Non dobbiamo sentirci degli invitati nelle istituzioni

Rita Maestre è membro della direzione di Podemos e portavoce della sindaca di Madrid. La sua traiettoria è emblematica dei giovani indignados spagnoli che, dopo aver occupato le piazze nel 2011, tentano adesso di praticare il cambiamento dall’interno delle istituzioni municipali. Proponiamo la traduzione di una recente intervista rilasciata a portale francese Le Vent Se Lève a proposito del suo percorso, sul ruolo del movimento degli Indignados e sui limiti e le possibilità di una pratica politica all’interno delle istituzioni.

Uno dei principali avvenimenti della recente storia politico-sociale spagnola è la nascita nel 2011 del movimento degli Indignados (15-M). Qual è stato l’impatto degli Indignados sulla traiettoria politica dei membri di Podemos e sul nuovo ciclo politico spagnolo?

Penso che il 15-M abbia avuto un impatto fondamentale. Podemos non è la diretta espressione politico-elettorale del 15-M, ma non saremmo mai nati senza quel movimento. Il 15-M non ha solamente influenzato le sinistre spagnole, ma ha anche destrutturato lo scacchiere politico nel suo insieme, provocando una riarticolazione del tutto nuova e limitando la capacità dei partiti tradizionali di definire e orientare le identità e le soggettività. Uno degli slogan più significativi del 15-M era, tra gli altri, «non ci rappresentano più»: ossia l’idea che il personale politico ha perso il legame rappresentativo con i cittadini, i quali non si sentono più rappresentati. O ancora: «non siamo delle merci nelle mani dei politici e dei banchieri». In altri termini, i cittadini non sono una semplice merce che si può abbandonare al proprio destino quando interviene una crisi.

Tra i membri attuali di Podemos siamo in molti ad aver preso parte al 15-M, in diversi modi. Alcuni presero parte al movimento secondo una prospettiva accademica, poiché erano insegnanti. Mentre altri, oltre ad essere all’interno dell’Università, militavano attivamente già all’epoca. Nel mio caso militavo in un collettivo che si chiama Juventud Sin Futuro (Gioventù senza futuro), che ha convocato le prime manifestazioni assieme a Democracia Real Ya! (Democrazia reale adesso!). In questo senso il 15-M è parte integrante della traiettoria politica dei fondatori di Podemos. Il movimento ha in particolare pesato molto nella trasformazione del senso comune in Spagna, dimostrando l’usura delle istituzioni e la perdita di credibilità dei partiti. Detto questo, non si è trattato dell’unico fenomeno ad aver svolto un ruolo in quel contesto. Tra il 2011 e il 2013 abbiamo vissuto in uno stato di mobilitazione permanente. Dopo il 15-M la PAH (Piattaforma delle vittime del credito ipotecario) si è molto sviluppata attraverso la lotta contro gli sfratti, così come le mareas in difesa dell’istruzione o della sanità pubblica, soprattutto qui nella Comunità di Madrid. Oltre alla dimensione quantitativa di queste mobilitazioni – abbiamo avuto, come noto, due scioperi generali – è stata importante la loro dimensione qualitativa. Il CIS, il principale istituto di ricerca sociologica spagnolo, ha domandato alla gente quale fosse il loro punto di vista sul 15-M, ed è emerso che l’80% delle persone era d’accordo con le rivendicazioni del movimento.

Tuttavia, nel novembre 2011, il PP ha vinto le elezioni con la percentuale più alta della sua storia. Nel mese di maggio, appena prima dell’esplosione del 15-M, avevano già largamente vinto le elezioni municipali e delle autonomie [le elezioni regionali]. Il che poteva apparire paradossale. E da quella vittoria del PP nel 2011, fino al 2014, abbiamo subito un processo di aggiustamento strutturale brutale, un’applicazione letterale della strategia dello shock. Più la gente protestava per le strade, più il governo inaspriva le sue posizioni. In questo periodo ci siamo chiesti a cosa potesse servire la contestazione, che cosa fare di tutta questa gente che esprimeva il proprio dissenso.

