Habemus DemA

Può De Magistris essere quel leader “populista”, carismatico e anti-sistema di cui si sente tanto la mancanza nel contesto italiano? Può adempiere la funzione che in altri paesi è stata svolta da personalità come Jeremy Corbyn nel Labour, Pablo Iglesias in Podemos, e Jean-Luc Melenchon con France Insoumise, riempiendo il grande vuoto della sinistra italiana?

Leggendo Demacrazia di Giacomo Russo Spena (Fandango editore, 15 €), un libro che ricostruisce la parabola politica del sindaco di Napoli, si è perseguitati da questo interrogativo. Un interrogativo nutrito da molti tra coloro che sperano che nasca in Italia una nuova politica, sulla falsariga del populismo democratico di Corbyn, Podemos e molti altri fenomeni sorti nell’epoca post-crisi.

Il libro arriva dopo una serie di saggi scritti da Russo Spena, in collaborazione con Steven Forti (Ada Colau: la città in comune), e Matteo Pucciarelli (Tsipras chi? e Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra) che hanno documentato il sorgere di nuove formazioni di sinistra, spesso descritte come “populiste di sinistra”, nello scenario post-crisi. Questa volta gli occhi sono puntati sull’Italia e sull’unico personaggio che sembra in grado di incarnare l’ambizione di costruire anche da noi una sinistra di popolo, maggioritaria e decisa a prendere di petto le disuguaglianze e lo strapotere della finanza.

Il volume ripercorre la carriera di De Magistris prima come magistrato e poi come politico fuori dagli schemi. La sua formazione nel periodo del “giustizialismo”, dei magistrati che mettono sotto scacco la corruzione della politica, dei girotondi di Pardi e D’Arcais, e dell’appello del procuratore generale di Milano Saverio Borrelli, l’ormai famoso “resistere, resistere, resistere”. La carriera da magistrato con il periodo a Catanzaro e le indagini su ‘ndrangheta e crimini dei colletti bianchi. La retrocessione da PM a giudice semplice. L’amicizia con Travaglio, Grillo e Casaleggio. Infine il salto in politica, con la candidatura alle Europee del 2009, in cui otterrà una valanga di preferenze, seguita dalla candidatura a sindaco di Napoli nel 2011.

Ne viene fuori il ritratto di una sorta di giustiziere popolare che unisce nella stessa persona istituzione e ribellione, senso della legge e lotta senza sosta a tutto ciò che appare incompatibile non solo con la legge ma pure con la decenza. Un servitore dello Stato, che affonda le radici nella borghesia napoletana, un figlio e nipote di magistrati. Ma un personaggio anarchico, un ribelle nato, che senza farsi troppe remore, cerca di far saltare sistemi corrotti e consunti ovunque essi si trovino. Che si tratti dei meccanismi burocratici e autoritari della magistratura o del teatro della politica elettorale. Un rompicoglioni verrebbe da dire, in senso positivo, proprio come Garibaldi, che si vantava di esserlo stato tutta la vita.

Quest’atteggiamento ha portato De Magistris a scontrarsi con le istituzioni, e i suoi superiori, come visto nel trasferimento da Catanzaro ordinato dal CSM nel 2008. O ancora nello scontro con Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, partito in cui aveva trovato ospitalità. E ancora con Casaleggio e Beppe Grillo, con cui in occasione delle europee aveva siglato un’alleanza. Quella con i grillini è una storia che si tronca rapidamente perché De Magistris non ci stà a dare alla Casaleggio carta bianca sulla comunicazione. E la rottura fa sì che uno dei personaggi che incarnavano al principio lo spirito del neonato Movimento 5 Stelle prenda una strada differente, sviluppando quel populismo, che è stato dall’inizio cifra del grillismo, in una direzione meno ambigua e di chiara ispirazione progressista.

De Magistris è un uomo che non scende facilmente a compromessi, una persona che per istinto vuol stare al comando, caratteristica tipica del leader populista. Questo personalismo è stato la sua salvezza durante il travagliato periodo come sindaco di Napoli, iniziato piuttosto male, e peggiorato con la sospensione dall’incarico come sindaco, in base alla legge Severino. Un percorso tortuoso che è stato reindirizzato poco a poco negli anni successivi, quando de Magisteri ha scelto di diventare sindaco di strada, con la promessa di dare potere alle assemblee di cittadini, ai movimenti e agli spazi occupati. Fino al grande successo nelle elezioni del 2016, dove nel secondo turno ha ottenuto uno schiacciante 66% dei voti.

