Le elezioni tedesche nel contesto europeo

Sarebbe difficile spiegare i 16 anni di guida Merkel in Germania senza considerare l’egemonia che in Europa la cancelliera ha saputo consolidare nel corso della crisi – e, per certi versi, proprio grazie alla crisi. Questione tedesca e questione europea sono legate. Lo sono fin dal consolidarsi in Stato-nazione di quell’area che dalla metà del XIX secolo conosciamo come «Germania». Probabilmente, anzi, non esisterebbe una questione europea se non esistesse, incardinata al centro del vecchio continente, una questione tedesca.

La Germania nasce come Stato unificato in uno spazio geopolitico già saturo. E nasce come Stato-nazione già con potenziale imperiale – per capacità militari e di attrazione di capitali e di manodopera qualificata. Il trentennio di guerre mondiali si chiuse con la doppia sconfitta del disegno imperiale tedesco, e la guerra fredda si presentò – prima che la decolonizzazione ne spostasse nel Terzo Mondo il baricentro – come un tentativo di stabilizzare la questione della Germania.

Il crollo dell’URSS mise fine a quel tentativo. I gruppi dirigenti europei avvertirono il pericolo, e accelerano il processo di integrazione europea come via per imbrigliare in una trama di relazioni multilaterali, se non federali, la Germania riunificata. Uno schema che tuttavia Berlino è riuscita a capovolgere a proprio pressoché esclusivo vantaggio. «Rafforzare l’Europa significa rafforzare la Germania», recitava un ambivalente slogan della Cdu in quest’ultima campagna elettorale.

L’egemonia tedesca sul continente europeo si basa su un’economia che, da il «malato della zona euro», è divenuta la «locomotiva d’Europa». Tale successo è di solito spiegato con il riferimento alle riforme Hartz, implementate tra il 2003 ed il 2005 con lo scopo di rendere più flessibile il mercato del lavoro, prima irrigidito dalla presenza capillare dei sindacati in gran parte dei settori economici. Da allora, si è assistito ad un fenomeno che taluni esaltano come aumento della competitività, altri additano come deflazione salariale, definendola scorretta in quanto gli altri paesi dell’area euro non possono più contare sulla svalutazione monetaria per tentare di strappare alla Germania il record di esportazioni verso l’eurozona.

Entrambe le analisi, o accuse che dir si voglia, appaiono fuorvianti. L’idea che la competitività di merci e servizi destinati al commercio internazionale dipenda in larga parte dal salario corrisposto ai lavoratori è stata di recente relativizzata da stime empiriche che rilevano come solo il 22% del costo finale per unità di prodotto sia composto dal costo del lavoro. Il tessuto produttivo tedesco è molto diverso da quello degli altri Stati europei: la manifattura continua a ricoprire un ruolo preponderante, anche dopo il calo subito a causa della crisi. Nel 2016, il 22% del totale del valore aggiunto deriva dalla produzione di beni manifatturieri, contro il 14% di Spagna, 16% di Italia e l’11% di Francia. Molti di questi beni sono il risultato di un processo produttivo che si svolge in buona parte al di fuori dei confini tedeschi, dal momento che i componenti a più basso valore aggiunto sono prodotti in paesi quali Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia.

Proprio queste economie risultano subordinate al modello produttivo tedesco, al quale forniscono una forza lavoro disciplinata e relativamente poco costosa. L’assemblaggio finale, così come i laboratori di ricerca e sviluppo, rimangono però entro i confini tedeschi e rappresentano le fasi di produzione a più alto valore aggiunto. Non a caso, il settore manifatturiero rimane uno dei baluardi dei sindacati, i quali hanno impedito l’abbassamento dei salari che si è verificato invece nel settore dei servizi, nel quale una quota rilevante di occupati subisce gli effetti della precarietà e povertà dei minijob.

Gioca un ruolo importante la dimensione media delle imprese, che nel manifatturiero tedesco risulta di 35 dipendenti, contro i 14 in Francia, i 10 in Spagna ed i 9 in Italia. Le aziende più grandi sono infatti le stesse in cui è presente un laboratorio di ricerca e sviluppo ed in cui la produttività è più elevata, sia grazie alle economie di scala sia grazie alle maggiori risorse finanziarie impiegate. Sono proprio queste ultime a rappresentare uno dei fattori chiave del modello tedesco. La Germania è infatti uno dei pochi Paesi membri che ha mantenuto una banca pubblica, dotata di mezzi finanziari formidabili, che le permettono di intervenire nel mercato del credito e indirizzare le risorse nei settori ad alto potenziale innovativo. Si tratta della Kreditanstalt fur Wiederaufbau (KfW), controllata per l’80% da Berlino e per il 20% dai Lander.

La KfW eroga attualmente più del 10% del totale del credito a tassi agevolati e con scadenze medio-lunghe, favorendo processi di innovazione che richiedono tempo e risorse per dare i propri frutti. Per contro, agli stati periferici dell’eurozona è stata imposta una cura austeritaria che ha distrutto gran parte della capacità di poli produttivi potenzialmente concorrenti con quello tedesco.

Questa panoramica spiega in gran parte l’inerzia del quadro politico che ha condotto alla (stentata) riconferma della cancelliera Merkel. La grande coalizione tra Cdu e Spd che ha governato negli ultimi anni rappresentando quasi plasticamente il compromesso tra l’oligarchia, la rendita piccola e grande goduta dalla classe media e l’aristocrazia operaia impiegata nelle punte più avanzate della manifattura. Ma spiega anche l’impiantazione di un dualismo sia nel mercato del lavoro che nello sviluppo tra Ovest ed Est che potrebbe minare la stabilità tedesca.

Se ne è avvantaggiata, come in altri casi europei, l’estrema destra, che soffia sul fuoco della marginalità sociale e che non perdona alla cancelliera le aperture in tema di immigrazione (aperture più immaginarie che reali, se fu proprio la Merkel nel febbraio del 2016 a convincere Erdogan e chiudere la rotta balcanica e ad assegnare alla Turchia il ruolo di bastione contro l’ondata di profughi). La SPD si vedrà costretta, più per tattica parlamentare che per convinzione, ad abbandonare la coalizione; ma un’alleanza «Giamaica» tra le forze europeiste parrebbe restituire l’immagine di partiti sistemici asserragliati a difesa di uno schema che, se non regge più nella metropoli, apre a maggior ragione scenari sconvolgenti in tutto il continente.

Pubblicato su il manifesto il 28/8/2017. 
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