Allegri a Wembley. Alcune note su calcio e geopolitica (e sul perché con noi non vincono mai)

“Non si può essere un grande poeta bulgaro” diceva Montale. E neppure, per la stessa mancanza di tradizione – letteraria in un caso, sportiva nell’altro – un grande calciatore sudcoreano. Eppure il sudcoreano, la settimana scorsa, è stato il migliore dei suoi. E così è successo che il Tottenham, una buona squadra intrisa di mezze punte e mezze ali (e qualche mezza cartuccia), è stata estromessa dalla Coppa dei Campioni da una Juve a ranghi ridotti, con i suoi assi incerottati, a cui sono bastati dieci minuti di dedizione. Dopo che alla Juve era stato tolto un rigore solare. E dopo che per impeto atletico il Tottenham aveva trovato un golletto, frutto di un certo predominio, nel primo tempo. Ennesima conferma della superiorità del gioco all’italiana rispetto al guardiolismo (almeno nella sua variante senza Messi), che ha ridotto il calcio ad una variabile subordinata della pallamano.

E dunque? Che ne è della propaganda retorica, etica ed estetica, sulla superiorità del calcio inglese, sugli stadi perfetti, sul tifo dodicesimo giocatore, sugli investimenti previdenti?

Bisogna prenderla un po’ alla larga, perché oltre allo sport qui c’entra parecchio la geopolitica, e c’entrano parecchio le transizioni egemoniche. La cosiddetta seconda belle époque (1980-2008) ha liberato una quantità incalcolabile di capitali dalla fiscalità generale e dall’investimento produttivo. Si aggiunga che, nella sua fase ascendente, essa ha combaciato con il grande sacco della Russia post-sovietica; e, sul finire, con il secondo boom dei pezzi del petrolio. Grazie al know how incorporato nella City, ad un regime fiscale scandalosamente favorevole alla rendita, e a norme a dir poco lasche sul riciclaggio (descritte da John Le Carré ne Il traditore tipo), gran parte di questi capitali sono affluiti in Inghilterra. In epoca di crisi degli investimenti e di espansione finanziaria, stante il deflusso dalle attività produttive troppo rischiose e con pochi sbocchi nei consumi, il lusso rappresenta un investimento sicuro. Perché il capitale si svalorizza meno. E perché le perdite sono compensate da un aumento di status. L’acquisto del Chelsea da parte di un oligarca russo, o del Manchester City da parte di uno sceicco, ha oggi lo stesso significato dell’acquisto di un quadro di Tiziano da parte di un magnate olandese del secolo delle parrucche.

In questo contesto, la creazione di un progetto sportivo, vincente o meno, ha un valore relativo rispetto a quello della creazione di un prodotto vendibile. E così gran parte di quei capitali in libertà si sono riversati nell’acquisto di campioni efficaci per la pubblicità (certo, talvolta anche per i gol), e soprattutto nella creazione di un immaginario collettivo che rendesse esportabile e vendibile il prodotto “calcio inglese”. Se il progetto sportivo ne è risultato debole (non vincono mai le squadre di club, per non dir niente del la nazionale dei tre leoni – aver trovato loro agli spareggi …), il progetto di marketing è riuscito. Basti pensare che Raisport ha acquistato quest’anno i diritti per le differite di Chelsea TV, in cui oscuri personaggi maldoppiati ci raccontano vita morte e miracoli di una squadra di un quartiere chic di Londra. Da quegli stessi microfoni, prima del “top player”, quando eravamo noi egemoni e Brera inventava il linguaggio del calcio universale, si potevano ascoltare Beppe Viola, Sandro Ciotti e Bruno Pizzul. Se non è questo un perfetto rovesciamento egemonico …

E tuttavia: Wembley, White Hart Line, Highbury … Si ma i luoghi attorno a cui la narrazione nuova è costruita non esistono più. Ora sono stadi tutti uguali, centri commerciali dove occasionalmente si gioca a calcio; templi lussuosi dal quale il popolo turbolento è stato espulso a suon di biglietti da 100 pounds in su. Perché la speculazione edilizia e la gentrificazione di interi quartieri-stadio sono un altro dei valori aggiunti di questa nuova narrazione.

Ma contro di noi non vincono mai.