Basta con le regioni, sì al decentramento delle tradizioni

Due interventi sono già apparsi sul nostro blog sul tema delle autonomie locali. Stefano Poggi ci ha fatto notare, in un primo momento, come la dimensione locale corrispondente a un sentimento d’identità reale e alla possibilità di attivare processi partecipativi di autodeterminazione popolare sia quella del comune; e, in ultimo, come sia urgente, in questo senso, riscrivere la parte di Costituzione concernente le autonomie locali per un nuovo patto fondativo che sia veramente aperto, plurale e inclusivo. Se qualcosa la vicenda catalana ci insegna, è infatti la necessità di affrontare tempestivamente e seriamente la questione delle identità locali nel nostro Paese, prima che essa possa giungere a minare l’unitarietà stessa del Paese. La storia italiana si differenzia in molto da quella spagnola, ma con essa condivide proprio la forza di queste molteplici identità territoriali, la loro lunga costrizione in nome di una via autoritaria e centralista all’unità propugnata dalle classi dominanti e, infine, il loro riemergere affermandosi come questione centrale del dibattito politico.

Si manifesta – e, direi, per fortuna! – l’istanza diffusa di una valorizzazione delle identità locali, a lungo inopinatamente svalutate e considerate come relitti di un mondo arcaico da superare e confinare nella storia. Niente di più sbagliato: la bellezza della nostra Patria unita risiede anche nella molteplicità dei suoi costumi, dei suoi dialetti, nel suo ricco patrimonio zootecnico e agricolo, nelle sue variegate tradizioni culinarie e artigiane, nelle tradizioni orali dei cantastorie, nella musica, nelle danze, nei colori: in tutto quello che appartiene a una saggezza diffusa non nemica del progresso, ma che costituisce la forza e le radici di un popolo pronto alle sfide del futuro senza dimenticare da dove viene e chi è, nonché una sorgente di spirito critico non conforme ai dettami del pensiero unico. Quale risposta è stata data in questi decenni al riemergere della domanda di recupero culturale mai domata dagli eccessi di centralismo? Certamente, la peggiore: la sua traduzione in mastodontici apparati amministrativi regionali utili essenzialmente a fini clientelari e del tutto alieni a un reale processo collettivo di messa in valore delle diversità in nome dell’unità, quale chiamato a gran voce da Nord a Sud.

In correlazione con la polarizzazione del decentramento al livello regionale, quasi mai corrispondente a identità reali, si è fatto del welfare l’oggetto del federalismo, differenziando indiscriminatamente di luogo in luogo proprio il terreno che invece dovrebbe essere quello dell’uguaglianza dei cittadini, del diritto alle medesime prestazioni sociali a Roma come a Palermo come a Bolzano. Così si è attentato alla solidarietà nazionale e si è aperta la via alla moltiplicazione di rivalità tra regione e regione, costruendo chirurgicamente in nome del disprezzo o dell’invidia del vicino i sentimenti d’identità collettiva delle regioni. Così si sono aumentati gli sprechi e, su tale base, giustificati gli sciagurati tagli alla sanità, all’istruzione, all’assistenza sociale, alla cultura… E, nel frattempo, mai neanche si è messo in discussione quel tipo di modello di sviluppo fondato sull’accentramento dello sviluppo economico, mai ci si è posti seriamente il problema di una creazione diffusa di posti di lavoro, che tanto mancano in molte province.

Rispetto a tutto questo, occorre fare marcia indietro finché si è in tempo. Nel segno della rottura, è ora di riscrivere, con la più ampia e diretta partecipazione civica, il patto costituzionale tra Stato e autonomie locali. Basta con le regioni, sede di clientele votate solo alla propria auto-conservazione. Basta con il federalismo dello Stato sociale: che le prestazioni siano eguali, gestite da entità statali e di livello tale da garantire benessere a tutti, come le risorse nazionali, se non più accaparrate da pochi, permetterebbero. Si assegnino ai comuni quelle funzioni realmente correlate alle specificità del territorio, mettendoli economicamente in condizioni di funzionare. Nel quadro di una nuova programmazione dell’economia, si decentrino le possibilità lavorative e i luoghi di aggregazione, perché non si sia costretti a emigrare nelle grandi città e al Nord spopolando tanti comuni. E, infine, si dia inizio a una nuova stagione di decentramento delle tradizioni, con un congruo investimento economico e politico, che permetta a ogni area di svilupparsi nel rispetto della propria identità, della storia e dei costumi che la caratterizzano e la rendono speciale rispetto a ogni altro luogo nel mondo e degna di essere vissuta, contro i canoni della globalizzazione che vogliono far sprofondare ogni luogo nello squallore dell’anonimato. Questa nuova via è possibile, è necessaria… ed è senso comune!

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