Sul coraggio e i giovani giornalisti. Lettera a Barbara Palombelli

Gentile Barbara,

riferendomi alla sua breve intervista su Io Donna, le vorrei tanto raccontare il giornalismo dei giovani senza coraggio.

Prima di tutto, non sono neppure certa di essere giovane. Anagraficamente: 36 anni fra pochi giorni e due figli, insomma, non proprio una novellina. Ma dati i riferimenti a Mieli, Scalfari e Mentana, se prendiamo per giovane ciò che è sotto quelle generazioni, allora mi definisca pure giovane. Se parliamo piuttosto di esperienze professionali, non mi definirei giovanissima. Da dieci anni, arrancando, faccio questo mestiere, che a quanto pare coincide con il suo, nel gran calderone che questa definizione raccoglie.

La mia storia, certo molto simile a molte altre che avrà già sentito, non ha nulla di eccezionale. Ho iniziato anche io con la gavetta, non con la scuola di giornalismo. Sono stata una degli ultimi fortunati a cui la categoria (e non una nostra scelta) ha concesso di imparare il lavoro facendolo e non studiandolo. A dirla tutta, ero affascinata dal mestiere alla Barzini sin da ragazzina. Sono dunque finita a lavorare per qualche anno nella redazione di un quotidiano nazionale quasi per caso, assunta senza agganci, praticamente un miracolo. Ovviamente ho dovuto combattere perché mi venisse riconosciuto almeno un risicato stipendio, ma mi andava bene fare quello e un altro lavoro (alle sei di mattina) pur di darmi questa opportunità. Senza santi in paradiso, se lo faccia dire, fare questo mestiere non è facile.

Ho anche avuto l’ardire di fare figli a 29 anni: un bel rischio, come tutte le giovani madri oggi sanno, perché il mondo è cambiato e la verità è che veniamo catapultate fuori da un sistema lavorativo che non fa sconti. Cercare un nuovo lavoro da neo madre – nel mio caso di due gemelli – ha significato non trovare alcun lavoro che mi pagasse abbastanza da far quadrare il cerchio. Un po’ prevedibile, è vero: infatti non sono una coraggiosa, forse sono solo incauta. A quel punto, vista la situazione, mi sono trasferita all’estero con il mio compagno e due bambini di dieci mesi. Prima in Ecuador, poi in Inghilterra, dove ad oggi risiedo. Lavoro come freelancer da lì, eppure la mia professione la faccio arrancando, lo ammetto senza vergogna.

I colleghi giornalisti, mia cara Barbara, in Italia non pagano, è risaputo. Mi si offrono collaborazioni, pseudo corrispondenze fisse, per 25 euro ad articolo, che purtroppo a malapena coprirebbero gli spostamenti in treno e metropolitana. Per fortuna mi salvano delle collaborazioni occasionali con media stranieri, che pagano cifre dignitose. Certo non sono una di quelle che lei definirebbe “giornalista realizzata”. Eppure negli ultimi due anni ho scritto un libro d’inchiesta. Ho fatto un master in giornalismo alla City University. Ho vinto una borsa di studio del Rory Peck Trust. Ho vinto anche un finanziamento giornalistico dell’European Journalism Centre come project manager di un progetto sulla parità di genere e il calcio femminile, che porterà me e il mio team in Gambia, Brasile e Stati Uniti. Accumulo piccoli, sudati successi nella totale e assoluta precarietà professionale. Lei dirà “bene, brava”. Invece no, cara collega. Perché se domani mi ammalassi, chi mi pagherebbe mentre sto a casa a curarmi, e devo mantenere i miei figli? Che ne dice, dovrei spingere di più? Forse. Eppure, non ho il tempo di dedicarmi anima e corpo alla professione che amo, e che sempre più spesso vedo svilita, perché a volte per far quadrare i conti devo perdere le mie giornate a fare ricerche di mercato per una multinazionale inglese.

Questo è il mondo di chi oggi sceglie di fare questo mestiere e cerca di farlo al meglio. Immagino abbia notato che, soliti noti a parte, nelle redazioni e fuori dalle redazioni ci sono schiere di giovani giornalisti che vivono in condizioni di precarietà, difficoltà economiche, sfruttamento professionale. Non è il coraggio, a mancare.

Mi piacerebbe tornare in Italia e poter lavorare nel mio Paese. Far crescere anche i miei figli nel posto che io chiamo casa e che per loro è solo il luogo delle vacanze estive. Vorrei far capire loro che ancora abbiamo tanto da imparare, da vedere, da sognare anche lì, nella terra dei loro genitori. Invece no. Gli anni all’estero hanno cancellato le possibilità di rientro. Se mando un curriculum, puntualmente cade nel vuoto: ho davanti un muro. Ovviamente non vale solo per me: solo una manciata dei giornalisti che conosco in Italia vivono in condizioni professionali decenti.  Conosco poi giornalisti italiani che fanno i cronisti di guerra e in Italia non riescono a pubblicare una riga, mentre i loro articoli escono in prestigiosi giornali internazionali. Di certo converrà che a loro il coraggio non manca, no? Quindi, cortesemente, quando lei vanta il suo presente da conduttrice di “Forum” e il suo passato da cronista, ci vada piano. Sparare nel mucchio non fa onore, soprattutto se chi parla è in una posizione privilegiata. Quelle sue poche righe rivolte ai giovani liquidano una categoria con perentorietà, come se davvero il problema fosse che il web non sforna eccellenze e le scuole di giornalismo neppure, e via. Come se il problema fosse davvero, o solo, la mediocrità. Invece, come ci insegna Shakespeare, “vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. Il cuore della questione è molto più complesso: per questo il suo giudizio sferzante non mi annichilisce, ma mi offende.

La saluto,

Mariangela Maturi

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