Dal Brancaccio a Potere al Popolo

Mentre la campagna elettorale per le Politiche del 2018 è già di fatto cominciata  – e Silvio Berlusconi ha già calato un asso con la sua promessa di portare le pensioni minime a mille euro – le forze a sinistra del PD sono in grande convulsione. Negli ultimi due anni sono nate ben cinque nuove formazioni che si presenteranno alle elezioni: Sinistra Italiana, MDP-Articolo 1, Possibile, Campo Progressista e coalizioni come Potere al Popolo. Eccetto per quest’ultima, si tratta di formazioni nate da scissioni di formazioni e personale politico già esistenti. Di fronte a questa frammentazione e alla percezione che porterà all’ennesima batosta elettorale, si sono sprecati appelli per la “unità della sinistra”. Si tratta di una parola d’ordine che è ormai un ventennio che viene proposta da intellettuali come Asor Rosa. Ma che si è sempre tradotta in un fallimento. Chi ancora si ricorda della “gloriosa” Sinistra Arcobaleno affondata miseramente alle politiche del 2008? Eppure, in Italia, l’unità a sinistra – piuttosto che il populismo democratico di soggetti come Podemos in Spagna, Jeremy Corbyn in Gran Bretagna, Bernie Sanders negli Stati Uniti e Jean-Luc Mélenchon in Francia – continua a essere considerato l’orizzonte di riferimento. Due nuovi fenomeni politici sorti nel 2017, il processo del “Brancaccio” e la lista Potere al Popolo, riflettono in modo diverso il perdurare di quest’idea sventurata, e le difficoltà in un contesto italiano già affollato da populismi di ogni sorta, di costruire un populismo democratico.

IL “BRANCACCIO”

Unire la sinistra era lo scopo dichiarato del “Brancaccio”, la serie di assemblee lanciate da Anna Falcone e Tomaso Montanari, a partire da quella fondativa tenuta nell’omonimo teatro a Roma il 18 giugno scorso. Se quella prima giornata aveva visto una buona partecipazione, 1.500 persone, e sembrava avere suscitato qualche entusiasmo, erano sin da subito evidenti i limiti del progetto. Il tentativo era a parole quello di costruire “la sinistra che non c’è”, unendo i partiti di sinistra e la società civile, all’insegna del “civismo” e sull’onda del no al referendum costituzionale. L’ispirazione politica doveva venire dalla nuova sinistra di Podemos, Corbyn e Sanders e dallo spirito democratico dei nuovi movimenti di protesta. Ma il contenuto era di fatto tutt’altro.

La partecipazione di vecchi mostri sacri come D’Alema, Bersani e compagnia – comunisti, post-comunisti, neoliberisti e adesso suppostamente post-neoliberisti e corbynisti – ha fatto capire sin dall’inizio che non c’era la volontà di una rottura secca con il passato: il motivo che ha portato al successo di Corbyn, Podemos, Sanders e tanti altri fenomeni della sinistra post-crisi. Il Brancaccio cercava di unire un’armata Brancaleone fatta di vecchi arnesi della politica, screditati dal loro appoggio a politiche neoliberiste come il pacchetto Treu e il Jobs Act, nuovi partiti di sinistra come Sinistra Italiana e Possibile, militanti di Rifondazione comunista e gli attivisti di alcuni centri sociali. Una mission ovviamente impossible.

Presto i soliti conflitti tra i partiti e tentativi di esclusione reciproca sono cominciati dietro il sipario. Intimoriti dal discontento crescente di alcuni partecipanti nel “processo”, Falcone e Montanari hanno finito per cancellare il secondo appuntamento nazionale previsto a Roma il 18 Novembre. Nel frattempo SI, MDP e Possibile hanno dato vita alle loro assemblee unitarie, decretando di fatto la fine del processo. E dire che l’assemblea del Brancaccio 2 si sarebbe dovuta tenere al Centro Congressi Angelicum, un nome che poteva sembrare di buon auspicio. Perseverare nel mito dell’unità a sinistra più che angelico è “autem diabolicum”.