Nella scia del 15-M, due fenomeni importanti hanno modificato il paesaggio politico spagnolo: l’apparizione di Podemos e la creazione di piattaforme municipaliste nelle grandi città del paese. Delle piattaforme che si diedero come scopo non solamente riunire le forze della sinistra, ma anche e soprattutto di proporre ai cittadini un «programma di minimi» per «restituire le istituzioni alla gente». Come ha preso forma questo processo a Madrid? Come avete condotto la campagna elettorale e come vi spiegate la vostra vittoria ottenuta dopo appena un anno di esistenza?

Da un lato, in effetti, a partire dal novembre 2013, abbiamo iniziato a formulare l’ipotesi di Podemos. Nel gennaio 2014, Podemos si è presentato ufficialmente, e in maggio abbiamo partecipato alle elezioni europee. Parallelamente, le piattaforme municipaliste hanno cominciato a vedere la luce nelle grandi città del Paese, principalmente a Madrid e Barcellona. Queste piattaforme erano composte da un insieme di movimenti e di collettivi che guardavano a Podemos con simpatia, senza tuttavia parteciparvi. Questi soggetti hanno cominciato a lavorare su scala locale, con dei tratti differenti secondo le città e le loro particolarità, in funzione delle caratteristiche dei movimenti sociali locali, etc.

Nel caso di Madrid tutto è iniziato con la creazione di «Municipalia», divenuto in seguito Ganemos Madrid, che esiste ancora oggi. Più tardi Podemos si è aggiunto al progetto, attraverso un processo di negoziazione lungo e difficile che ha trovato sbocco nella nascita della piattaforma Ahora Madrid. Ma nello spazio di quattro mesi abbiamo costruito la candidatura, fatto la campagna e vinto. Credo che non abbiamo ancora completamente realizzato tutto questo!

Ahora Madrid aveva la volontà non solamente di unificare tutti coloro che partecipavano già al progetto, ma di incorporare altre persone, degli indipendenti, degli attori provenienti da altri movimenti che fino a quel momento guardavano con diffidenza alla questione istituzionale. Non si trattava di realizzare una somma di partiti, ma di allargare lo spettro al di là di coloro che erano già là e di coloro che già si riconoscevano nel progetto. Ci siamo riusciti con particolare successo, credo, nel caso di Madrid grazie alla figura di Manuela Carmena, la nostra candidata e oggi sindaco della città. Manuela Carmena non era direttamente legata a Podemos. Per questa ragione è stato più facile per noi proporre un programma che si rivolgesse non solamente alla sinistra madrilena. Siamo riusciti ad attirare molti elettori progressisti disincantati rispetto al PSOE grazie a un discorso trasversale, meno esplicitamente ideologico rispetto a ciò a cui siamo abituati dalle forze di sinistra. Tutto questo ha funzionato molto bene.

Che relazioni intrattenete con le altre municipalità conquistate dalle piattaforme vicine a Podemos, le «municipalità del cambiamento»?

In ciascuna città il processo si è sviluppato in modo differente. Condividiamo però uno spirito comune: unire differenti collettivi, unire piattaforme diverse attive nella città e fare in modo di attirare altre persone prive di appartenenza. Perseguiamo un obiettivo comune, ma le cose si sono potute sviluppare in modi diversi, in funzione della leadership dei candidati che conducevano i progetti e delle relazioni con gli altri movimenti.

Attualmente abbiamo messo in campo una rete, informale ma molto fruttuosa, per scambiare opinioni sui problemi comuni che incontriamo. Per esempio, quando riflettiamo sulle soluzioni da adottare sulla politica degli alloggi, non ci accontentiamo di cercare risposte sui libri ma poniamo le nostre questioni a città che già hanno avuto modo di confrontarsi con questi problemi. Organizziamo poi incontri regolari tra sindaci. L’ultimo si è tenuto a Barcellona, con la partecipazione di municipalità provenienti dal mondo intero. Credo che abbiamo un ruolo particolare da giocare, considerato che le città del cambiamento sono le città più importanti di Spagna. In questo senso abbiamo un certo peso in termini di gestione, ma anche un peso politico di fronte al Partito Popolare.

