Argentina Israele, o dello sport ostaggio della guerra

L’AFA – Asociación del Fútbol Argentino ha cancellato l’amichevole con Israele, che avrebbe dovuto svolgersi sabato a Gerusalemme, senza fornire una motivazione ufficiale. La decisione è maturata sull’onda delle proteste e della campagna internazionale di boicottaggio del match. Due giorni fa, infatti, il presidente dell’associazione calcistica palestinese e candidato alla successione di Abu Mazen, Yibril Rayub, aveva inviato una lettera ai vertici dell’AFA chiedendo la cancellazione della partita, che Israele stava strumentalizzando per celebrare il settantesimo anniversario della nascita del suo Stato. Questo è stato solo l’inizio. Nel pomeriggio di ieri un nutrito gruppo di manifestanti filo-palestinesi si sono presentati nel centro sportivo di Barcellona, che ospita il ritiro pre-mondiale della Seleccion, esponendo cartelli di denuncia e magliette dell’albiceleste  “insanguinate”.

Un tentativo di spiegare l’annullamento del match è stato fatto dal Ministro degli Esteri argentino, Jorge Farie, che ha dichiarato: ”i giocatori sono rimasti profondamente scossi e hanno preferito rinunciare all’amichevole, chiedendo che venisse cancellata. La campagna palestinese divenuta virale e la pressione della stampa hanno reso il clima insostenibile”. Alla dichiarazione del ministro è seguita quella di Gonzalo Higuain ai microfoni di ESPN: ”ha prevalso il buon senso di fronte alle minacce”.

La motivazione ufficiale sembra essere la sicurezza anche se risulta difficile credere che possano esserci seri rischi per una squadra di calcio in un paese militarizzato come lo è lo stato ebraico. Muri, filo spinato, check point esercito rendono il paese un fortino nel deserto. E’ molto più probabile che la scelta della Federazione Argentina invece sia legata sia a motivi politici che a motivi di immagine. Essere accostati, seppur marginalmente, alla strage di Palestinesi durante la Marcia del Ritorno non è una buona pubblicità. Tra i casi più eclatanti è da ricordare quello di Razan Al Najjar, paramedica palestinese freddata il 3 giugno scorso mentre soccorreva un ferito dai colpi di una cecchina americana arruolatasi volontariamente nell’esercito di Israele. Inoltre la partita è stata spostata da Tel Aviv a Gerusalemme, il cui stadio si trova in un’area di competenza palestinese, ma da anni sotto occupazione Israeliana.  Le reali ragioni della decisione dell’AFA forse non le sapremo mai, anche se ciò non toglie che si tratti di una decisione fortemente simbolica, un po’ come la decisione di Donald Trump di spostare l’ambasciata americana nella città santa.

L’unica cosa certa è che lo sport dovrebbe unire e non dividere e soprattutto non dovrebbe essere strumentalizzato né per legittimare delle violazioni del diritto internazionale né per la giusta rivendicazione dei diritti fondamentali di un popolo.  Il posto giusto per queste istanze non è uno stadio, ma nelle conferenze di pace.