Roma – Barcellona 3-0. Cronache di una serata epica

La mia compagna è a cena con amiche e io siedo al tavolo davanti alla tv, da solo. Non c’è la frittatona di cipolle ma una pasta aglio, acciughe e robiola, mangiata col mestolo di legno direttamente dalla padella; la familiare di Peroni gelata troneggia in mezzo al tavolo; su mutande e rutto libero sorvoliamo. Visto il 4-1 dell’andata non solo non avevo preso in considerazione l’ipotesi di andare allo stadio ma nemmeno mi era venuta voglia di fare 300 metri per andare al pub vicino casa. Devo ammetterlo, non ci credevo, non credevo nella remuntada, non credevo di poter assistere ad una delle più grandi imprese sportive dell’ultimo ventennio, e per prevenire la delusione avevo deciso di isolarmi così da non dover guardare in faccia nessuno al novantesimo minuto. Perché solo chi tifa Roma sa cosa vuol dire ritrovarsi a fine partita a dire «eh vabbè, ci abbiamo creduto ma è andata così, è questo il nostro destino», il destino di chi sfiora il cielo ma non riesce mai a toccarlo.

In città però c’erano almeno 60.000 persone che non erano d’accordo con me, 60.000 che avevano comprato un biglietto per lo stadio senza sapere di aver comprato il biglietto vincente della lotteria. 60.000 coraggiosi che hanno deciso di affrontare 90 minuti di apnea durante i quali sarebbe bastato un guizzo, un colpo, una mossa geniale di Messi o Suarez per chiudere i conti e tramutare il tempo rimanente in una tanto tragica quanto inutile attesa. Ma non è andata così, è andato in scena il copione inatteso, il copione scritto da un allenatore che all’ultimo secondo ha cambiato modulo reinventando la squadra e valorizzando al meglio i singoli. Qualcosa di simile era successo anche all’andata, il Barcellona era stato a lungo schiacciato ma alla fine era riuscito a mettere in saccoccia un 4-1 bugiardo, viziato da due autogoal e da un rigore negato alla Roma. Però sai com’è, se perdi col Barcellona non puoi dir nulla e se ti lamenti sei un «rosicone», quindi tutti zitti e in fila per il patibolo, ovvero la partita di ritorno.

Torniamo però alla familiare di Peroni, alla pasta nella padella e al primo minuto di partita: pronti via! Roma-Barcellona è una samba sin da subito, i giallorossi pressano il Barça con ferocia impressionante e dopo appena cinque minuti i catalani cedono allo strapotere tecnico e fisico di Edin Džeko. Assist perfetto di De Rossi, controllo volante del bosniaco e palla in rete. L’Olimpico esplode in un grido di guerra e nel frattempo il fischiotto mi rimane strozzato in gola, mentre salto dalla sedia urlando parole poco educate nei confronti del Direttore Sportivo della Roma, Ramon Monchi. Sì proprio lui, quello che durante l’infame mercato di gennaio, per mettere nelle casse societarie qualche soldino, voleva in tutti i modi vendere il nostro numero nove al Chelsea. Ma Džeko non è stato al gioco e dell’aumento di stipendio che gli garantiva Abramovich se ne è serenamente sbattuto dichiarando: «voglio restare qui, mia moglie ama Roma, i miei figli sono nati qui e soprattutto voglio giocare la Champions». E di voglia ne doveva avere parecchia perché la partita di Džeko è stata monumentale e a tratti commovente. Novanta minuti in cui il gigante dal volto buono si è portato a spasso tutto il reparto difensivo avversario. Una notte magica in cui dall’alto del suo metro e novantatre (e dei suoi 85kg) ha ricordato l’Ibrahimovich delle grandi serate.