Mostrate in questo modo di essere capaci di governare…

Sì, siamo qui a un bivio fondamentale per il futuro, perché molta gente ha votato per noi pensando: «hanno buone idee e buone intenzioni, hanno buon cuore, ma non riusciranno a governare. Perché le parole sono una cosa, ma l’azione è un’altra». E dunque ci siamo trovati a confrontarci con questa idea molto diffusa, con questa percezione generalizzata che la città si sarebbe fermata, affondata nel caos. Ma in realtà non è stato così, le cose vanno molto bene: l’economia va molto bene, le finanze e i conti pubblici sono in salute. Abbiamo dimostrato la nostra capacità di ristabilire la solvibilità finanziaria del Comune, la nostra gestione rigorosa, la nostra onestà, in opposizione alla corruzione indecente che affligge altre città. In questo modo possiamo rappresentare un modello molto positivo, nonostante gli errori che possiamo aver commesso.

Durante un intervento tenuto assieme a Iñigo Errejón alla scuola estiva di Podemos a Cadice, il filosofo José Luis Villacañas ha presentato le municipalità del cambiamento come luoghi d’osservazione della società, come strumenti di anticipazione di un futuro da costruire. Anche tu pensi che i comuni siano la chiave per guadagnare credibilità, per convincere gli spagnoli che è possibile fare politica in modo diverso?

Assolutamente, anche perché abbiamo mostrato di non essere solamente dei giovani di buona volontà, ma di saper governare. E questo è essenziale per sconfiggere l’idea del “There is no alternative”. Le cose potrebbero andare in modo del tutto diverso, è una questione di volontà politica. Attraverso le municipalità proviamo a riattualizzare, a ravvivare una speranza, in un contesto in cui l’anno elettorale che abbiamo attraversato ha lasciato delle tracce dolorose. Le attese e le speranze si sono affievolite: per le elezioni generali del 20 dicembre 2015 molte persone sono andate alle urne vestite di viola. Credo che se avessimo nuove elezioni domani, cosa che non avverrà, molti di loro voterebbero nuovamente per Podemos. Siamo cresciuti in un’atmosfera di disillusione, ma non solamente a causa dei nostri errori. C’è una ragione ciclica: l’interesse per la politica è diminuito, e il PP ha nuovamente vinto le elezioni. Credo che le municipalità abbiano una certa capacità di restituire speranza alla gente, a partire da ciò che ognuno vive nel quotidiano.

Si tratta di passare da un progetto destituente a un orizzonte costituente?

Sì… Ma credo che abbiamo passato troppo tempo utilizzando questa dicotomia in modo eccessivamente rigido, come se si trattasse di due vie distinte, due fasi che si succedono: fino ad ora destituente, e a partire da adesso costituente. Credo invece che ogni fase destituente contenga un orizzonte istituente. In caso contrario non avremmo aggregato le energie sufficienti per provocare il cambiamento. Oggi dobbiamo focalizzarci sulla costruzione di un altro orizzonte, di una utopia realizzabile, oltre la denuncia e il puro rigetto dell’ordine esistente.

Nel corso del 15-M si è espressa una volontà di amplificazione della democrazia, di accentuazione della partecipazione cittadina. Quali meccanismi siete in grado di mettere in campo dal lato delle istituzioni per favorire una città più aperta alla partecipazione?