De Magistris è unico nel contesto italiano, perché è un leader che a differenza di tante altre figure di cui si è parlato come possibili Corbyn o Pablo Iglesias de’ noantri, ad esempio Bersani o D’Alema, possiede le credenziali necessarie a candidarsi come rappresentante del popolo. La sua caratura morale, l’aver dimostrato ripetutamente di saper mettere gli interessi collettivi davanti a quelli personali, e il fatto di non essersi sporcato con nessuno dei tanti provvedimenti liberisti varati dai governi di centrosinistra: si tratta di caratteristiche più uniche che rare, in un Paese in cui tutta la classe dirigente di sinistra è rimasta compromessa nell’abbraccio mortale con l’Ulivo e un centrosinistra spesso più neoliberista del centrodestra.

La forza morale di De Magistris deriva in qualche modo dal suo isolamento, dalla frattura che intercorre tra lui e il resto delle forze politiche, come pure dalla mancata integrazione nelle forze politiche esistenti, avendo il sindaco di Napoli creato piuttosto un seguito fluido attorno alla propria persona.

Tuttavia, in qualche modo, è proprio quest’isolamento che è anche la debolezza del personaggio. Una distanza (dalla politica squalificata) che è però anche una solitudine, in termini organizzativi e politici. Questo isolamento appare sempre più problematico in vista dell’appuntamento delle elezioni europee, in cui De Magistris sembra intenzionato a mettersi in vista. È vero che  ha costituito un nuovo partito, DemA. Ma questa formazione al momento è radicata solo a Napoli e dintorni. È poi vero che De Magistris ha fatto un endorsement per la nuova formazione della sinistra radicale Potere al Popolo. Ma si è trattato di un gesto che non è sembrato molto effusivo, quasi si fosse sentito scavalcato dalla creazione di questa formazione. In ogni caso è chiaro che le ambizioni di De Magistris travalicano la ricostruzione di una sinistra radicale. Da vero populista il suo istinto piuttosto è quello di unire i cittadini a dispetto delle appartenenze contro nemici comuni, e per questa ragione un progetto identitario come PaP non può che andargli stretto.

Anche a livello internazionale De Magistris appare piuttosto disconnesso. La promessa di un’alleanza con Diem25, il gruppo di Yannis Varoufakis, sempre più criticato per la sua disponibilità ad appoggiare chiunque sia “a favore dell’Europa”, anche i LibDem e la destra Labour, sembra piuttosto debole, specie se Jean-Luc Melenchon riuscirà a mettere su un’alleanza transnazionale alternativa a quella di Varoufakis.

Un’altra questione non indifferente è se la retorica meridionalista, più napoletano-popolare che nazional-popolare, che ha fatto faville a Napoli, sia traducibile a livello nazionale, o se abbia invece finito per intrappolare De Magistris in una posizione da cui è difficile districarsi. Insomma i punti interrogativi sono tanti rispetto alla capacità di De Magistris di fare effettivamente il grande salto sulla ribalta politica nazionale. Molto dipenderà da se e come riuscirà a superare gli eccessi del personalismo che è stato alla radice del suo successo politico, ma che costituisce pure il suo limite più grande.

Nella sua discussione sul moderno principe Gramsci sosteneva che in tempi moderni il condottiero presentato ne Il Principe di Machiavelli deve essere sostituito dalla leadership collettiva del partito politico. Tuttavia esistono ancora momenti in cui una leadership individuale è necessaria, quando è necessaria “un’azione politico-storica immediata, caratterizzata dalla necessità di un procedimento rapido e fulmineo”, come “un grande pericolo imminente, che appunto crea fulmineamente l’arroventarsi delle passioni e del fanatismo e annulla il senso critico e l’ironia che possono distruggere il carattere «carismatico» del condottiero”.

I tempi di emergenza in cui viviamo, in cui le vecchie strutture di rappresentanza sono a pezzi, si attagliano al protagonismo di personaggi come De Magistris. Ma sarà capace Giggino di mettere il suo carisma personale a servizio della fondazione di un progetto collettivo? O finirà come Di Pietro, ostaggio di una lista personale incapace di trasformarsi in vero partito politico, in soggetto organico e strutturato?