattati. Trattati, dunque, che cedono e mutano come vuole il nuovo Principe, sotto la pressione di esigenze concrete, si direbbe senza alcuna visione prospettica – che pure sarebbe imprescindibile quando si parla di norme fondamentali. Ma non dimentichiamo il FESF che era una società di capitali di diritto lussemburghese capace di erogare prestiti per 780 miliardi di euro. Il Fiscal Compact, ora al centro di un dibattito volto a stabilire se farlo entrare o meno tra i Trattati, è (stato, lungo questi anni di sua vigenza: va a scadere al termine di quest’anno) un mero accordo intergovernativo – di cui l’UE dunque si è lavata le mani. Eppure, il Fiscal compact, per la prima volta quale semplice accordo internazionale, si è preso il lusso di raccomandare alle parti contraenti l’introduzione di un vincolo addirittura costituzionale al rispetto del pareggio di bilancio: e voilà l’art. 81 Cost, fuori da ogni fisiologica procedura di revisione della Legge fondamentale. Con ciò evidentemente la tecnocrazia europea riesce a smarcarsi dai vincoli (pure blandi ma che tuttavia sono) imposti dalle norme europee a tutela della persona; vedi la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, la quale, all’art. 51, prevede che le sue garanzie si applichino “esclusivamente nell’attuazione del diritto dell’Unione”. Non quindi alle norme – e alle relative conseguenze sociali – poste da accordi internazionali.

Il lettore provi a fare l’esercizio di confrontare un assetto siffatto – di disintegrazione e nichilismo giuridici, com’è stato definito dagli studiosi – con quello nitido e pregno di implicazioni storico-politico che fu disegnato dalla nostra Costituzione. Perché quella ratio storica – di ordinata sottoposizione dei poteri alla legge – oggi non sarebbe più degna di essere perseguita?

Insomma l’integrazione europea, da un punto di vista giuridico-ordinamentale, è stato uno stillicidio. L’integrazione europea promanò in origine e si conferma tutt’oggi quale consapevole disegno in tal senso: alla fine in quel (quasi) nessuno che si è arricchito qualcuno c’è. E quel qualcuno ha il controllo dello status quo: quel qualcuno ha deciso che l’efficienza giuridico-economica è un obiettivo in sé, costi quel che costi in termini di vite umane, affetti, memorie, energie, desideri, sogni. L’efficienza va perseguita anche quando il sistema si avvita al punto che insistere a perseguirla significa deprimerlo ancor di più, il sistema. Tanto quel qualcuno che decide così, proprio in quanto ha deciso, ha estratto altre risorse e se l’è accaparrate.

Il nostro uomo si è arricchito, e lo ha fatto per lungo tempo. Invasato da tutto questo successo, si è dimenticato – e con lui tutti, ce lo siamo dimenticati – che i diritti giuridico-patrimoniali cui ha votato la propria fede hanno uno statuto DISTINTO dai diritti fondamentali: lo Stato, in quanto garante di questi ultimi, non può permetterne la negazione. Invece permette che li si violi, perché soccombenti rispetto all’inesorabilità del desiderio di arricchirsi di chi ha deciso tutto questo, avendone il potere.

È importante oggi agire in tutte le sedi opportune perché l’ordinamento ritrovi una sua nuova coerenza e dignità, torni a essere ordinamento. Oggi non è così: di questo collasso della ragione giuridica è testimone l’arbitrio dei tribunali, l’inafferrabilità delle sue decisioni, l’imprevedibilità dei suoi orientamenti, l’incertezza normativa di cui siamo testimoni, ogni giorno, sia che si tratti ottenere una autorizzazione edilizia sia che si tratta di cautelarsi dall’occhiuta magistratura penale, una piovra pronta a entrare nelle vite di tutti, per qualsiasi questione, dalle crisi di coppia alle iniziative imprenditoriali. Una magistratura pronta a perseguire scopi più o meno nobili, certo sempre esondanti dal suo ruolo, sapendo che già una semplicissima e preliminare proroga del termine per la chiusura delle indagini preliminari sarà sufficiente a sbattere il cittadino sui giornali, a sollevare alti lai di indignazione, a ostracizzare il malcapitato finito tra le sue grinfie.

Senso Comune invece dice no: l’ordinamento deve essere certo e, in ciò, radice e garanzia dei diritti fondamentali. Deve porsi a guida dei fenomeni socio-economici per indirizzarli verso il progresso, l’inclusione, la libertà. Non verso la reazione, l’esclusione, l’angoscia.

L’ordinamento dev’essere un reticolato di vincolanti astrazioni volte anzitutto a qualificare il soggetto quale un aggregato di diritti da tutelarsi senza che nulla sia tale da impedirlo.

L’ordinamento solo così cessa di essere propaggine dei potenti, espressione di un consenso mediatico del momento, strumento barbaro di società tanto complesse che pare preferiscano tornare ai connotati di una tribù piuttosto che farsi carico delle proprie contraddizioni e delle proprie superiori potenzialità. L’ordinamento giuridico, nella cornice di senso comune, può ancora qualificarsi quale eccedenza di significato, quale astrazione, sotto il cui cappello possono ripararsi in tanti; in caso contrario continuerà a essere un affare di pochi, una lotta tra il PM e l’imputato, a buon bisogno una partita politica tra élites locali, una mera “giustizia del caso concreto”, come si suol dire, che coinvolge, senza garanzie e aspettative, solo le parti a processo nel caso concreto, appunto, e nessun altro. Il diritto diventa così niente di più che una cassetta degli attrezzi a disposizione dei potenti che, sulla nostra pelle, modificando piccoli parametri sui disciplinari di importazione oppure, come di recente, modificando l’algoritmo del news feed di Facebook, giocano partite globali.

In ultima istanza lavorare al superamento della condizione presente significa evitare nuovi casi Bellomo: evitare cioè il sospetto che l’ingresso in magistratura sia oggetto di uno squallido mercato. I presupposti di una simile degenerazione, anche al di là delle intenzioni dei singoli coinvolti, stanno nel caos disordinamentale: una condizione in cui, se vuoi ottenere quel posto, diventa difficile farlo su basi proprie e autonome. Hai bisogno di qualcuno che ti guidi, che conosca – per via della propria professione, standovi dentro, da…insider – il corpo cangiante della giurisprudenza (intesa quale coacervo delle sentenze) e te lo mostri. Se poi quel qualcuno è anche un esponente di massimo rilievo della Giustizia amministrativa, terra di mezzo tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario è evidente che ci si può aspettar di tutto.

La soluzione è solo la sconfitta dell’arbitrio, lo smantellamento del dis-ordinamento giuridico e l’affermazione di un nuovo ordine giuridico-democratico. Ambizioni grandi come grandi sono le risorse di questo nostro popolo, culla plurimillenaria del diritto.

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