Proprio qui, al comune, abbiamo realizzato un lavoro coraggioso, per il quale abbiamo dovuto subire le critiche dei difensori dello status quo che guardavano solo al proprio interesse. Quello che temono, anche se non formulato esplicitamente, è che l’avanzata della democrazia partecipativa sottragga potere ai rappresentanti. Che è proprio ciò che è accaduto. Ma quello a cui noi guardiamo non è esattamente una forma di gestione assemblearista della città di Madrid. Cerchiamo piuttosto formule che ci permettano di combinare democrazia diretta e democrazia rappresentativa, che, su scala municipale, sono totalmente compatibili. Abbiamo creato degli spazi di deliberazione, dei forum locali in tutti i distretti. Esperanza Aguirre, che è stata dirigente del PP a Madrid fino a poco tempo fa, li ha chiamati soviet! I nostri avversari hanno fatto ricorso a discorsi del 1917, ma questi non sono soviet, sono spazi di partecipazione di vicinato, dove si discute e dove si prendono decisioni.

Abbiamo inoltre prodotto uno sforzo molto importante sulla partecipazione virtuale. Per esempio mettendo in campo uno strumento che si chiama “Decide Madrid” che è già stato ripreso da quaranta municipalità d’Europa, tra le quali molte città francesi, compreso il comune di Parigi se non mi sbaglio. L’obiettivo di questo strumento è realizzare consultazioni e referendum virtuali. Alla prima consultazione che abbiamo realizzato qui a Madrid, attraverso internet e per posta, hanno preso parte più di 200.000 persone, un sacco di gente. I conservatori ci hanno spiegato che è poco, perché non è niente rispetto al numero di madrileni che votano alle elezioni. Certo che c’è più gente che vota al momento delle elezioni, l’idea è precisamente di combinare le due modalità di partecipazione. Personalmente vedo una grande domanda dei cittadini in questo senso: vogliono essere ascoltati, presi in considerazione, e non solamente una volta ogni quattro anni. Credo che sia dovuto al 15-M, così come a una certa dimensione generazionale. Anche se al momento della consultazione che ha riunito più di 200.000 persone, le persone maggiormente attive erano tra le più anziane, di più di 65 anni! C’è dunque un’autentica voglia di partecipare, e questo processo non ammette marce indietro, perché dal momento in cui rendiamo normale l’uso di questi strumenti di partecipazione, la gente tende ad abituarsi: il prossimo governo non potrà tirarsi indietro. Quest’anno ci sono 100 milioni di euro messi a disposizione dei madrileni attraverso il budget partecipativo, per realizzare progetti che vengono discussi su internet o nei forum locali. Un abitante difende la creazione di un parco nel suo quartiere, un altro gli risponde che vedrebbe meglio la costruzione di una scuola. I differenti progetti sono sottoposti al voto e, ciò che davvero importa, vengono realizzati.

Tra i membri di Ahora Madrid molti provengono dai movimenti femministi e LGBTQI. Come è possibile, dal municipio, prendere misure concrete per l’eguaglianza? Ad esempio, in Francia, abbiamo spesso parlato della vostra lotta contro il manspreading.

È arrivata fino in Francia? Eccellente! Da un punto di vista simbolico il Comune può molto. La questione simbolica ha molta più importanza di quella che il discorso politico superficiale le attribuisce di solito. È una dimensione essenziale. Noi abbiamo provocato la soddisfazione e la gioia di migliaia di madrilene che si sentono riconosciute e visibili attraverso dei semafori inclusivi ad esempio. Tutto questo ha degli effetti sulle soggettività politiche. Quanto ai settori dell’educazione e della sanità, che sono a mio parere decisivi per il femminismo e l’eguaglianza, non dipendono dal Comune ma dalla Regione. Incontriamo qui un limite.

Ma credo che noi abbiamo ugualmente un ruolo importante, in particolare quando mettiamo nell’agenda pubblica e introduciamo nel dibattito politico il femminismo e la lotta contro la violenza sulle donne come temi fondamentali. Prima lo si faceva molto meno. Ma adesso che le due più grandi città di Spagna sono governate da due donne il dibattito può essere allargato: sulla lotta contro la violenza di genere, contro il micromachismo, sulla sicurezza delle donne nel corso degli eventi festivi. Perché non è normale essere costretti a dispiegare un tale dispositivo di sicurezza e un tale lavoro di sensibilizzazione affinché le donne non subiscano aggressioni sessuali, in particolare nelle feste popolari come quella di San Firmino.

