Giro d’Italia: qualcosa è cambiato?

È finito da una settimana il centunesimo Giro d’Italia. Si è assistito anche a un mezzo sciopero dei corridori, per via delle buche che rendevano il percorso cittadino di Roma inadatto adatto ad una kermesse conclusiva. Cinquant’anni fa, si era sempre a Roma – era, come no, il maggio ’68 – i gregari scioperarono davvero. Volevano avere il salario aumentato nei circuiti a inviti, che fino a quel momento avevano arricchito solo i capitani.

Qualcosa è cambiato, si può dire provando un bilancio di questi venti giorni. Sgombriamo il campo dagli equivoci. Non ci si riferisce al doping. Anzi, il trionfatore di questo Giro centuno, Chris Froome (il primo britannico a riuscirci) è sotto inchiesta per un’asma curata con un po’ troppa foga. Fosse un pesce piccolo, di lui non sentiremmo più parlare. Ma comandano i quattrini – come s’è visto fin da subito, quando si è partiti a caccia degli sponsor del regime di Bibi Netanyahu – e quindi gli azzeccagarbugli della Sky son riusciti, per il momento almeno, ad avvolgere tutto in un polverone di ricorsi e di discorsi che al ciclismo non fanno certo bene. Di fronte ai moralisti, si deve prendere atto che nel momento in cui la bici si è trasformata da rivoluzionario mezzo di trasporto a strumento di agonismo, il baro è sempre stato dietro l’angolo. Quello che si deve pretendere, come minimo, al di là dello sviluppo della prevenzione e dei controlli, è la fine della connivenza tra chi fa le regole e chi le infrange. Di fronte ai cinici – “son tutti drogati, e meglio così, almeno c’è spettacolo” – bisogna avvertire che il doping lo spettacolo lo ammazza, perché fa diventare i brocchi purosangue, e chi è purosangue già di suo viene risucchiato dalla nebbia. 

Qualcosa però è cambiato, e ci si riferisce all’atteggiamento verso questo sport da parte dei suoi protagonisti. Veniamo da un ventennio di corse ingessate dal tatticismo e dal sistema antisportivo del Pro-tour, che per via dei premi legati ai piazzamenti stermina le squadre piccole, la linfa vitale del ciclismo, e inibisce le ambizioni matte. Di qui l’eccessiva specializzazione dei campioni, che poi campioni lo sono fino a un certo punto, se in tutto l’anno preparano una corsa. Già a marzo la vittoria di Nibali a Sanremo aveva iniziato a raccontarci questo cambiamento. Campione totale, Nibali nostro, come non se ne vedeva dai tempi di Hinault, lo aspettiamo al Tour ed al mondiale. E poi il volo folle di Froome, solo l’altro giorno, ottanta chilometri in solitaria mentre gli avversari arrancavano alla spicciolata. E poi ancora l’appuntamento che già si sono dati, Froome e Dumoulin, sulle strade di Francia, invece di ripiegare sul solito “lavoro in altura per preparare il finale di stagione”. Pratica densa di ombre. E oltretutto controproducente – Aru dote. Che due big coltivino il sogno dell’accoppiata Giro-Tour lo stesso anno – l’impresa per eccellenza di questo sport – conferma la tendenza al cambiamento.

Siccome anche un orologio rotto due volte al giorno ci indovina, un po’ di merito nello spettacolo ritrovato andrà dato anche alla Federazione internazionale, che ha ridotto il numero dei componenti delle squadre, favorendo i grandi uno-contro-uno, che dello sport del pedale costituiscono l’essenza. Certo l’ideale sarebbe il ritorno all’organizzazione dei grandi giri per squadre nazionali. Quando Henri Desgrange, sadico geniale, a metà degli anni Trenta escogitò per il Tour questa soluzione, non lo fece in omaggio al nazionalismo imperante in ogni dove in quel periodo, ma per scardinare il tatticismo che già allora imponevano alle squadre gli sponsor privati.

Un merito va riconosciuto pure agli organizzatori di questo Giro, in cui i protagonisti se ne sono date di santa ragione dall’inizio alla fine anche grazie al percorso apparecchiato loro. Mentre il Tour è prigioniero di una grandeur che penalizza l’innovazione, il Giro può permettersi più ardite soluzioni. Proprio per questo, di prestarsi alle esigenze di propaganda del regime di Netanyahu, che ha coperto i massacri di Gaza con un velo rosa, non se ne sentiva poi il bisogno, che lo spettacolo sta altrove. Domenica scorsa Roma ha risposto con il Cambiagiro, portando in bicicletta le rivendicazioni del popolo palestinese. Qualcosa, in questo, deve cambiare. 

Qualcosa è già cambiato, si diceva, sul versante sportivo. Un cambiamento antico. Il tempo del ciclismo è un tempo circolare, non segue linee rette. Perché si rinasce in primavera, lasciandosi alle spalle la nebbia gelida della Val Padana puntando la riviera di Sanremo. Perché da maggio a luglio Italia e Francia colorano di rosa e di giallo strade, case, bar. Perché si va in letargo a ottobre, tra le foglie morte del lago di Como, quando va giù il sipario del Giro della Lombardia. E così sia, anno dopo anno. Perché il mezzo è sempre lo stesso, e sempre lo stesso lo scenario. Sempre gli stessi i nonni ed i nipoti ad aspettare per le strade. E quindi i campionissimi non vivono nel passato, ma in una dimensione parallela, il loro fiato sempre sul collo di chi pedala qui e ora. Chi irrompe in riviera per San Giuseppe non rincorre solo la vittoria sua, ma anche Girardengo che è già scappato sul Turchino. Chi si gioca la maglia rosa tra Cuneo e Pinerolo, sa che davanti a lui c’è un uomo solo al comando. Chi scollina il Galibier, sa che di lì è già passato un giovane dalla faccia antica, e si è tolto la bandana. Chi stacca tutti al Lombardia non può stare tranquillo, perché dietro la Dama Bianca ha fatto imbufalire Magni. E in questa lotta eterna con la propria memoria sta la dolce maledizione del ciclismo.