Il mito dello “stadio di proprietà” tra calcio e finanza

Rio de Janiero, stadio Maracana. Un catino immenso pensato a maggior gloria del regime in occasione dei campionati mondiali di calcio del ‘50. Los de arriba son de palo, quelli lassù non esistono, così il caudillo Varela rincuorava i più giovani compagni in occasione della finale tra Uruguay e Brasile, proprio in riferimento ai duecentomila assiepati sugli spalti aspettando solo che il banchetto avesse inizio, per poi scendere in strada a festeggiare. Quando l’uruguayo Ghiggia insaccò il 2 a 1, e festa finita, nello stadio esplose il silenzio, ha scritto Galeano.

Di silenzio in generale al Maracana ce n’è però sempre stato poco. Specialmente nel settore de La Geral, il ground zero dello stadio, all’altezza del campo da gioco. Odore di birra, di sesso (non sempre solamente in due) e di sudore. Prezzo simbolico di ingresso, tre dollari più o meno al cambio attuale. Un particolare secondario: la partita si vede e non si vede. Ma chi se ne importa, si va, si partecipa a un rituale di massa, ad una festa collettiva ad uso esclusivo del popolo del calcio.

Ora la Geral non esiste più. Pelé e Zico, i più grandi interpreti che quello scenario abbiano calcato, si stracciarono le vesti. Le torcidas di Flamenco e Botafogo unite nello sdegno. Ma alla fine il popolo è stato espulso dal Maracana per via della cosiddetta ristrutturazione in vista dei mondiali del ’14, capienza ridotta da duecentomila a settantamila spettatori, prezzi decuplicati.  Posti tutti a sedere (e come si fa a ballare?).

Così va il mondo del calcio, così sotto la parola d’ordine dello “stadio di proprietà” e delle ristrutturazioni – leggi privatizzazioni degli spazi di festa collettiva – la tendenza si va generalizzando. E passo dopo passo il mantra si è fatto strada anche da noi. A Roma gli scandali finanziari si affastellano all’ombra della costruzione del nuovo stadio, a Firenze proprietà e comune da anni perlustrano la città in cerca di un buco libero per rimpiazzare il Franchi. Ora ci sarebbe da abbattere San Siro e ricostruirlo nel parcheggio a fianco (keynesismo sportivo?). A Udine per la verità la ristrutturazione non ha portato granché bene, la squadra annaspa dopo anni in cui nel vecchio Friuli si era giunti ad ammirare Ronaldinho; mentre a Reggio Emilia, caso “in purezza” di stadio di proprietà, l’operazione è stata esiziale per la fu Reggiana. Ma anche ammesso, e non concesso, che le fortune della Juve si debbano al proprio stadio, che senso ha che la mia squadra compri Messi grazie ai proventi di una speculazione edilizia o finanziaria più o meno ben riuscita, se poi non mi posso permettere di andare a vederlo nel mio stadio? Lorsignori la risposta ce l’hanno già pronta: guardateli in TV, i campioni, che così ci guadagniamo di più ancora coi diritti.

Il modello che si è affermato è quello inglese. Modello di business, dai risultati sportivi per la verità incerti. Da che Highbury ha cambiato nome in omaggio ai quattrini degli Emirates l’Arsenal non ha più vinto nulla. Per non parlare della nazionale dei 3 leoni, che arranca nelle retrovie del calcio da più di cinquant’anni ormai.

Ma è successo che la restaurazione neoliberale ha liberato una quantità incalcolabile di capitali dalla fiscalità generale e dall’investimento produttivo. Si aggiunga che, nella sua fase ascendente, essa ha combaciato con il grande sacco della Russia post-sovietica; e, sul finire, con il secondo boom dei pezzi del petrolio. Grazie al know how incorporato nella City, ad un regime fiscale scandalosamente favorevole alla rendita, e a norme a dir poco lasche sul riciclaggio (descritte da John Le Carré ne Il traditore tipo), gran parte di questi capitali sono affluiti in Inghilterra. In epoca di crisi degli investimenti e di espansione finanziaria il lusso rappresenta un investimento sicuro. Perché il capitale si svalorizza meno. E perché le perdite sono compensate da un aumento di status. L’acquisto del Chelsea da parte di un oligarca russo, o del Manchester City da parte di uno sceicco, ha oggi lo stesso significato dell’acquisto di un quadro di Tiziano da parte di un magnate olandese del secolo delle parrucche.

In questo contesto, la creazione di un progetto sportivo, vincente o meno, ha un valore relativo rispetto a quello della creazione di un prodotto vendibile. E così gran parte di quei capitali in libertà si sono riversati nell’acquisto di campioni efficaci per la pubblicità (certo, talvolta anche per i gol), e soprattutto nella creazione di un immaginario collettivo che rendesse esportabile e vendibile il prodotto – calcio. Ed il progetto di marketing è riuscito. Basti pensare che Raisport ha acquistato da qualche anno i diritti per le differite di Chelsea TV, in cui oscuri personaggi maldoppiati ci raccontano vita morte e miracoli di una squadra di un quartiere chic di Londra. Da quegli stessi microfoni, prima del “top player”, quando eravamo noi egemoni e Brera inventava il linguaggio del calcio universale, si poteva esser cullati dalla voce di Beppe Viola, Sandro Ciotti e Bruno Pizzul.

Wembley, White Hart Line, Highbury … I luoghi attorno a cui la narrazione nuova è costruita non esistono più. Ora sono stadi tutti uguali, centri commerciali dove occasionalmente si gioca a calcio; templi lussuosi dal quale il popolo turbolento è stato espulso a suon di biglietti da 100 euro in su.  Pensiamoci bene prima di sacrificare definitivamente, sull’altare di questa nuova narrazione, le luci di San Siro.