Più spesa sociale!

È ormai troppo corta la coperta dell’austerità. Anche per quei governi e quei partiti che dall’entrata in vigore dei trattati di Maastricht sembrano trarre legittimità meno dall’appoggio popolare che dal presentarsi come i guardiani dell’ortodossia monetarista e neoliberale di fronte ai «mercati». L’Italia ha ormai da più di un ventennio un avanzo primario di bilancio: tradotto in parole per tutti comprensibili, lo Stato prende ai cittadini di più rispetto a quanto rende loro in termini di servizi. La possibilità di ottenere uno sforamento dei rigidi vincoli di bilancio imposti dai trattati sembra la panacea in vista del rilancio dell’agognata e tanto invocata «crescita»; o per lo meno, l’unica possibilità di ottenere un minimo di consenso in vista dell’imminente tornata elettorale. Ma gli indirizzi di politica economica da far seguire a questo sforamento continuano ad essere rivolti alla concessione di sgravi fiscali alle imprese private.

Secondo la manovra allo studio del governo, sgravi ai privati pari al 50% dei contributi dovuti dovrebbero portare a 300mila nuove assunzioni. Un disegno di dubbio impatto, considerati i precedenti, e destinato a non intaccare minimamente il tasso di precarietà dei nuovi impieghi. Per non parlare dell’acuirsi della sperequazione fiscale che un simile disegno comporterebbe, se è vero che due miliardi transiterebbero direttamente dalla fiscalità generale – e quindi dalle tasche dei lavoratori dipendenti, i più tartassati dei contribuenti – alle imprese.

Una soluzione, dunque, tutt’altro che innovativa, e che si pone invece in continuità con politiche economiche a favore delle imprese, ma a sfavore dei dipendenti. L’esperienza di questi ultimi anni insegna che i produttori privati, in un contesto di grande incertezza e di prolungata stagnazione economica come quello in cui il Paese si trova ormai da circa un decennio, sono tutt’altro che disposti ad investire e ad assumere nuovo personale semplicemente perché devono meno al fisco. Abbassare le tasse, così come ridurre il costo del lavoro e rendere più flessibili assunzioni e licenziamenti, sono tutte strategie attinenti al lato dell’offerta. I costi della gestione di un’attività economica diminuiscono, ma non si creano nuove opportunità d’investimento, né mutano le fosche aspettative degli imprenditori, che per definizione investono oggi guardando al profitto di domani. Ricerche condotte da istituzioni quali la Banca Centrale Europea ed il Fondo Monetario Internazionale hanno infatti dimostrato che un aumento della spesa pubblica è più efficace nello stimolare la crescita economica rispetto ad una diminuzione delle tasse. In altre parole, incrementando la spesa pubblica dell’1% il PIL aumenterebbe di almeno l’1,2-1,3%, mentre diminuendo le tasse dell’1% la crescita economica sarebbe di appena lo 0,5% in più. Inoltre, le stime diventano tanto più favorevoli alla spesa pubblica quanto più l’economia si trova in una fase recessiva.

Perché dunque non dare una vigorosa spinta all’economia italiana scegliendo la seconda strada, quella della maggiore spesa pubblica per investimenti? In tal modo, lo Stato potrebbe generare crescita adoperandosi per migliorare le condizioni dei tanti servizi pubblici congestionati dalle poche risorse oggi disponibili. Basti pensare a quanto benessere potrebbe derivare dal rimettere in sesto trasporti, ferrovie, scuole, ospedali e palazzi, implementando le più recenti tecniche costruttive, i materiali più avanzati ed assumendo personale. In tal modo, la maggiore spesa pubblica verrebbe ripagata da sé con i proventi delle opere realizzate, che potrebbero essere in parte utilizzati per ripagare il debito pubblico ed in parte per effettuare nuovi investimenti. I salari dei neoassunti si tradurrebbero in maggiori consumi e maggiori vendite per le imprese, che beneficerebbero di infrastrutture funzionanti. L’offerta sarebbe così trainata dalla domanda, il vero grande assente delle politiche condotte dai governi nazionali che si sono susseguiti fino ad oggi, ed in aperta contrapposizione con i compiti per casa che giungono da Bruxelles.

Perché è sicuramente sul tappeto il tema del rilancio degli investimenti e dell’apparato produttivo, ma è al contempo importante iniziare a tracciare linee guida lungo le quali operare questo rilancio. La politica degli incentivi fiscali ha in realtà come risultato – ammesso e, come abbiamo visto, non concesso, che abbia risultati – quello di assecondare, e non compensare, gli squilibri venutisi a creare nella nuova divisione continentale del lavoro emersa dal calderone della crisi. In poche parole, incentivi a pioggia andrebbero a rafforzare quei settori a basso valore aggiunto e ad alta stagionalità/precarietà degli impieghi a cui i centri forti dell’accumulazione continentale vorrebbero destinare l’Europa mediterranea. Una politica di investimenti pubblici diretti avrebbe all’opposto il vantaggio di fornire robusti correttivi ad un destino non ineluttabile di abbandono delle punte più avanzate dell’apparato produttivo. Non certo in un’ottica autarchica. Il futuro di un’integrazione economica democratica passa per la ricostruzione degli apparati produttivi dei Paesi periferici ed il loro successivo coordinamento su basi orizzontali e paritarie. La costruzione di una divisione continentale del lavoro duale e gerarchica non avrebbe altro effetto che la crisi ricorrente dei rapporti tra gli Stati europei o la riduzione di quelli mediterranei nell’orbita coloniale dei nuovi imperi centrali. Un destino che una classe dirigente degna di questo nome avrebbe il dovere di scongiurare con qualsiasi mezzo.

 

Pubblicato su il manifesto il 30/8/2017.

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