TIMando un bacio, nonna!

È molto simpatico il video di Casa Surace sulla festa dei nonni che sta girando sulle bacheche. Meridionali fuorisede che chiamano le nonne per dire loro che sono vegani. Le reazioni sono esilaranti e commoventi. O perlomeno io, che nonni non ne ho più, ho riso e mi sono commosso nell’immaginare simili reazioni nel mio contesto familiare.

Alla fine del video, il logo TIM ci fa capire che si tratta anche di uno spot per la principale compagnia telefonica del paese. Negli anni ’90, TIM nacque e si sviluppò sulle strutture e sulle competenze di Telecom Italia, erede diretta della SIP, ovvero dell’azienda pubblica statale delle telecomunicazioni, costruita in decenni con i soldi dei cittadini.

Per capire TIM oggi: dal gennaio 2016, 30mila dipendenti hanno dovuto accettare un contratto di solidarietà, con orari ridotti e stipendi decurtati, facendo risparmiare all’azienda 55 milioni di euro, mentre il dg Cattaneo è andato via dall’azienda con una liquidazione di 25 milioni di euro.

Il video nasconde dunque un meccanismo un po’ perverso: le stesse aziende che con i loro comportamenti e le loro politiche minano alla base i meccanismi di riproduzione della vita di paese, di piccola provincia, di retaggio culturale (ma non più economico) contadino o piccolo borghese, utilizzano quell’immagine per penetrare più a fondo in un contesto emotivo (nonne, nipoti, cibo familiare, emigrazione, ecc.) che è anche un enorme bacino di utenze potenziali.

È così che tanti poteri (economici, politici, ecc.) garantiscono la propria legittimazione. Se TIM costruisce la propria immagine sull’asse nonne-nipoti-Italia tradizionale, gli risulta più facile mettere in ombra una realtà fatta di call center con sedi all’estero, contratti che si giocano in punta di clausole e scritte minuscole (incomprensibili proprio ai nonni), assensi impliciti e costi aggiuntivi, malfunzionamenti e ritardi, ridimensionamenti del personale e buonuscite faraoniche.

Combattere questi meccanismi di legittimazione è impossibile sul piano individuale: il cliente insoddisfatto non trova con un’altra compagnia un trattamento migliore, il dipendente ridimensionato ha sempre meno appigli. Sul piano collettivo è difficilissimo, ma qualche possibilità c’è, solo che non consiste nel negare la genuina risata suscitata dai bravissimi Casa Surace, né soltanto nel cercare di recuperare delle protezioni per i diritti dei lavoratori.

La difficoltà sta nel fatto che le emozioni suscitate dal video non sono a noi estranee, ma ci attraversano. Negarle è impossibile sia sul piano simbolico (chiunque voglia legittimamente affermare “io odio i nonni” non può aspettarsi di trovarsi in una maggioranza di persone), che su quello pratico (anche se “odio i nonni” dovrò trovare un modo per telefonare).

Si tratta, secondo me, di trovare nelle stesse emozioni del video le ragioni di un diverso senso collettivo: se davvero vuoi bene a mia nonna, smettila di tempestarla di telefonate nel primo pomeriggio promettendole piani telefonici ingannevoli; se davvero ci tieni a mio nonno, non minacciare la sua serenità licenziando mia madre e offrendo a me un contratto precario.

Agli amici ed amiche che sorridono quando parlo di Senso Comune, provo qui a dire che – per me – di questo si tratta. Scusate il papiello (e viva le nonne!)

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