Dalla CEE alla UE: cosa c’è da festeggiare?

Il 1 novembre ricorre l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht (1993) che ha dato luogo all’Unione europea (sostituendola alla CEE). A marzo 2017 ricorrevano 60 anni dalla firma del Trattato di Roma (1957), che ha dato luogo al processo di integrazione europea. Mentre i rappresentanti degli Stati membri si sono riuniti nella capitale italiana in una cerimonia inevitabilmente celebrativa, in piazza si sono visti diversi cortei: la piattaforma Eurostop, su posizioni nettamente anti-UE e anti- NATO raggiungeva circa 10 mila partecipanti. Più o meno il doppio della iniziativa La Nostra Europa, collocata su posizioni assai più tenui, tanto da non disdegnare di marciare con personaggi quali Mario Monti e Gianni Pittella[1]. Sondaggi diffusi nel 2016 mostrano un euroscetticismo crescente, fino ad arrivare alla soglia del 50% della popolazione interessata (71% in Grecia, 61% in Francia[2]). Mai è stata diffusa una avversione così forte verso l’UE nei paesi europei.

Ma per capire il perché occorre vederne l’evoluzione interna.

Il trattato firmato nei anni Cinquanta coinvolgeva solo sei paesi, e in modo abbastanza lieve; venivano messe in comune solo alcune competenze degli Stati, senza sfiorare quelle ritenute centrali per il loro funzionamento. Incidentalmente, nonostante la retorica pacifista che viene tirata in ballo ogni volta che si parla dell’unità europea, niente di esso ha impedito che si sviluppassero autonome politiche militari e di difesa, ed infatti l’alleanza atlantica (NATO) sotto l’egemonia USA non ha avuto nessun problema a collocare basi ed armamenti nucleari nei paesi CEE. Sostanzialmente la comunità europea dell’epoca era un foro per la collaborazione dei paesi membri, sotto il vigile controllo del gigante statunitense nello scacchiere della Guerra Fredda, con una propensione ad un aumento del commercio e una condivisione delle risorse di acciaio e carbone; per il resto le politiche economiche interne rimanevano sotto il saldo controllo dei governi nazionali che, incalzati dalla minaccia comunista, miravano a quello che è oggi un ricordo lontano: il pieno impiego. Ossia perentuali di disoccupazione ridottissime.

Da allora non solo vi è stato un allargamento fino alla quasi totalità dell’Europa occidentale, con 28 membri (27 contando il Brexit: gli inglesi non hanno mai amato il processo di integrazione) e una fortissima crescita di competenze e funzioni degli organi della UE (Commissione e Consiglio, con l’europarlamento nella veste del parente povero), ma da una vera e propria svolta nelle politiche economiche. Una svolta verso il neoliberismo.

In evidente sintonia con l’evoluzione mondiale, tale assetto assunse una direzione molto netta dagli anni Ottanta, in specie fra il 1986-1992. La marcia verso l’Unione europea sarebbe stata scandita dal Libro bianco di Jacques Delors che (collaborando, lui socialista francese vicino a Mitterrand, con l’ex ministro brittanico del partito della Tathcher A. Cockfield…) portò alla liberalizzazione di decine di settori per la realizzazione del mercato unico europeo.

Fra il 1993-2008 nell’ambito disegnato dal Trattato di Maastricht (15 paesi) che presto si sarebbe allargato in maniera abnorme (+10 paesi nel 2004, +2 paesi nel 2007 ed infine la Croazia) si profila un vero e proprio regno del mercato liberista. La sua specificità è di non rinunciare ad un interventismo statale (differentemente da quanto il liberismo classico prescrive) che non si proietta sull’economia in sé ma sulla società per costruire le condizioni del mercato e della concorrenza. Si vede quindi un paradossale strabismo per il quale per esempio agire direttamente su tariffe di servizi  non va bene, ma sulle condizioni della concorrenza non solo si deve, ma lo si fa con una puntigliosità asfissiante. Il presupposto di fondo è che alla fine i benefici arriveranno a tutti, non attraverso un diretto intervento statale ma dai meccanismi economici in sé, dalla crescita generata dall’efficienza dei mercati ecc.

