Migranti italiani, altro che cervelli. Solo cuori in fuga

La scorsa domenica mi sono ritrovato a metà mattina steso sul letto ad ascoltare i vecchi motivetti della pubblicità Barilla di fine anni 80-inizio 90, mentre i miei figli, ignari della delicatezza del momento, mi saltavano addosso incuranti. Era una delle solenni liturgie che da italiano all’estero coltivo con rigore quasi involontario, con predilezione per quei simboli che rievocano momenti di sicurezza a cavallo tra gli anni dell’infanzia e della preadolescenza. Un bisogno di radici inderogabile, ma di continuo frustrato dalla difficoltà (impossibilità?) di un agognato ritorno, trasformandosi così in una sorta di patetica ricerca di scappatoie auto-consolatorie.

Siamo sempre di più ad andarcene. Secondo un recente rapporto Ocse, l’Italia è ottava a livello mondiale como Paese d’origine di migranti. La sensazione per le vie di Londra me lo conferma: bazzicandoci a intervalli regolari dal 2001, non avevo mai sentito parlare così tanto italiano intorno a me. Si potrebbe ormai quasi menar vita senza parlare inglese, creare interi circuiti sociali su misura, e se non è ancora come lo spagnolo a New York, siamo sulla buona strada.

Ciò non mi rallegra affatto, anzi è motivo di ulteriore sconforto. L’ottava potenza economica mondiale ha visto andarsene nel solo 2016 circa 285 mila persone, un esodo ormai paragonabile a quello del dopoguerra. Si svuotano i paesi, privando la provincia italiana di leve giovani in un contesto demografico già critico, ma iniziano a sgonfiarsi anche i centri urbani, sempre meno capaci di far fronte all’esigenza di lavoro tra i nostri millenials.

Una delle maggiori economie del mondo non riesce cioè a trattenere i propri giovani, a dargli un orizzonte di vita decente, a mettere a frutto le risorse erogate per la loro formazione. Non è solo un problema economico, ma in primis umano. Che i desiderosi di avventure e incontri nuovi vogliano fare esperienze altrove è un’esigenza fisiologica metastorica che interessa tipicamente segmenti ridotti della popolazione. Che intere città trasmigrino ogni anno all’estero perché private di opportunità è un dramma contingente, che coinvolge la comunità nazionale tutta.

Il fenomeno riceve tuttavia una copertura fuorviante dai mezzi di informazione: all’emigrazione si preferisce sempre e solo immigrazione, fatta eccezione per quando viene pubblicata qualche statistica che fa gridare alla scandalo – che puntualmente dura due giorni e viene poi archiviato. Di certo, gli sbarchi sulle nostre coste sono ben più vistosi e drammatici di ordinate partenze su voli low cost, ma non per questo meno importanti per comprendere cosa stia accadendo oggigiorno nel nostro Paese.

Tuttavia, c’è un’ulteriore e ben più grave responsabilità da parte di chi orchestra e incasella il flusso delle notizie. All’opinione pubblica è stato infatti insinuato il discorso dei cervelli in fuga, una narrazione tossica che sposta l’attenzione dalla radice del problema. Secondo questa retorica, la questione si esaurirebbe in un drenaggio delle nostre migliori menti, ostacolate da baroni universitari nepotisti e aziende incapaci di valorizzare le abilità dei giovani più dotati. Si parla di quel merito che l’Italia, invece di mettere in luce, farebbe scontare come un peccato. Così facendo, si spaccia una parte per il tutto, ma senza che questa parte sia sufficientemente rappresentativa del tutto.

A migrare, infatti, non sono solo grandi menti spesso effettivamente boicottate, ma anche e soprattutto gente che pratica professioni comuni: baristi, infermieri, panettieri, muratori, giovani ancora alla ricerca della propria vocazione così come tanti lavoratori cognitivi che non sono necessariamente dei fenomeni. Se c’è una cosa odiosa è quella di separare i destini dei primi dai secondi, cercando di imporre delle storie individuali su un fenomeno collettivo. Non cervelli dunque, ma cuori in fuga.

Tant’è vero che alla base dell’intera faccenda non c’è la stoltezza di chi non sa che farsene dei giovani più brillanti, che pur andrebbe combattuta. C’è il disegno oligarchico di governi che scuciono miliardi di euro per salvare istituti finanziari con l’acqua alla gola e ritornarli poi a banchieri senza scrupoli, ma non iniettano quei miliardi necessari per creare lavoro, fare politiche industriali, ridare linfa a un sistema economico atrofizzato e restituire dignità a quei milioni di persone che, emigrate o meno, sono cresciute in quegli anni 80-90 nell’inganno di poter accendere un mutuo e crescere a loro volta dei figli in maniera dignitosa nel proprio Paese. D’altronde, anche le questioni “baronili” passano per questo snodo: è solo nella scarsezza di risorse che possono vegetare ed espandersi i despoti che centellinano arbitrariamente i posti disponibili.

Il fenomeno dei cuori in fuga colpisce tutti, indistintamente. Colpisce i nostri genitori, che si vedranno privati dalla più preziosa delle compagnie, specialmente negli anni più critici della loro esistenza; colpisce noi, costretti a lasciare tutto e tutti e a soffrire di una malinconia strisciante; colpisce i nostri figli, che cresceranno pensando all’Italia come al Paese esotico di mamma e/o papà, senza magari saper cucinare nemmeno una pasta.

 

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano (online) il 12.7.2017. 

Condividi: