“Come un gatto in tangenziale”: ovvero come imparai a non preoccuparmi delle periferie italiane e ad amare i bandi europei

È da poco uscito nelle sale “Come un gatto in tangenziale”, l’ultimo film di Riccardo Milani che racconta l’incontro tra due persone appartenenti a classi sociali differenti. Giovanni (Antonio Albanese) lavora per un think tank europeo che si occupa della riqualificazione delle periferie italiane e vive in un quartiere centrale della Roma bene. Monica (Paola Cortellesi) tira a campare lavorando in una mensa di una casa di riposo e vive a Bastogi, quartiere periferico popolato, secondo il regista, da una fauna affatto variegata di panzoni unti e pigri che odiano il lavoro e amano crogiolarsi nell’autocommiserazione sfoggiando un ottuso antieuropeismo, perché troppo sempliciotti e provinciali per comprendere che la politica “non è tutta un magna magna”. I destini di Giovanni e Monica si incrociano quando i loro figli tredicenni si mettono assieme. Lo sbiadito Giovanni, che in gioventù occupava casa sfitte e si dichiarava comunista, è però molto preoccupato per la sua ricca e perfetta figlioletta: non riesce proprio a tollerare che Agnese frequenti quel coattone impresentabile del figlio di Monica che non sa pronunciare correttamente la “c” e vive in quell’orrendo far west che è Bastogi, quindi comincia a pedinare la figlia. Lo stesso vale per Monica che segue suo figlio Alessio, anche se con motivazioni diverse: il suo è l’atteggiamento della “poraccia” incolta che nutre una profonda sfiducia nei confronti di chiunque non faccia parte della sua classe sociale. Perché si sa: i poveri sono lontani anni luce dal nobile mondo degli intellettuali e quindi ne diffidano, un po’ perché profondamente ignoranti (ricordiamoci che i poveri l’ignoranza ce l’hanno nel DNA) e un po’ perché invidiosi e risentiti. Il regista Milani si rifà all’ovvio e stanchissimo schema dei due personaggi che provengono da due mondi apparentemente inconciliabili, ma che poi (sorpresona!) inspiegabilmente si innamorano.

Ora ciò che infastidisce non è tanto la resa macchiettistica dei due personaggi, la cui interazione, talvolta, sortisce effetti comici: lui, prototipo dell’intellettuale radical chic un po’ goffo e ingenuo, capace di vivere la vita soltanto attraverso le indicazioni contenute nei libri, idealista a parole e schifosamente classista nei fatti; lei, volgarotta ignorante, ma dall’intelligenza vivace e dal carattere schietto. E neppure il debole tentativo di emanciparsi dalla “political correctness”, che, invece di dirci qualcosa di nuovo sulla realtà sociale italiana, naufraga in un mare di esausti luoghi comuni (lo spessore psicologico dei personaggi è sostanzialmente nullo, dato che riescono a tenersi in piedi solamente per il fatto di essere una somma di clichés). Non impressiona neanche il fatto che Milani venga definito da alcuni critici “il nuovo neorealista italiano”, nonostante l’autore non riesca proprio a smarcarsi da quella visione intollerabilmente altezzosa che vizia molti film del collega Virzì: gli intellettuali de’ sinistra benestanti vincono perché sono classisti e un po’ stronzi, i popolani sempliciotti perdono perché sono un po’ poracci e c’hanno er core d’oro, due difetti che dipendono direttamente dalla loro autenticità, perché i proletari saranno pure sfigati, ma sono innegabilmente puri, veri, onesti, buoni, schietti, mai contorti. La loro semplicità è la cifra della loro banalità.

Ciò che invece causa un’incurabile orticaria è la mossa ideologica con cui viene risolto il conflitto apparentemente insanabile tra i due mondi di Giovanni e Monica che porterà addirittura all’ammmore; il film non si risolve in un prevedibilissimo e generico “volemose bene nonostante le nostre differenze”, ma termina in una lacrimevole sviolinata “più-europeista”: Monica si decide finalmente a sfidare quelli che l’autore descrive come i suoi limiti oggettivi da semianalfabeta proletaria e accetta l’invito di Giovanni a partecipare ad un bando europeo per potersi aprire una pizzeria a Bastogi. Giovanni invece si reca a Bruxelles, dove avrebbe dovuto render conto del lavoro svolto dal suo think tank sulla riqualificazione delle periferie italiane. Ma (colpo di scena!) invece che elencare freddamente delle cifre svolgendo la sua funzione di grigio burocrate di fronte alla platea degli algidi funzionari di Bruxelles, si lancia in un’appassionata arringa sull’autenticità delle periferie romane, sulla puzza d’ascelle e di cumino che impera nei corridoi dei palazzoni popolari, sulle sofferenze – quelle vere, quelle dure – delle persone in carne ed ossa, sulla difficile convivenza tra italiani e stranieri, come a dire: che ne sapete voi, funzionari dell’UE, della gggente quella veramente vera?? Voi, così lontani dalla realtà? E fin qui tutto benino… Peccato che il film più o meno consapevolmente, più o meno paraculamente, veicoli un altro messaggio: 1. che l’UE è buona nei suoi principi ed è dalla parte dei più bisognosi (il suo è solo un piccolissimo problemino di strategia comunicativa: se solo smettesse di parlare “politichese” e assumesse un linguaggio più semplice e immediato potrebbe far valere i suoi principi sociali colmando il vuoto cosmico che la separa dalle periferie abbandonate, guadagnando il consenso di queste ultime). 2. La crisi niente affatto inevitabile delle periferie non si risolve attraverso gli investimenti pubblici volti a riqualificarle, mettendo in sicurezza gli edifici, offrendo alloggi a basso costo e creando infrastrutture e occupazione (giammai!!abbasso lo Stato!), ma vincendo bandi europei. Quindi se vivi in un quartiere di merda e non c’hai uno straccio di lavoro, non c’è assolutamente bisogno di incazzarsi, tantomeno di organizzarsi politicamente e sindacalmente. Basta partecipare ad un bando europeo! Non importa che esistano corsi di laurea appositi per imparare a parteciparvi, non importa che soltanto 1 su 1000 ce la farà. L’importante è che tu, puvraz senza arte né parte, fomenti il tuo spirito imprenditoriale affinché tu possa diventare un esempio per tutti gli altri abitanti delle periferie. Insomma, se veramente vuoi risollevarti dalla miseria in cui affondi (anche per colpa tua, beninteso, perché con la scusa del “magna magna” continui a non alzare paglia), dovrai guadagnarti il tuo futuro con le unghie e con i denti!

La chiusa del film è assolutamente irenica: Monica vince il bando europeo e apre la pizzeria a Bastogi assieme al suo vicino di casa bangladeshi che dopo tanti anni in Italia non ha ancora imparato a parlare correttamente l’italiano (in effetti si sentiva proprio la mancanza di un po’ di multiculturalismo spicciolo e bonariamente razzista). Con la scusa di una consegna Monica prende il motorino e, una volta superati gli inferi (Bastogi e tutta la periferia romana), approda nel celestiale centro di Roma dove la attende il suo santo salvatore Giovanni. Monica gli porge la sua consegna e gli sorride riconoscente.
Siamo veramente felici di sapere che la crisi economica, politica e sociale dell’Unione europea si possa risolvere con un po’ di pizza e samosa.

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