Tra Gramsci, Sturzo e Casaleggio: pillole per attivare un nuovo populismo democratico in Italia

Il ricorso al ‘populismo’, inteso come dispositivo del ‘politico’ capace di ri-attivare una massa amorfa e di costruire una soggettività, diventa una condizione di necessità nel momento in cui la più grave crisi economica e sociale dal secondo dopoguerra ha provocato la polverizzazione dei ceti medi europei e quindi una scomposizione della società lungo nuove faglie di conflitto, che ci espone a scenari radicalmente inesplorati.

La presunta contrapposizione tra forze politiche di sistema (‘establishment’) ed antisistema (‘i populismi’) è infatti tendenziosa e fuorviante. Lo spappolamento dell’impalcatura sociale europea pre-crisi sta provocando un crollo delle strutture politiche tradizionali (particolarmente evidente nel caso della socialdemocrazia), che apre lo spazio alla creazione di un nuovo ‘universo’ politico, in cui la contrapposizione fondamentale sarà sempre di più tra due populismi: uno reazionario e xenofobo (probabilmente connotato in senso cesaristico) ed un populismo-di-diverso tipo (non necessariamente ‘progressivo’).

Questo perché il populismo non è altro che il sub-strato ‘originario’ della politica in una società di massa, più o meno democratica, su cui il ‘politico’ interviene con il suo artificio per costruire una soggettività organizzata. Il regresso delle culture politiche, la frammentazione della società e la conseguente incapacità delle forze storiche di rappresentare le nuove articolazioni del sistema produttivo ci riportano ad uno stato primario e magmatico della politica. In questo contesto, chi si ponga il tema del rapporto tra dirigenti e diretti e della lotta per l’egemonia da parte di una soggettività popolare, non può eludere la necessità del populismo come unico terreno di battaglia, con cui costruire una coalizione sociale e ri-politicizzare su nuovi assi fondamentali il conflitto e quindi tutta la società. Come strumento, cioè, con cui trasformare una plebe, presa fra immediatismo spontaneistico e falsa coscienza, in un ‘profeta armato’.

Il processo è in atto in tutti i paesi occidentali e prende forma di volta in volta diversa, a seconda di quali siano le singole specificità nazionali. La situazione italiana ha almeno tre peculiarità: la prima è che il grado di disarticolazione del sistema politico, dei partiti, dei corpi intermedi, ma anche delle istituzioni, ha raggiunto un livello tale di profondità, che la regressione al fondamento populistico della politica è, trasversalmente a tutte le forze, l’unica possibile articolazione del discorso pubblico; la seconda, l’esistenza del Movimento 5 Stelle; la terza, l’eradicazione della cultura politica postcomunista dal tessuto vivo del Paese

Queste tre condizioni sono intimamente intrecciate fra di loro. Qui basti dire che, una volta preso atto della sconfitta epocale della sinistra italiana, della sua ormai residuale in-consistenza, ma soprattutto della strutturale impossibilità di far vivere al suo interno un pensiero socialista (con un’operazione simile, mutatis mutandis, a quelle di Corbyn e Sanders), la costruzione di una nuova soggettività popolare (pur utilizzando la leva costituita dal dispositivo del populismo) si deve misurare con l’esistenza del Movimento 5 Stelle.

Il M5S è una particolare forma di populismo: un populismo di centro, liberista, al cui interno coesistono istanze progressiste e foschi tratti reazionari (con i secondi prevalenti sui primi, a dire la verità). Ha saputo coagulare intorno a sé ed egemonizzare un senso comune depositato nel profondo della società italiana e risvegliato artatamente dalle classi dirigenti che, denunciando i misfatti del ceto politico, miravano a colpire l’autonomia della politica per facilitare l’introiezione del vincolo esterno europeo. Lungi dall’essere un fenomeno transitorio, il Movimento Cinque Stelle è ormai il primo partito italiano, si propone come forza di governo (dopo aver conquistato il controllo di grandi città, nonché della capitale del Paese) ed attira un crescente voto di opinione. Un risultato straordinario per un partito che fino a cinque anni fa non era rappresentato in Parlamento, a dimostrazione della forza espansiva suscitata dall’utilizzo del dispositivo del populismo. Tuttavia, la tesi che l’esistenza del Movimento 5 Stelle impedisca la crescita di formazioni alla sua sinistra e, per estensione, anche di un populismo democratico, è incorretta. È vero piuttosto il contrario.

