L’anomalia della sinistra italiana, tra scissioni e remix

Com’è possibile che la sinistra italiana, un tempo la più grande e ispiratrice sinistra europea, sia diventata la più ininfluente del continente? Come mai è proprio l’Italia il paese europeo in cui progetti nuovi e coinvolgenti non riescono a nascere?
Sono domande a cui varrebbe la pena di dedicare uno studio serio.

Lo spettacolo di sé che la sinistra italiana sta dando in questi mesi, ma più in generale negli ultimi dieci anni, impone una riflessione, comunque si sia schierati in vista delle prossime elezioni politiche. Gramsci era convinto che la riduzione della politica al terreno elettorale fosse la prima spia di una sua crisi organica. Da dieci anni la sinistra italiana non fa altro che provare a ricostruirsi sul terreno elettorale. Senza riuscirci. Anzi, andando incontro ad avvitamenti sempre più paradossali. Perché? Si possono fare delle ipotesi, che andranno però approfondite.

La prima è che ad essere determinante sia il fatto che la sinistra italiana, tra le sinistre ‘radicali’ europee, è l’unica che ha governato. Quando ha vinto le elezioni Tsipras non aveva mai governato, così come Podemos e Corbyn nel momento in cui si sono affermati. Anche la destra, quando governa, delude i suoi elettori. Ma solleva molte meno aspettative. Il voto alla destra è quasi sempre un voto di conferma dell’ordine sociale e dell’egemonia esistenti (che sono cose diverse e più vaste dalle politiche vigenti in una certa fase storica). La sinistra si afferma attraverso la contro-egemonia e il conflitto promettendo cambiamenti profondi e visibili. Deve fare sempre un lavoro più difficile, e non può deludere le aspettative. Quando le delude, la disillusione dei suoi elettori è quasi definitiva.

È per questa ragione che dalle forze che hanno governato con Prodi non è mai potuto nascere un nuovo progetto politico. La crisi non superata della sinistra italiana comincia lì. A ciò va aggiunto che quando la sinistra radicale ha contato, ha fatto troppo poco per non essere percepita come una “casta di sinistra”. Non si è smarcata abbastanza dall’immagine del ceto politico privilegiato e supponentemente sconnesso dalla realtà.

Il secondo problema può riguardare un ciclo più lungo. Tutte le forze attualmente collocate alla sinistra del Pd sono figlie della storia del Pci: sono scissioni dal partito erede del Pci e scissioni di queste scissioni. Può essere che quel ciclo politico sia semplicemente finito? Che sia troppo lontano nel tempo per comunicare agli elettori qualcosa che riguarda il presente? Quella storia è finita ma è ancora viva e pesa, questo è il paradosso: quella eredità ha lasciato alla sinistra italiana l’istinto di doversi continuamente accreditare come forza affidabile, iper-istituzionale, non pericolosa per le élite. Per questo è stata completamente impossibilitata a interpretare le fratture centrali della politica contemporanea, quelle tra basso e alto, esclusi e inclusi, insider e outsider del sistema politico.

Quali sono, invece, le condizioni che in altri contesti europei ed extra-europei hanno favorito l’emergere di nuovi progetti e nuovi leader come France Insoumise, Podemos, Corbyn, Sanders? Prima di tutto, come detto, il fatto di non aver governato (se non, nel caso di Melenchon, molti anni fa e con Jospin, esperienza di governo un po’ diversa da quelle di Prodi, Monti e Renzi). Secondo, il fatto di aver avviato qualcosa di nuovo e di non aver ‘remixato’ i partiti esistenti.

Ci sono poi fondamentali condizioni di contesto che favoriscono l’emergere di nuove forze: il fatto che un paese sia colpito contemporaneamente da un crisi politica e una crisi economico-sociale, che delegittimano le élite esistenti; la consequenziale presenza di una forte mobilitazione collettiva che costruisca nuove identità collettive; la forte presenza mediatica di un leader o di un gruppo; l’essere outsider del sistema politico esistente, o il fatto di poter giocare da dentro il ruolo dell’outsider (Sanders, Corbyn); la possibilità di attingere a una rete estesa di attivismo e militanza, soprattutto giovanile, portatrice di nuove pratiche e identità.

In tutti i contesti in cui si sono sviluppati nuovi progetti politici erano presenti almeno tre di queste condizioni. In Italia è per ora presente solo l’ultima. Il problema è quindi soprattutto quello di costruire alcune delle condizioni mancanti, quelle su cui si può agire (la mobilitazione collettiva e la visibilità mediatica di nuove figure), in direzione di quello che sarà il momento decisivo della politica italiana. Questo momento non saranno le elezioni, ma il dopo-elezioni.

Dalle elezioni politiche emergerà con ogni probabilità una situazione di caos, di crisi strutturale del sistema politico e di molti dei suoi attori. Ciò che si fa ora deve essere funzionale a poter agire in quel contesto, lavorando sulle condizioni per ora mancanti all’invenzione di un nuovo progetto: quindi guardando per una volta avanti, strategicamente, con la mente rivolta alla futura probabile crisi, alle europee del 2019 e a possibili nuove elezioni politiche.

 

Pubblicato su il manifesto il 2/12/2017. 

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