Messaggio lento ai piè veloci d’Europa

Sui Social Network, ho scoperto qualche tempo fa una realtà interessante: esistono quasi più gruppi di italiani all’estero che gruppi di cucina e di lavoratori organizzati. Vi è un gruppo di migliaia di persone per ogni minuscola cittadina, e in ciascuno di essi si trovano molti racconti, video ironici e grandi foto nostalgiche.

Ci sono stata anche io fra quelle persone in fuga, ho meditato a lungo se rimanermene a vivere in Germania, ma poi qualcosa mi ha richiamata indietro; il bisogno di essere compresa, credo. Quando arrivai mi ero portata il necessario per starvi due anni senza tornare; a casa mi si diceva: i giovani devono farsi strada. Già, ma qualcuno si è mai domandato come si fa a percorrere una strada dove i cartelli sono scritti in un’altra lingua e i compagni di vita  invisibili o dispersi per altri viottoli d’Europa? Come si fa a chiedere indicazioni se le parole restano appese in bocca, per poi cader fuori in un balbettio confuso, quando il primo passante ha ormai voltato le spalle?

La strada è deserta e quel viaggiatore non sembri più tu. Qualcuno si è mai chiesto cosa vuol dire a 26 anni non poter rivelare a una persona amica le difficoltà che stai vivendo perché assomiglierebbero, con la vastità lessicale che possiedi, ad un’espressione assurda come: “Sì Karl a me manca casa e questa musica è un po’ freddina”?. Non se lo chiede nessuno. Andare all’estero ha il sapore esotico di una vacanza per i nostri giornali e se poi vuoi rimanere in Italia, ti aspetta invece l’eroica avventura del lavoro flessibile.

Ci vorrebbero pieghevoli e sempre pronti a saltare in piedi all’ultimo minuto, come i vecchi giocattoli di legno caricati a molla. Ci vogliono disposti a partire col primo treno per fare una supplenza, per rimpiazzare qualcuno che manca temporaneamente o anche solo per servire un paio di sere ai tavoli d’una pizzeria in centro. No, non si tratta di rinunciare a una cena, di dover comprare il biglietto del treno o di dover passare un fine settimana lontano da casa. Si tratta bensì di non sapere se vale la pena appendere il quadro che ami alla parete della camera; se ha senso comprare una poltrona colorata, avere una pianta o un gatto. Già, perché il gatto dove lo lasci, se devi andartene tra sei mesi e non sai se il contratto ti sarà rinnovato? E la poltrona che senso ha comprarla? Nel caso in cui dovessi traslocare sarebbe solo d’ingombro. Per non parlare del quadro, ti toccherebbe poi rintonacare il muro, e la pianta rimarrebbe a seccare sul davanzale freddo della finestra. Un po’ stupefatto sei ancora lì, in una spoglia camera singola, ad aspettare la chiamata, dopo anni di studi o forse di lavoretti qua e là. Il tuo compagno ha trovato lavoro da un’altra parte, oppure sei tu ad aver detto addio a qualcuno per partire.

L’unica saggia è la tua amica in perfetta forma, che ha deciso fosse più logico non vincolarsi e comprarsi un pesce. Non è una gita fuori porta questa precarietà della vita a cui ci hanno costretto, è una condizione avvilente, che a volte ti lascia ore sveglio a rigirarti inquieto nel letto, senza riuscire a prendere sonno. Dicono sia tutto per un breve periodo, ma allora perché così spesso sentiamo mancarci il respiro e l’unica freschezza è il sollievo d’una birra a fine giornata?

Ho visto molti amici agitarsi per ottenere l’ennesimo tirocinio, scoraggiati e pieni di sensi di colpa, magari per non aver fatto in tempo a presentare domanda entro una qualche scadenza. Ci hanno abituato a pensarci colpevoli di tutto questo. Troppo lenti, fuori corso, sofisticati e rigidi, quando invece bisognerebbe piuttosto stare al passo con i tempi, rinnovarsi, cambiar pelle e andare leggeri là dove il mercato porta. Forse qualche volta dovremmo provare a rimanere fermi, battere un pugno ostinato sul tavolo e pensare che non si ha scelta finché non decidiamo di averne il diritto. Nell’Europa veloce ci sono stata: i giovani sono fuori corso quanto noi, non lavorano tutti 12 ore al giorno come si vocifera e sono preparati ed efficienti proprio come lo sono i bravi ingegneri e panettieri italiani. A tutti i paladini della flessibilità e dell’Europa a due velocità vorrei che i tanti genitori riuscissero a dire assieme alla mia generazione poche parole lente:

La colpa non è nostra!

La vita non è un regalo che ci avete concesso e l’acceleratore si è rotto.

 

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