Il popolo come antidoto alla depoliticizzazione

Ognuna delle recenti tornate elettorali, non solo quelle che hanno riguardato i nostro Paese, ha avuto la sua coda di commenti allarmati circa i presunti rischi dell’antipolitica. Un concetto che risulta però poco azzeccato.

Se è vero che dietro le fortune in termini di consensi di formazioni esplicite nel rifiuto di articolazioni politiche tradizionali, quando non dell’intero quadro costituzionale tradizionale, stava comunque una spinta ad individuare soluzioni collettive alla crisi sistemica che attraversa l’Occidente. Poteva disorientare che la protesta anti-sistema fosse rivolta al di là delle coordinate ottocentesche della destra e della sinistra; e questo poteva spaventare, non sempre a torto, chi vedeva dietro l’abbandono di quelle coordinate un ritorno mascherato e nelle forme più brutali di uno solo dei contendenti, cioè della destra; ma si trattava comunque dell’espressione di un rifiuto collettivo e in qualche maniera organizzato di uno stato di cose presenti vissuto come insoddisfacente.

Il rischio oggi sotto gli occhi di tutti è che l’alternativa alla cosiddetta antipolitica non sia il ritorno della politica tradizionale, ma un’ondata generalizzata di depoliticizzazione. Un fenomeno corrispondente a tendenze di lungo periodo in Occidente, che non a caso ha i suoi quarti di nobiltà nella più apparentemente solida della democrazie liberali, quella nordamericana; e che si sta diffondendo a macchia d’olio, come testimoniato ultimamente dall’andamento delle legislative francesi e delle amministrative italiane. Ed un fenomeno consustanziale al pieno dispiegamento della restaurazione oligarchica neoliberale, di cui da prima i teorici conservatori hanno teorizzato l’utilità al fine di salvare i regimi liberali da un “eccesso di domande” democratiche, e che poi ha trovato la sua applicazione pratica un po’ ovunque, laddove istituzioni tecnocratiche, quindi politicamente impermeabili, hanno dettato l’agenda politica a governi sempre meno dipendenti dalla legittimazione popolare.

Alla luce dei risultati di queste amministrative, la necessità di una netta inversione di tendenza si pone di fronte alle forze democratiche. Non esistono ricette semplici. Né, in assenza di un complessivo disegno di carattere nazionale, alla lunga è destinata a fornire una base adeguata di rilancio la proiezione su scala generale di esperimenti locali nel breve vincenti. Si veda quanto successo a Genova, dove la destra ha travolto l’eredità politica di un esperimento «civico» ante litteram; o a Milano, dove il modello Pisapia è stato salvato, ma soltanto a costo di affidarne la prosecuzione ad un tecnocrate esponente di una stagione rispetto alla quale quello stesso modello si era posto in netta antitesi. Avranno certo, i protagonisti delle varie stagioni «dei sindaci» via via fiorite (per durare poi lo spazio di un mattino), «ben amministrato». Ma si dice che anche Heider in Carinzia lo abbia fatto, e non si vorrà fare del post-fascismo austriaco un faro per il rilancio della sinistra. Il fatto è che, senza un riordino complessivo delle amministrazioni cittadine al servizio della popolazione colpita dalla crisi, aiuole, piste ciclabili e Ztl rimangono misure rivolte ai turisti, a quei pochi pensionati ancora in grado di sopportare il tenore di vita dei centri storici, o a qualche giovane manager dall’estetica hipster; ma rischiano di delimitare le barriere di classe del XXI secolo, mentre le periferie affogano nello smog e nella speculazione edilizia, o sono sventrate da grandi cantieri destinati sempre a concludersi «domani».

L’esperienza dovrebbe aver ormai insegnato che non esiste nessun automatismo in base al quale un progressivo scivolamento verso destra del Partito democratico apra chissà quali praterie ad accrocchi nati in fretta e furia alla sua sinistra. L’unità della sinistra è parola d’ordine vuota, se non insignificante, agli occhi di gran parte della popolazione, a prescindere da chi sia a lanciarla, se apparati di ciò che rimane dei vecchi partiti o nuovi volti della società civile. E se tutti i tentativi di unità della sinistra lanciati fino ad oggi fossero falliti non perché realizzati male, ma perché era l’obiettivo in sé a non porsi adeguatamente al passo coi tempi?

Traducendo il dilemma in uno slogan – ma l’elaborazione di slogan efficaci costituisce da sempre il sale della politica – si direbbe che è l’ora di smettere di rivolgersi a minoranze politiche, per tornare a parlare alle maggioranze sociali. I protagonisti delle battaglie popolari devono essere coloro che hanno perso il lavoro ed il futuro, non i «delusi del Pd», o consimili categorie politichesi che non trovano nessun riferimento concreto nella società.

Si prospettano, in quest’epoca di grado zero della politica, due compiti ineludibili, molto simili a quelli che ebbe di fronte il movimento operaio degli inizi: la formazione di gruppi dirigenti credibili, possibilmente selezionati, soprattutto a livello locale, tra gli stessi ceti sociali di cui si dice di voler fare gli interessi; e l’individuazione di battaglie concrete da portare a termine, non studiate a tavolino ma partorite dall’esperienza quotidiana dei subalterni – come fu, ad esempio, la battaglia per le otto ore agli albori del movimento operaio. Altrimenti, non c’è da sorprendersi se chi soffre la crisi non cerca nella politica, nelle scelte cioè collettive, la soluzione ai problemi imposti dalla propria condizione.

 

Pubblicato su il manifesto il 30.6.2017. 

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