POTERE AL POPOLO

Il fallimento del Brancaccio ha creato lo spazio per un nuovo movimento chiamato Potere al Popolo, una sorta di Brancaccio radicale, di sinistra-sinistra, che si propone di creare una “lista popolare” per le prossime elezioni politiche. La proposta di lista popolare viene dagli attivisti di Je so’ pazzo/ex OPG, gli stessi che erano stati esclusi dal palco del Brancaccio nell’assemblea fondativa. Conosciuti per il loro lavoro sociale nel quartiere di Materdei a Napoli, Je so’ pazzo ha lanciato la proposta di un’assemblea a cui hanno partecipato circa 800 persone al Teatro Italia a Roma il 18 Novembre, la stessa data in cui si sarebbe dovuto tenere il Brancaccio bis. La promessa è rimettere il potere nelle mani dei cittadini e costruire una nuova sinistra attraverso il metodo assemblearista. Oltre ai ragazzi e le ragazze dell’ex OPG e di gruppi affini come i Clash City Workers, e centri sociali di diverse parti d’Italia, l’assemblea ha anche visto in scena alcuni politici di Rifondazione Comunista, come il segretario Maurizio Acerbo ed Eleonora Forenza, e un gran numero di partiti della diaspora comunista, da Sinistra Critica ai CARC.

A Je so’ pazzo e al progetto di Potere al Popolo vanno riconosciuti alcuni meriti. Prima di tutto, aver espresso il proprio dissenso verso l’operazione “volemose bene” proposta dal Brancaccio, imbarcando la “casta di sinistra”, a partire da D’Alema. In secondo luogo, va riconosciuto il coraggio di buttarsi nell’agone politico, visto il timore verso la politica elettorale per lungo nutrito dai movimenti sociali.

La proposta di potere popolare, e i riferimenti al popolo come soggetto unificante che vengono proposti nel linguaggio sembrano inoltre combaciare in alcuni punti con “l’ipotesi populista” di Senso Comune, così come con l’ondata di populismo di sinistra visto negli ultimi anni in movimenti sociali come gli indignati e campagne politiche come quella di Podemos, Jeremy Corbyn, Bernie Sanders e Jean-Luc Mélenchon. Tuttavia sono evidenti alcune differenze.

Il progetto di potere popolare, richiama la tradizione del Poder Popular e del sindacalismo di base. E quello che sembra volersi costruire è una specie di partito sindacalista, non così diverso e su basi più radicali che la coalizione sociale proposta qualche tempo fa da Maurizio Landini. L’idea centrale è quella di un’unità delle lotte che parta dal basso, federando movimenti e partiti in un fronte comune di lotta. Questo progetto suscita in me più simpatia di quello del Brancaccio. Ma rimane incagliato nell’immaginario della sinistra radicale, e dalla logica della federazione di gruppi pre-esistenti invece che passare per la necessaria creazione di un nuovo attore a partecipazione diretta e individuale, un “partito del popolo”.

RICOSTRUIRE IL POPOLO

La vera sfida in questa fase di profonda crisi economica e sociale, e di ancora più profonda crisi di rappresentanza, non è unire i militanti, gli attivisti e i comunisti, non è organizzare chi è già organizzato, né mobilitare chi è già attivato. Piuttosto bisogna rappresentare i non rappresentati, organizzare i non organizzati, dare speranza a chi è sfiduciato. Se quasi la metà degli elettori si astengono il messaggio dovrebbe essere chiaro. Quella è la fetta d’elettorato a cui un movimento popolare dovrebbe ambire, oltre agli elettori dei 5 Stelle sempre più delusi dalla normalizzazione del partito fondato da Beppe Grillo.

Quello che è necessario non è tanto il potere popolare inteso come organizzazione antagonista del “popolo ribelle” per citare uno degli interventi all’assemblea al teatro Italia. Piuttosto bisogna ricostruire il “popolo che manca”, riaggregare la cittadinanza frammentata e dispersa contro molteplici nemici, a partire dalla classe politica responsabile per la perdita di sovranità e di controllo popolare. Non bisogna unire la sinistra. E neppure la sinistra-sinistra. Bisogna unire il popolo.

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