Lettera a un intellettuale organico di sinistra

Caro intellettuale organico di sinistra,

Se leggi queste righe probabilmente è perché l’intestazione della lettera racchiude la descrizione di un profilo a cui senti accaloratamente di aderire. Come è noto, Antonio Gramsci aveva esteso la portata concettuale della categoria di intellettuale, così come aveva fatto per molte altre nozioni. Per lui l’intellettuale organico non era semplicemente il grande pensatore, portatore di una cultura sopraffina, capace di discettare di massimi sistemi, ma colui o colei che a diversi livelli, con diversi mezzi e su diversi fronti svolgeva una funzione connettivo-organizzativa, permettendo la (ri)produzione e la diffusione di un determinato sistema ideologico. Fedele a tale interpretazione, con questa lettera mi rivolgo dunque a tutti coloro che fanno dell’adesione alle cause della sinistra una (o forse persino la) propria ragion d’essere: dai grandi giornalisti impegnati, passando per gli “influencers” di vario tipo, fino ai tanti militanti che, pur magari non lavorando a stretto contatto con la politica, hanno in quest’ultima una delle preoccupazioni centrali della propria esistenza.

Il motivo della missiva è il profondo senso di scoramento che avverto a fronte di un’iterazione priva di ricadute dei tuoi interventi politico-culturali. Mi spiego: gran parte della tua lotta per le idee è una sorta di coccola rassicuratrice rivolta a te stesso e i tuoi simili, una rivendicazione di orgoglio delle proprie posizioni. Ma sei (sono?) ormai parte di una comunità in via di estinzione, vittima di un riflusso storico pluridecennale, privata di qualsiasi velleità egemonica, affetta da una malinconia politica infeconda e repellente. Così, giocare ad aizzare i propri assomiglia di più all’amministrazione di un piccolo condominio che all’incitamento di uno stadio fremente.

Insomma, se dopo il tuo ultimo post su Facebook, il tuo ultimo intervento televisivo, o la tua ultima filippica sul blog hai ricevuto i likes, le pacche sulle spalle o gli incoraggiamenti della cerchia che ti segue più o meno fedelmente, non hai centrato l’obiettivo. So che quando sono in tanti a complimentarsi, l’orgoglio è  grande. L’autostima ne risente positivamente. L’ego ne viene solleticato. Ma hai fallito. Hai fallito perché  l’effetto bolla è ingannevole: le posizioni in campo rimangono le stesse. I tuoi estimatori ne usciranno ancora una volta rinfrancati dal sapere che c’è qualcuno che la pensa esattamente come loro, a modo “giusto”, non come il popolino da cui vi sentite così diversi. Quest’ultimo – o forse anche solo un sacco di persone normali che si sono legittimamente disinnamorate della politica – osserverà sospettoso o sbadigliante, o ancora più probabilmente non avrà mai contezza del tuo ultimo sforzo propagandistico. Le identità politiche in campo permangono così immutate.

Caro intellettuale organico di sinistra, personalmente trovo condivisibile la maggioranza delle tue espressioni, ma mi chiedo quanto siano capaci di pungolare l’animo dello scettico, del depoliticizzato, dell’apatico e – perché no? – persino di quello che la pensa in maniera diametralmente opposta. Perché, ammetterai, la questione sta tutta lì, no? Se ammettiamo che le identità politiche non sono fissate una volta per tutte ma intrinsecamente malleabili e rinegoziabili, il vero intervento è quello capace di proiettare immaginari di ampia condivisione, rimescolando le carte e le posizioni sul tavolo da gioco, scardinando le inerzie e (ri)articolando settori eterogenei.

Di fronte al sopravvento di identità popolari anti-democratiche, è imperativo soffermarci sul perché  siano state quelle identità – e non altre – a divenire persuasive per fette della popolazione così importanti. Dopotutto, qualsiasi pratica o discorso politico è capace di radicarsi e diventare egemonico nella misura in cui fornisce una serie di risposte apparentemente plausibili alle problematiche che attanagliano le grandi maggioranze. In questo modo, le identità popolari non possono essere trattate come fenomeni puramente irrazionali, come il risultato di una disseminazione insufficiente di cultura e conoscenza. Abbiamo un tremendo bisogno di tracciare mappe molte accurate del disagio attuale e di come questo si concatena alle offensive culturali dei progetti anti-democratici. Solo in quel modo saremo in grado di fornire interpretazioni alternative delle esperienze che vivono coloro che sono, per ora solo sulla carta, i destinatari naturali di un discorso politico di uguaglianza ed emancipazione.

In definitiva, l’intervento politico-culturale di cui abbiamo bisogno non è quello che perpetua l’attuale demarcazione delle fedeltà politiche, ma quello che la trascende evitando di cadere nella trappola di essere incasellato in posizioni già neutralizzate nell’immaginario pubblico. Questo non significa essere conniventi rispetto a discorsi politici retrivi o recepire apporti contenutistici agli antipodi del nostro punto di partenza. Significa non scadere nelle litanie che eccitano esclusivamente i già convertiti, significa elasticità nell’utilizzo dei linguaggi, significa ricerca di quei simboli tradizionali di ampia condivisione che possono essere appropriati e ridefiniti in senso democratico.

Caro intellettuale organico di sinistra, una volta la sinistra lottava per coinvolgere le masse popolari più ampie, si sforzava di andare incontro alle sue esigenze materiali e culturali in una lotta egemonica che nel secolo passato, nel nostro Paese, ha dimostrato un grado di efficacia non indifferente. Aborriva il guscio minoritario perché sapeva che la sua azione era politica, non letteraria. La prossima volta, domandati se quello che stai per scrivere o dire può provvedere un’interpretazione seducente di quanto sta succedendo e se questo può servire ad articolare pezzi di società che finora non ti (ci) hanno dato retta.

 

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