Penso dunque che i progressi abbiano molto a che fare con Podemos, con Manuela Carmena o con Ada Colau a Barcellona. Ed è una delle ragioni per cui sono molto orgogliosa di lavorare qui. Siamo all’interno di un grande progresso, sebbene molto resta da fare. Penso che su questi problemi noi abbiamo un ruolo tutto particolare. E di questo sono soddisfatta come femminista.

Quali sono i limiti di questa azione municipale, in un contesto di austerità di budget, di riduzione dei margini di manovra collettivi dopo l’adozione della Legge Montoro? Quali sono le principali difficoltà con cui vi confrontate?

Le principali difficoltà sono di ordine legislativo. Come municipalità, abbiamo a che fare con una gabbia legale che ci obbliga a sviluppare una capacità di immaginazione giuridica permanente. Dobbiamo cercare strumenti normativi e istituzionali per arrivare ai nostri fini aggirando la via più diretta che ci è inaccessibile. Mi spiego. Non possiamo ad esempio proibire gli sfratti perché la legge ipotecaria è una legge nazionale. Questa legge permette, a certe condizioni, di espellere le famiglie dal loro alloggio in caso di mancato pagamento dell’affitto o di mancato rimborso di un prestito, senza che lo Stato sia costretto a trovare una soluzione per un nuovo alloggio. È un problema estremamente grave, perché assistiamo qui a decine di espulsioni a settimana. Non abbiamo il potere di cambiare la legge, e non possiamo fermare gli sfratti perché è per noi impossibile dire al giudice di non applicare la legge. Così abbiamo inventato, attraverso la polizia municipale e i servizi sociali della città, tutto un protocollo di negoziazione con la banca e il tribunale che ci consente di avere il tempo sufficiente per trovare un alloggio alternativo, evitando che la gente si trovi per la strada. Facciamo in modo di paralizzare il processo per qualche mese, il tempo di trovare una nuova sistemazione. Non è facile.

Siamo dunque sempre all’opera con la nostra immaginazione permanente. Interpretiamo la legge in una certa maniera, mentre le altre istituzioni ci rinviano sempre davanti ai tribunali. Ogni volta che facciamo qualcosa viene depositato un ricorso contro di noi al tribunale dei contenziosi amministrativi: sia il PP di Madrid, sia la Comunità di Madrid governata dal PP, sia la delegazione del governo, sia il Ministero delle Finanze. È una maniera per loro di paralizzare la nostra azione: è uno dei principali limiti che abbiamo.

Ci confrontiamo inoltre con la difficoltà di governare una macchina così grande come il comune di Madrid. Una macchina molto lenta, abituata come tutte le organizzazioni burocratiche ad avere sempre ragione e a credere che gli altri – noi – abbiano sempre torto. Abbiamo passato il primo anno a confrontarci con frasi come “non è fattibile”, “non si può fare”. Ma, insomma, dovevamo pur fare qualche cosa, visto che siamo arrivati qui! Dobbiamo quindi confrontarci con questa macchina. Non è contro di noi, ma non è agile e efficace come dovrebbe essere.

Io sono politologa di formazione, vengo dall’Università Complutense come molti altri, fra cui Pablo [Iglesias] e Iñigo [Errejón]. Ma loro facevano della scienza politica teorica, mentre io preferivo studiare le politiche pubbliche perché ho sempre pensato che le istituzioni abbiano una grande capacità di cambiamento. Attraverso le risorse pubbliche, le leggi, è possibile cambiare la vita della gente. L’ho sempre pensato, e ne sono ancora più convinta oggi.

Possiamo fare molto governando il comune di Madrid, e non oso neppure pensare cosa potremmo fare se avessimo anche la Comunità di Madrid, e se avessimo lo Stato. Perché è realmente possibile fare moltissime cose. Vogliamo finirla con le scuse che abbiamo sentito troppo a lungo: “non si può fare altrimenti”, “non ci sono soldi”, “è difficile”… Ovviamente è difficile, ma è possibile. ¡Sí se puede!