 

Passano i minuti, la Roma cresce e spinge, a testa bassa ma lucidamente, mentre il Barcellona risulta non pervenuto. L’impresione (corretta) è che i furbetti blaugrana non ci stiano prendendo sul serio pensando che difendere il risultato gli basterà. Ma il tiki taka sembra solo un ricordo mentre le tanto «vecchie», quanto efficaci, verticalizzazioni su Džeko e Schick mandano al manicomio i catalani che appaiono sbandati e confusi. La «fitta rete di passaggi» non si vede e Messi (ingabbiato magistralmente da Juan Jesus e Strootman) scompare dai radar. La Roma tira in porta il doppio, batte il doppio degli angoli ma soprattutto corre il doppio. Al Barça invece rimane solo il possesso palla. E nella stessa sera in cui il Manchester City di Guardiola incassa un 5-1 complessivo dal Liverpool la sensazione è che forse ci libereremo di un modo di giocare che, per quanto efficace, assomiglia più al ping-pong che al calcio.

La partita va avanti e per sentirmi ancor più fantozziano mi trasferisco sul divano gridando da solo come un invasato: è una crociata. Ogni traversone effettuato con successo dalla Roma è (almeno nella mia testa) una rivincita del calcio vero contro il calcio degli esteti. Ogni lancio lungo che arriva a destinazione è un elogio a Totti ed ogni volta che Messi sbatte il muso sul terzetto difensivo sento l’armatura del catenaccio tutta attorno a me. La realtà è che già sull’uno a zero ci credo ma non ho il coraggio di ammetterlo. Si va negli spogliatoi ed al rientro in campo il copione è lo stesso: Roma in attacco, tutto lo stadio a spingere. E il dodicesimo uomo in campo non rimarrà deluso quando Džeko, innescato da Nainggolan, entra in area, difende il pallone come un figlio ed obbliga Gerard sexyciuffo Piqué a stenderlo: «è rigore, è rigore, è rigore». Se lo prende De Rossi, quello che all’andata ha fatto autogol. L’attesa prima del tiro è momento più lungo, se entra è tutto possibile, se sbaglia è finita. Fiato sospeso, tiro potente, mani del portiere piegate: È IL 2-0 e come mille altre volte senti i pazzi urlare dalle finestre, ma questa volta il pazzo che urla sono io e chissà in quanti mi hanno sentito. Mancano 34 minuti, sono alla terza Peroni, e tutti sappiamo che il terzo goal deve arrivare, che ce lo meritiamo e che il Barcellona stasera è un agnello in mezzo ai Lupi. Ed è così che a otto minuti dalla fine avviene il miracolo: calcio d’angolo sul primo palo, Costantino Manolas taglia l’area e con un colpo di testa firma l’editto imperiale: È 3-0. È tutto vero. Non ci credo, piango, mi butto per terra, batto le mani sul pavimento e come i 60.000 dell’Olimpico aspetto solo la fine. Il Barça si spinge tutto in avanti ma non serve a niente. Gli basterebbe un goal per passare il turno ma sappiamo tutti che non è la loro notte, è la nostra. E quando Fazio svetta di testa per buttar via un pallone pericoloso sento la voce di Caressa che dice: «arriva il pallone, lo mette fuori Cannavaro! Poi ancora insiste Podolski. Cannavaro! Cannavaro!» mentre il triplice fischio, lentissimamente, si avvicina fino ad arrivare. È fatta siamo in semifinale.

E finisce così: con i caroselli in città, col presidente della Roma che fa il bagno alla fontana di Piazza del Popolo, coi giocatori negli spogliatoi che ballano ubriachi, con gli autobus che sul display scrivono «Daje Roma» e con Džeko che si fa intervistare nel post-partita per dire: «spero che la società stasera sia contenta di non avermi venduto a gennaio». Ed io nel frattempo mi sento un bimbo felice, incredulo come Manolas dopo aver segnato il terzo goal e a dirla tutta mi sento anche un po’ come Batistuta quando nel ’99, con un goal bestiale, spaccò in due la porta del Barcellona mettendo a tacere tutto il Camp Nou.

Luci all’Olimpico. Black-out in Catalogna