I giovani scelgano tra rassegnazione e ribellione

I giovani italiani sono rassegnati: hanno la percezione di essere deboli, impotenti, isolati. E, in un certo senso, lo sono. Il 78% di loro (dati Eurobarometro) crede che la crisi economica li abbia marginalizzati, economicamente e socialmente. Una sensazione che è rispecchiata dal tasso di disoccupazione giovanile al 34% (fanno peggio solo Grecia e Spagna) e dal numero di laureati che svolgono mansioni al di sotto delle qualifiche (300mila, il 28% del totale).

La situazione non coinvolge tuttavia solo il nostro Paese, ma è un fenomeno globale. «È probabilmente la prima volta nella storia dell’età industriale, eccetto che per i periodi di guerra o di disastri naturali, che i redditi dei giovani sono caduti in questa misura se rapportati al resto della società», osserva il Guardian. In Francia, Germania, Italia, Stati Uniti e Canada i redditi dei ventenni sono almeno del 20% al di sotto della media nazionale. In Italia gli under 35 sono più poveri dei pensionati sotto gli 80 anni, addirittura il 10,2% di essi vive in povertà assoluta.

Per di più, i giovani diffidano della politica, dei partiti e del ruolo del parlamento (meno del 5% ha fiducia in queste istituzioni) e non ripongono alcuna speranza nell’attuale conformazione dei sindacati. Ne consegue non solo un’emarginazione sociale ed economica, ma anche politica, che si traduce in elevato astensionismo alle urne (il 27% non è nemmeno interessato a votare) e nell’incapacità di rivendicare efficacemente le proprie istanze.

Di fronte a una massa di individui atomizzati e disillusi, ha quindi gioco facile l’élite nel diffondere una narrazione che attribuisce ai giovani stessi ogni responsabilità per le loro condizioni. Vengono colpevolizzati perché scelgono percorsi di studi “inutili”, poco appetibili per il dio mercato. Vengono etichettati come “schizzinosi”, “bamboccioni”, “sfigati” perché impiegano troppo tempo a laurearsi, non accettano il primo lavoro propostogli ed esitano a lasciare la casa dei genitori. Vengono bollati come pigri, sfaticati, non abituati al lavoro.

Dall’altra parte, poi, si è insinuata una propaganda più subdola, che lusinga i giovani con l’obiettivo, tuttavia, di disinnescarne qualsiasi velleità rivoluzionaria. Ecco, ad esempio, il mito della “Generazione Erasmus”, nonostante il 95% dei giovani italiani non abbia mai studiato né lavorato all’estero, e le storie di successo dei “cervelli in fuga”, inserite in un flusso che se da un lato distorce la realtà, omettendo di citare i casi di italiani rimasti intrappolati in impieghi malpagati a Londra e Berlino, dall’altro alimenta il circolo vizioso della rassegnazione e dell’impotenza. Rimangono, infatti, in pochi a pensare di poter incidere sulle sorti del Paese; i più vagheggiano invece una svolta personale all’estero. L’emigrazione come costrizione, non come scelta, un presagio cupo che passa per la testa di almeno un giovane italiano su quattro (ben al di sopra della media europea).

I millennials sono anche vezzeggiati con l’appellativo di “generazione più istruita di sempre”, ma, allo stesso tempo, si domanda loro di sacrificarsi, di essere flessibili e di ripensarsi per non soccombere alla nuove sfide del mondo globalizzato, un eufemistico giro di parole per indurli a tollerare passivamente contratti precari, salari indegni e diritti al ribasso. Si esalta la loro creatività e capacità di innovazione, invitandoli a mettersi in gioco fondando start-up, perché “la cultura del posto fisso [..] ha distrutto una generazione”, eppure il 90% delle start-up è destinato al fallimento.

Qualora, invece, i giovani intendessero ribellarsi allo status quo, il nemico contro cui scagliarsi viene opportunamente calato dall’alto: i “vecchi”. Il conflitto generazionale diventa una comoda cornice entro cui interpretare le storture della società, un velo dietro il quale la classe dirigente occulta una realtà ben più complessa. I padri e i nonni, che spesso hanno rappresentato l’unico riparo dai tagli al welfare state, sono sbattuti al tavolo degli imputati, mentre resta impunito l’1% più ricco della popolazione, che in Italia si è accaparrato il 25% della ricchezza nazionale attraverso 30 anni di trasferimenti di capitale, favoriti da una politica compiacente verso la finanza ma punitiva verso i redditi da lavoro.

In questo modo, non sorprende che ai giovani rimangano pochi strumenti per combattere. Alcuni si rifugiano illusoriamente nel clicktivism, ovvero in campagne di sensibilizzazione a suon di hashtag, che costituiscono tuttavia una forma di partecipazione politica sconfitta in partenza, perché accetta le stesse regole delle campagne pubblicitarie e del mercato.

Altri ancora, come i ragazzi della Generazione Z, nata a ridosso del 2000, la prima a essere cresciuta con la crisi economica e l’insicurezza sociale, non sembrano nemmeno riuscire a immaginare un mondo diverso e accettano con ineluttabilità quanto gli aspetta: l’83% è ormai disposto a svolgere un tirocinio non retribuito dopo la laurea e l’82% a trasferirsi pur di lavorare.

Eppure, nel corso degli ultimi mesi, negli Stati Uniti, in Francia e in Gran Bretagna, i giovani – quando si sono impegnati politicamente – hanno dimostrato di possedere la forza per dettare l’agenda e imprimere un cambiamento significativo al proprio Paese.

Negli USA, dove i millennials hanno ormai eguagliato numericamente i baby boomers e superano il 30% dell’elettorato potenziale, Bernie Sanders è stato inaspettatamente accreditato come il principale avversario dell’establishment nelle primarie democratiche e ha raccolto più voti di Clinton e Trump messi insieme, se consideriamo il voto degli under 30.

In Francia, nonostante i media mainstream non abbiano mancato di magnificare l’europeismo giovanilista di Macron, è stato al contrario Jean-Luc Mélenchon il candidato presidenziale preferito dai giovani, in particolare da chi ha fra i 18 e i 24 anni, una spinta che è risultata decisiva per trascinarlo a poche migliaia di voti dal ballottaggio.

In Gran Bretagna, infine, l’exploit di Jeremy Corbyn non sarebbe avvenuto se non fosse stato per la grande mobilitazione giovanile: nella fascia d’età compresa fra i 18 e i 34 anni il laburista supera ampiamente il 60% dei consensi.

E in Italia? I millennials sono più di 11 milioni, se si unissero, sarebbero il primo partito italiano e – al netto delle differenze che li separano al loro interno – avrebbero un’infinità di diritti in comune da rivendicare: introduzione di un salario minimo, stipendio equo e proporzionato al titolo di studio, soppressione della precarietà e stabilizzazione dei contratti, sostegno economico per l’affitto e l’acquisto della prima casa, certezza di poter disporre dei requisiti minimi per la pensione almeno un decennio prima dei 75 anni attualmente prospettati, servizi pubblici di orientamento professionale, possibilità di ottenere finanziamenti agevolati per l’imprenditorialità, maggiore progressività delle tasse universitarie, incentivi per l’accesso alla cultura, e soprattutto il diritto a non dover emigrare per realizzare i propri sogni.

C’è un senso comune trasversale ai giovani italiani: adesso spetta a loro cogliere l’occasione e scegliere se affondare nella rassegnazione o ribellarsi.

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