Avete iniziato a riformare le istituzioni?

Abbiamo tentato… Ma come ha detto Manuela [Carmena] in un’intervista recente, l’unica battaglia che abbiamo rinunciato a condurre per questi quattro anni è quella della trasformazione istituzionale. Perché noi avanziamo progressivamente, ma è molto difficile. L’istituzione comporta delle dinamiche e delle visioni decisamente anchilosate, complicate da far evolvere. La cosa più importante per me sarebbe costruire un’istituzione garante del diritto di tutti i cittadini ad essere trattati allo stesso modo. Una istituzione che sia più umana, laddove i formalismi giuridici possono urtare il senso comune. L’attenzione e la cura rivolta ai cittadini è per me la cosa più importante, e dobbiamo fare degli sforzi in questo senso.

Ci sembra di cogliere una differenza di percezione rispetto alla corrente anticapitalista di Podemos, che si ostina a mantenere una distanza simbolica nei confronti delle istituzioni, che vengono viste come il “fuori”, mentre la strada è considerata il “dentro”. Alcuni militanti di preoccupano dell’istituzionalizzazione e non si augurano che Podemos divenga l’istituzione.

Per quanto mi riguarda penso che si faccia una gran confusione. Gli anticapitalisti ci spiegano che le istituzioni non sono mai neutre, e io sono d’accordo con loro: le istituzioni hanno una componente di classe, etnica, di genere, perché sono fatte su misura per la classe dominante, esse hanno storicamente servito questo o quel progetto politico di classe. È vero, ma io credo esattamente che noi possiamo modificare tutto questo. Io non voglio identificarmi col modello dell’istituzione, ma al contrario trasformarla, proporre un nuovo progetto di istituzione e di città. Non dobbiamo considerarci come degli invitati nelle istituzioni. Dobbiamo assumere il fatto che un progetto politico, storico, deve generare proprie istituzioni, modificando le istituzioni esistenti per metterle al servizio di un altro progetto.

Io stessa penso ovviamente che la legislazione sulla proprietà è concepita per proteggere gli uni e deteriorare le condizioni di vita degli altri. Noi siamo tutti dei marxisti all’origine. È precisamente per questo che dobbiamo assumere che il nostro compito consiste nel modificare le istituzioni per metterle al servizio non più delle classi dominanti, ma di una maggioranza sociale impoverita e bisognosa.

Mi auguro di sentirmi a mio agio nelle istituzioni, il che non significa che io sia diventata una donna del PP. Mi auguro che l’istituzione somigli di più a ciò che si vede in strada. Credo che la dicotomia tra la strada e le istituzioni, oltre ad essere noiosa, sia anche poco fruttuosa. Non dobbiamo scegliere tra l’una e l’altra. L’istituzione non è la panacea, la chiave per risolvere tutti i conflitti, e la strada non lo è di più, ancor meno nel contesto di debole mobilitazione sociale che attraversiamo in questo momento. Non me ne rallegro assolutamente, ma è necessario constatare che la strada non è in un momento di grande effervescenza. Questa dicotomia mi sembra dunque poco stimolante per pensare la complessità nella quale viviamo.

Dall’opposizione è probabile che si abbia maggiormente la tendenza ad adottare questa griglia di lettura. Ma dal punto di vista del governo, quando si governa una città, è diverso. Che fa Kichi [José Maria González, il sindaco anticapitalista di Cadice] a Cadice? Io spero, e ne sono certa, che faccia in modo che la municipalità somigli di più agli abitanti di Cadice e che non si senta come un estraneo al Comune. Al contrario, lui si impegna affinché la gente normale si senta meno estranea alla propria città. È per questo che siamo qui, no?

 

Pubblicato da Le Vent Se Lève il 14/8/2017. Traduzione di Francesco Marchesi. 

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