Democrazia ed emancipazione: un’occasione propizia dal tempismo imperfetto

Le democrazie occidentali sembrano vascelli vuoti e malandati. Da decenni vanno dissipando la loro ragion d’essere. Chi studia questo regresso ne ricorda spesso il paradosso: se da un lato gli Stati democratici non sono mai stati tanto numerosi, la loro salute è a dir poco acciaccata. È stato proprio Colin Crouch, che durante la sua carriera a lungo ha creduto nella promessa socialdemocratica, a coniare il concetto di ‘post-democrazia’ per descrivere le democrazie odierne[1]. Esse conservano sì le forme tradizionali, ma si sono trasformate nella sostanza. I poteri delle assemblee legislative, concepite per rappresentare la volontà popolare, sono andati deteriorandosi, a vantaggio degli esecutivi, di ristrette élite economiche e di corpi sovranazionali scarsamente o per nulla legittimi.

Dovrebbe allora sorprenderci il rigetto della gente comune per le istituzioni? È difficile non giustificare le ragioni, se non le fattezze, di questo scontento. Esso si è manifestato a lungo e in molti modi: crollo della partecipazione elettorale e nei partiti politici, ritiro nella sfera privata, profondissima erosione della fiducia nei rappresentanti. Sono proprio i partiti a subire il più fervido atto d’accusa, gli stessi partiti che avevano condotto le masse a guadagnare il loro posto nel mondo. Una triste parabola che due grandi scienziati politici, Richard Katz e Peter Mair, descrissero più di vent’anni fa[2]. I partiti di massa nascevano come espressione organizzata della società civile, in uno slancio verso il governo dello Stato. Uno slancio, dunque, dal ‘fuori’ verso il ‘dentro’. Da allora, tuttavia, la loro sopravvivenza si è nutrita sempre meno del radicamento sociale, preferendo a questo l’occupazione delle istituzioni. Essi hanno finito per invertire il senso della loro mobilitazione: non più la società organizzata alla conquista dello Stato, ma cartelli elettorali alla conquista dei consensi. Implicita in questo cambiamento è una visione ‘minimalista’ della democrazia, basata sulla competizione fra oligarchie politiche per ottenere il favore dell’opinione pubblica, anziché sul processo di coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni collettive.

Le cause sono molte e complesse, ma la globalizzazione spiega di certo una larga parte di questi corsi e ricorsi. Il potere è stato progressivamente redistribuito lungo coordinate inedite. Queste scelte hanno sottratto agli Stati la forza di governare l’economia e ai popoli gli spazi di esercizio democratico. Lo stesso Mair[3], anni dopo, descrisse le democrazie odierne strette nella morsa di due forze contrapposte: le richieste dei cittadini, da un lato, e i vincoli a cui i governanti (si) sono sottoposti, dall’altro. La crescente incompatibilità fra domande sociali e risposte politiche è dunque alla base della patologia delle democrazie. Le istituzioni sono state infine percepite come inefficaci e autoreferenziali: i tradizionali canali (nazionali) d’influenza politica non sono che un’arma spuntata nelle nuove arene di potere (globali).

Attraverso il progressivo distaccamento fra istituzioni e senso comune comprendiamo dunque la crisi delle democrazie. Una crisi, come visto, che inizia ben prima dell’attuale crisi economica. Una crisi che deriva dalla concentrazione di potere e ricchezza in poche mani. In ultima istanza, una crisi di legittimità. L’attuale Grande Recessione ha perciò accelerato un sentimento di malcontento che aveva già manifestato i suoi effetti. In altre parole, la crisi economica non ha fatto altro che rendere maggiormente evidente la già avvenuta abdicazione dei governanti al loro stesso ruolo di governo.

Ed è proprio in questi momenti di sconvolgimento che si aprono finestre d’opportunità per inattesi ‘imprenditori’ politici. Poiché in tali frangenti storici le vecchie appartenenze si sconfessano e nuove identità si costruiscono, gli sfidanti tentano di articolare una linea di conflitto contro l’establishment tradizionale. Entra così in opera la logica populista, la quale semplifica il campo sociale in due frontiere contrapposte. Da un lato il popolo, in cui convergono le rivendicazioni insoddisfatte, dall’altro l’élite, il nemico corrotto a cui attribuire tale insoddisfazione. L’esito di questa costruzione non è affatto scontato, ed è sempre instabile, apertamente ambiguo. Se la presidenza Trump o il lepenismo, ad esempio, sembrano indicarci epiloghi reazionari e antidemocratici, è anche possibile articolare un discorso populista che miri all’emancipazione sociale delle maggioranze.

I movimenti anti-austerità della periferia europea, all’inizio di questo decennio, imboccarono proprio questo sentiero. Le rivendicazioni nelle piazze di Madrid, Atene, Lisbona e tante altre città non possono essere comprese se non alla luce della già citata crisi di legittimità delle classi dirigenti. Da un lato, veniva reclamato un approfondimento radicale della democrazia, percepita appunto come profondamente deteriorata. Dall’altro, l’obiettivo era la riconquista di diritti sociali in via di smantellamento, ma dati sino a quel momento per acquisiti[4]. Queste due domande erano legate una all’altra in modo indissolubile: la riconquista della sovranità democratica su scala nazionale avrebbe permesso di invertire la rotta dell’austerità promossa dagli organismi sovranazionali.

