Appello agli scettici: Perché ha senso Senso Comune

Secondo il «teorema della scimmia instancabile» uno scimpanzé, premendo in maniera casuale i tasti di una macchina da scrivere, riuscirà, prima o poi, a comporre la Divina Commedia. Analogamente, in un suo celebre teorema, il grande scienziato russo Ilio Lenio afferma che «se per iniziare a costruire una società giusta, si dovesse attendere che tutti gli uomini siano pronti a dar via a quest’impresa, ci sarebbe da aspettare 500 anni per cominciare».

Queste prime righe, che potrebbero sembrare una sciocchezza scherzosa, sono invece la base di un appello a tutte quelle persone che, pur seguendo la nascente esperienza di Senso Comune, mantengono delle comprensibili e legittime distanze dall’associazione. Come ho potuto constatare, parlando con molti amici già politicizzati, i mal di pancia verso i discorsi portati avanti da Senso Comune hanno diverse cause: c’è chi mal vede il populismo tout court; c’è chi soffre della recisione identitaria con le culture politiche attualmente esistenti; c’è chi percepisce pressapochismo e scarse capacità di analisi teorica; c’è chi gli vengono le bolle a sentir parlare di patria; c’è chi: «gli Stati Uniti d’Europa oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente».

Escluso l’ultimo sono tutti motivi legittimi, ma lo sono solo se si analizza Senso Comune su un piano puramente esteriore. Al contrario aderire a Senso Comune non è né una sottoscrizione in bianco né un salto nel buio. Per rendersene conto basta andarsi a vedere gli interventi dell’assemblea fiorentina, oppure le conclusioni approvate dall’assemblea stessa, o ancora l’articolo pubblicato sul blog che racconta la giornata. Inoltre, pur essendo un’associazione neonata, a Firenze eravamo tanti e tanto giovani, con tutte le potenzialità e i limiti del caso.

Aderire a Senso Comune vuol dire discutere di lotta alle disuguaglianze. Vuol dire provare a ricostruire una cultura di massa vitale, che si opponga alla putrescente mitologia neoliberista. Vuol dire parlare di come ampliare e dare nuova linfa al welfare italiano. Vuol dire tornare a parlare di mercato regolato dallo stato. Perché sì, per Senso Comune il liberismo che abbandona le persone nel buio della solitudine e dell’indigenza è pura barbarie. Ma soprattutto aderire a Senso Comune vuol dire tornare a porsi il problema del governo. Senso Comune vuole rompere col minoritarismo e vuole espugnare le istituzioni. Ci vorrà tempo e non è detto che ci riusciremo, ma è quello che vogliamo fare, perché se non si governa non si può fare niente o quasi.

Aderire a Senso Comune vuol dire parlare di patria, sovranità e democrazia. E non perché siamo «populisti, fascisti, cattivisti, rossobruni, razzisti, merdacce ecc. ecc.». Diciamolo con laicità e senza bava alla bocca: parlare di patria, sovranità e democrazia è semplicemente una delle condizioni necessarie per far sì che l’Italia torni ad autodeterminarsi. Ad oggi l’Italia è commissariata politicamente ed economicamente. E quando sei commissariato non c’è molta differenza fra te e una colonia. E siccome a nessuno piace il colonialismo ottocentesco, di conseguenza a nessuno dovrebbe piacere il neocolonialismo di marca tedesca.

Di questo vogliamo discutere, e il fatto che se ne voglia parlare in una cornice populista è semplicemente necessario. Abbiamo bisogno di costruire un nuovo spazio di emancipazione. Abbiamo bisogno di costruire un nostro linguaggio e un nostro modo riconoscibile di comunicare. Abbiamo bisogno di non essere confusi neanche per un secondo con D’Alema, Prodi, Amato, Bersani ecc. ecc. ecc.

In sintesi abbiamo bisogno di un partito serio, che sappia comprendere e criticare le sofferenze sociali e che al contempo sappia indicare soluzioni radicali e realizzabili. Ma soprattutto dobbiamo rendere comprensibili a TUTTI le nostre analisi teoriche. Per fare questo servono tante energie, e ancor di più serve il coraggio di mettere in discussione parte delle nostre convinzioni e delle nostre biografie politiche. Tutto sommato mi pare che di motivi per dare fiducia a Senso Comune ce ne siano abbastanza. Al contrario, sperare che dal magma informe della società emerga magicamente il partito dei nostri sogni è un po’ come mettere lo scimpanzé davanti alla tastiera aspettando che davvero scriva la Divina Commedia. Anzi, peggio, è come aspettare che scriva il nostro libro preferito, perché ognuno vorrebbe vedere emergere il suo partito ideale già bello pronto e impacchettato.

Senso Comune è un progetto in divenire, un progetto che vorrebbe evitare di aspettare che lo scimpanzé di cui sopra scriva per caso la Divina Commedia: le scimmie potranno forse avere pazienza, gli uomini e le donne certamente no.

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