I caratteri che si sono definiti in questi anni sono i seguenti.

  • Una crescita delle competenze europee che fanno capo a Commissione e Consiglio. Essi sono completamente dominati dalla volontà dei governi nazionali (ma qualcuno pesa più degli altri..) e potentemente influenzati da un esercito di lobbisti annidati in ogni ganglio del processo decisionale.
  • Tasse e welfare ancora di competenza degli Stati (nessuna redistribuzione dei più ricchi a favore dei più poveri, salvo i famosi “fondi europei” che assomigliano più a premi per i più bravi che misure di solidarietà reale) in una logica di competizione reciproca.
  • Moneta (euro adottato fra il 1999-2002) creata grazie ai famosi “sacrifici” e saldamente gestita dalla BCE, che mira solo alla stabilità dei prezzi.
  • Costruzione delle strutture di base per la finanziarizzazione dell’economia, pioggia di privatizzazioni.

Era stata costruita una vera e propria gabbia d’acciaio. Chi lo aveva capito fin troppo bene lo aveva detto esplicitamente. Uno degli architetti di Maastricht avrebbe ammesso poco dopo:

“L’Unione europea implica la concezione dello “Stato minimo”, l’abbandono dell’economia mista, l’abbandono della programmazione economica, la ridefinizione delle modalità di composizione della spesa, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi.”

E nel 1998 il presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, avrebbe francamente ammesso che i governi avevano abdicato ai loro poteri in aree fondamentali, preferendo il “permanente plebiscito dei mercati” rispetto al “plebiscito delle urne”.

I risultati erano già pienamente visibili alla fine degli anni Duemila. Gli effetti, così giganteschi da non poter essere più ignorati: uno era la “moderazione salariale”. Mentre la quota-salari in Italia (la fetta di PIL che va in retribuzioni salariali) prima di Maastricht oscillava fra il 66-70% del PIL, immediatamente dopo il 1992-93 crolla verso il 56-60%[3] come si vede:

Il secondo era una crescente divergenza fra centro e periferia europea, con un crescente indebitamento di famiglie e imprese. Un aspetto che al volgere del decennio sarebbe stato dirompente.

La crisi economica mondiale segna un ulteriore sviluppo nella storia europea. La crisi dei debiti sovrani (dal 2009) vede un deciso processo di mutazione istituzionale, per lo più ignoto al grande pubblico. Con gli atti di prevenzione della crisi[4] si elabora una complessa liturgia istituzionale per metter i bilanci sotto controllo delle istituzioni comunitarie. Queste vedono il deciso protagonismo dei governi (scavallando allegramente i propri parlamenti nazionali) accanto agli alti gradi di funzionari non eletti che costruiscono una governance postdemocratica, accanto ai vigili rappresentanti dei “poteri forti”[5]. Si tratta del solito gioco delle tre carte: i governi mandano i propri rappresentanti a Bruxelles che cucinano le mannaie liberiste che gli stessi hanno buon gioco a far ingoiare ai loro elettorati perché “lo vuole l’Europa”. Con il nuovo controllo dei bilanci lo spazio di manovra delle istituzioni parlamentari è ristrettissimo. Un esempio è la Loi travail della presidenza Hollande in Francia, che ha caparbiamente imposto tale provvedimento contro i lavoratori fra il dilagare delle proteste, quando alle spalle le pressioni europee per agire in tal senso erano significative [6].

Con le istituzioni di gestione della crisi si gioca pesante. Gli sfortunati paesi che capitano sotto la Troika (Commissione, BCE, FMI) fanno un po’ la fine dei paesi poveri negli anni Ottanta: vengono loro prestati i soldi con cui rimpinguare le perdite delle banche straniere (che hanno prestato un po’ imprudentemente) in cambio di “generosi” consigli su come “ci si deve comportare” (comprimere gli stipendi e privatizzare, tagliare la spesa sociale e simili), per ritrovarsi indebitati con le istituzioni finanziarie. Così mentre il paese di turno (tipo la Grecia) è ridotto un po’ al ruolo di slot machine al servizio degli investitori internazionali, questi possono contare sul servizio di “recupero crediti” istituzionale che passa all’incasso (col proverbiale manganello nascosto nel giornale) per far sputare i soldi. Si calcola che dei miliardi “generosamente” prestati ai greci sono tornati (o rimasti… in effetti non hanno fatto tanta strada) nei forzieri delle banche franco-tedesche circa il 90% degli… aiuti[7] (ma i cittadini ellenici dovranno ripagarle tutte…).