Un partito che si attesti sulle percentuali del Movimento Cinque Stelle entra ormai nell’area di governo, da cui difficilmente l’ingegneria elettorale potrà, alla lunga, tenerlo fuori. D’altra parte, M5S ha dato prova negli anni, in particolare in occasione della gestione fallimentare dell’amministrazione di Roma, di non risentire particolarmente in termini di consensi della inadeguatezza del proprio personale politico e della inconsistenza della propria proposta. Tuttavia, se con l’avvicinamento al potere del Movimento Cinque Stelle esso si sostituisse come attore egemonico e perno del sistema politico italiano, non potendo esso risolvere (per via delle proprie insufficienze costitutive e del proprio profilo politico) le contraddizioni reali del Paese (a partire della rinegoziazione del vincolo esterno europeo e del cambio delle politiche economiche), necessariamente esploderebbero le sue, tante, contraddizioni interne. 

La ‘rottura’ del Movimento 5 Stelle, aprirebbe allora uno spazio per la nascita di un populismo di segno inverso: un populismo democratico e progressivo. Infatti, quel partito, usando il dispositivo del populismo, ha attivato una massa, l’ha ‘spazialmente’ raccolta e l’ha dotata di una coscienza politica, per quanto ‘falsa’ e ‘rovesciata’. Utilizzando la stessa leva del populismo, seppure di tipo nuovo e rimesso sui piedi, cioè privato degli elementi regressivi propri che erano del Movimento 5 Stelle e riqualificato in termini di classe e progressivi, è possibile organizzare una nuova soggettività politica, sintetizzando e superando le contraddizioni del Movimento Cinque Stelle.

Gramsci, commentando nel 1919 la creazione di un partito di ispirazione cattolica (il Partito popolare di Luigi Sturzo), scrisse: ‘Il costituirsi dei cattolici in partito politico è il fatto più grande della storia italiana dopo il Risorgimento’. Vedeva all’orizzonte la possibilità che le gerarchie del partito cattolico prendessero le redini dello Stato sottraendole ai ceti liberali del notabilato ed alle fasce conservatrici della borghesia. Le masse cattoliche entravano nello Stato. Si chiudeva la stagione dell’Italia del notabilato liberale. I popolari, diceva Gramsci, erano in concorrenza sia con la borghesia liberale, sia con il socialismo e rappresentavano una fase necessaria del processo di sviluppo rivoluzionario del proletariato italiano verso il comunismo. Il Partito popolare, infatti, avrebbe suscitato ed organizzato capillarmente la coscienza politica dei contadini (cosa che un partito operaio non avrebbe potuto fare) per poi essere assorbito dal socialismo. L’eterogeneità complessa delle varie correnti del PPI, dai seguaci di Murri ai clericali reazionari, fece infatti pensare a Gramsci che probabilmente il partito di Sturzo non fosse un vero partito politico dotato di un programma di azione unitario, e ne preconizzava dunque l’implosione associandolo alla funzione che aveva svolto Kerensky durante le evoluzioni della rivoluzione russa.

Uno schema di questo tipo prevede però di farsi trovare pronti per quando si dovesse verificare quella rottura e di orientare la propria azione politica per favorire l’avvicinamento al potere del partito che si vuole svuotare dall’interno e superare. Queste sono le condizioni necessarie per la nascita di un populismo di segno democratico in Italia.

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