La logica populista era evidentemente attivata. Sulla scorta di un impoverimento che andava travolgendo larghi strati della società, si creavano nuove identità popolari in cui convergevano domande variegate. La ‘sociografia’ di quelle proteste lo conferma: parteciparono il precariato giovanile (spesso altamente scolarizzato, ma in cerca di lavoro e protezione sociale), gli impiegati del settore pubblico, i lavoratori di quello privato, i pensionati, e così via. In sostanza, gruppi diversi ma dal comune destino di aver perso qualcosa. È vero infatti che la crisi economica ha causato uno scivolamento verso il basso non solo dei più poveri, ma anche delle classi medie[5]. Questa ‘coalizione trasversale’, dunque, raccolse al suo interno gruppi eterogenei unitesi sotto vessilli unificanti, quali ‘las mayorías’ e ‘the 99%’. Una lezione per i guru della sinistra tradizionale, convinti che la protesta si potesse esprimere solo secondo linguaggi e rituali cristallizzati, immutabili, ma che risultarono presto inefficaci al di fuori delle ristrettissime cerchie dei ‘già convinti’.

Per questo la riflessione di Ernesto Laclau sul populismo è tanto importante[6]. Ci mostra come i settori sociali offesi non si attivino ‘automaticamente’, cioè tramite un riflesso ‘pavloviano’ all’oppressione, ma solo grazie a un discorso politico che li unifichi, che li renda equivalenti nell’opposizione a un avversario comune. Nell’epoca dei partiti di massa del Novecento poteva forse sembrare ovvio che ad una data collocazione di classe corrispondesse una certa sottocultura politica: la società fordista era infatti rigidamente divisa secondo fratture che ‘incapsulavano’ (secondo la definizione di Lipset e Rokkan[7]) le appartenenze politiche in quelle sociali. Così non è oggi, in un’epoca in cui il disagio si esprime secondo vettori assai più complessi.

Questa complessità non implica però l’abbandono di una prospettiva di un partito di massa per il XXI Secolo. Indica invece la necessità di costruire identità politiche basate su nuove coordinate. I movimenti anti-austerità, in questo senso, hanno saputo aprire una breccia in seno alle società in cui sono sorti, trasformandone la cultura, ancor prima che la politica. Il caso spagnolo è emblematico. Nel momento di massima mobilitazione degli Indignados, la protesta trovava il favore di circa l’80% degli spagnoli[8]. I manifestanti incarnavano un malessere diffuso nella società spagnola, ma orfano di rappresentanza. Da lì a poco, Podemos seppe intercettare questo sentimento latente, fornendogli uno sbocco politico. Benché il partito non sia espressione diretta di quei movimenti sociali, in essi ha trovato una ‘mitologia fondativa’ da spendere nell’arena elettorale[9]. Oggi, non senza affanno, Podemos è il soggetto emancipatore più d’avanguardia in Europa. Un partito che si è già dimostrato capace nella prova di governo delle più importanti città del Paese, anche grazie all’alleanza coi movimenti locali che di quelle città hanno intima conoscenza.

Si dirà che in Italia la situazione è invece stagnante. Che la finestra d’opportunità s’è chiusa. Che manca il tempismo per un approfondimento della democrazia e dell’emancipazione sociale. La mobilitazione contro l’austerità fu inefficace. Il dibattito pubblico sembra essere sotto sequestro di forze che sono sorde od opportuniste nei confronti del malcontento. Gli attivisti del Movimento 5 Stelle hanno saputo coagulare, ma non redimere, i rivoli di questo sentire. Manca loro una cultura di governo che sappia metter mano all’amministrazione dello Stato e, prima ancora, una cultura politica che sappia (che voglia?) rivisitare gli attuali rapporti di forza a favore della maggioranza degli italiani, innanzitutto i giovani – accomunati anche loro dalla promessa infranta di un futuro prospero. Le domande delle maggioranze, perciò, erano e restano insoddisfatte. Il tempismo per un riscatto è imperfetto, ma propizio.

 

[1] Crouch, C. (2003), Postdemocrazia, Roma-Bari: Editori Laterza.

[2] Katz, R. S., & Mair, P. (1995), Changing Models of Party Organization and Party Democracy: The emergence of the Cartel Party. Party politics1(1), 5-28.

[3] Mair, P. (2009). Representative versus responsible government. MplfG Working Paper 09/8.

[4] della Porta, D. (2015). Social Movements in Times of Austerity: Bringing Capitalism back into Protest Analysis. Polity.

[5] della Porta, D. (2015). ‘La nuova soggettività del ceto medio’. Il Manifesto, 27 marzo 2015 (https://goo.gl/KZVDpm).

[6] Laclau, E. (2008). La ragione populista. Roma-Bari: Laterza.

[7] Lipset, S. M., & Rokkan, S. (1967). Cleavage structures, party systems, and voter alignments: an introduction.

[8] Si veda http://www.senso-comune.it/rita-maestre/non-dobbiamo-sentirci-degli-invitati-nelle-istituzioni/

[9] Caruso, L. (2017). Reinventare la sinistra. Le basi politiche, culturali e organizzative di Podemos. Comunicazione politica18(1), 31-54.

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