Dove va l’Unione, che appare un condominio in cui nessuno si fida più degli altri, sempre più segnata dallo strapotere della Germania e con gli estremismi in crescita? La sfida fra nazionalismi di governo, tecnocrazia europea (gruppi in dissenso ma strategicamente convergenti) e movimenti identitari avidi di cibarsi dei voti del cadavere dei bei sogni europei è aperta (con gli idealisti del progressismo europeista come meri elementi esornativi). Occorrono forze apertamente critiche come la France Insoumise o Podemos per rivendicare l’emancipazione sociale di base. Prima che il degrado acceleri verso ritmi irreversibili: la crisi non è finita e il mefitico morbo della finanziarizzazione che ha contaminato economia e società non è stato nemmeno affrontato, seminando rischi di nuove bolle ovunque (banche, debiti studenteschi e simili…). Dal 2012 è la BCE di Draghi che di contro ai borbottii tedeschi ha tenuto su l’eurozona spargendo liquidità e piene mani sulle banche, senza far ripartire una vera crescita; quando lascerà l’incarico magari ad un collega dall’accento tedesco che succederà?

Allacciamo le cinture, è meglio.

 

[1] Dal profilo FB de La Nostra Europa: “25 marzo CORTEO LA NOSTRA EUROPA concentramento ore 11:00 a Piazza Vittorio corteo fino al Colosseo.”

Al Colosseo convergerà anche LA MARCIA PER L’EUROPA che si concentrerà alle 11:00 alla Bocca della Verità. https://www.facebook.com/pg/Lanostraeuropa/about/?ref=page_internal

La lista dei partecipanti della marcia filo-UE, governativa e assai schiacciata sui poteri forti europei è qui: http://www.marchforeurope2017.eu/wp-content/uploads/2017/03/List-of-personalities-in-March-for-Europe.pdf

La Nostra Europa ha ricevuto l’adesione di moltissime realtà sicuramente meritorie e antagoniste rispetto al quadro dominante, il che aggrava anziché attenuare il fatto che un posizionamento poco netto sul tema tenda a sospingerle sul crinale di un facile buonismo cosmopolitista facilmente riconducibile nell’ambito di compatibilità col sistema dominante. Elenco qui http://www.lanostraeuropa.org/chi-siamo/ .

[2] http://www.bbc.com/news/uk-politics-eu-referendum-36471989

[3] Si veda l’articolo di F. Pastore: http://www.lavoce.info/archives/26457/la-slavina-dei-redditi-da-lavoro-dipendente/

[4] Trattasi di un complesso di misure decise fra il 2010-2013 che stabilisce un elaborato iter di controllo chiamato semestre europeo: nella prima parte dell’anno (è questo appunto il semestre) mentre la finanziaria nasce viene sottoposta al vaglio della Commissione per accertarsi che stia “alle regole”, che non sono che i famosi parametri di Maastricht.

[5] Appare sempre più incisivo il parere della BCE, i cui funzionari sono strettamente contigui al settore bancario privato e i cui parere tendono a rifletterne gli interessi e la visione.

[6] Si veda l’articolo di Thomas Fazi http://www.eunews.it/2016/07/15/loi-travail-il-ruolo-delleuropa/64545 e assai più modestamente il contributo del sottoscritto https://ilmanifesto.it/tutti-in-piedi/ .

[7] Lo sostiene fra le tante analisi una del giornale tedesco specializzato in temi economici Hendelsblatt, non certo un tempio del radicalismo dissidente https://global.handelsblatt.com/finance/germany-profits-from-greek-debt-crisis-796637 .

Condividi: