In quella doppietta Giro/Tour l’essenza del ciclismo

Ci si è messo anche il cambiamento climatico a stravolgere l’edizione del Tour più appassionante degli ultimi lustri. Venerdì corsa interrotta in vetta all’Iserand, ieri tappa ridotta ad una quarantina di km, la più corta di sempre. Un fiume di grandine e fango sulle Alpi, dopo settimane sotto la canicola, ha messo fine all’impazzimento collettivo dei galletti. Pinot fuori venerdì per un guaio muscolare, il nuovo idolo Alaphilippe respinto dopo aver resistito ben oltre il pronostico. E nascita del campione nuovo, il colombiano Bernal, 22 anni. Che trionfa in giallo e che ancora trionferà. Vittoria che ha un prologo curioso, dovuta com’è ad una caduta che gli ha impedito di correre il Giro d’Italia, cui era destinato.

E ci si è messo anche Nibali nostro a dare la zampata del campione nell’ultima tappa utile, vittoria parziale quando era ormai fuori classifica. C’è poco da rompergli le scatole, questo Tour era una festa a cui non era invitato, e comunque la sua presenza alla fine si è notata, come sempre.  Pochi rimpianti, rimane nell’aria l’eterna domanda: è possibile l’accoppiata Giro/Tour lo stesso anno?

L’accoppiata è l’impresa per eccellenza del ciclismo, non solo di quello moderno – ma può essere moderno questo sport? Al tempo dei pionieri né Petit-Breton, né i fratelli Pellissier, né dalle parti nostre Girardengo o Binda l’hanno non dico realizzata, ma neppure tentata. Già era difficile arrivarci dall’Italia in Francia e viceversa. Bottecchia fu l’unico nostro prima di Bartali ad imperversare oltralpe, ma senza mai lasciare il segno in patria. Bisogna aspettare il Campionissimo per la prima accoppiata, a.d. 1949. Da lì in poi pochissime repliche, tutte portate a termine dal migliore dell’epoca sua. E quindi ancora Coppi (1952), Anquetil (1964), Merckx, col record di tre accoppiate (1970, 1972, 1974), Hinault (1982, 1985), Indurain (1992-93, l’unica accoppiata in due anni consecutivi) e infine Pantani (1998). Nel mezzo Roche, non proprio un carneade, ma comparativamente il meno forte della compagnia che per paradosso nel 1987 compì l’impresa più grande, aggiungendo all’accoppiata il trionfo in autunno al campionato del Mondo.

A partire dai primi anni duemila poi, nel ciclismo proprio come nel calcio, specchio di un fenomeno sociale, si sono prodotte grandi divergenze economiche e nuove gerarchie, tra i budget a disposizione delle squadre e nell’importanza delle corse. Il sistema del Pro-Tour ha creato una netta frattura tra squadre di serie A e squadre di Serie B, come all’interno dei top club. Fior fiore di campioni, che sarebbero ovunque capitani, preferiscono il gregariato negli squadroni di primissima fascia. Mentre, per quanto riguarda le corse, il Tour de France rappresenta una vera e propria idrovora, che canalizza tutte le attenzioni e gran parte dei quattrini. Solo per gli italiani il Giro vale il Tour, di qui il concorso di campioni alla corsa rosa. Oltre che per una organizzazione che, ha saputo uscire dalle secche del dopo-Pantani con innovazioni altrove invidiate e poi copiate. 

Tuttavia, per lo più, chi in teoria avrebbe la cilindrata adatta all’accoppiata, punta tutta la stagione su una corsa sola, il Tour appunto. Se solo per gli italiani le due corse per prestigio si equivalgono, è facile prevedere che se accoppiata sarà in futuro, sarà tricolore, o quantomeno appannaggio di uno straniero con sponsor nostrano (come in 7 delle 11 doppiette realizzate fino a qui). 

A rendere oggi più ardua l’accoppiata è dunque il divario di prestigio tra i due Giri, per cui spesso chi la tenta partendo a maggio dalle strade rosa deve poi scontrarsi a luglio con chi ha puntato tutta la stagione sulla Francia, con il conseguente gap di preparazione. Alcuni segnali in controtendenza negli ultimi anni si intravedrebbero. Nel 2018 Dumoulin fece secondo in entrambe le competizioni, mentre Froome, vincitore al Giro, fu terzo al Tour: certo per la minore brillantezza che gli derivava dall’avere il Giro nelle gambe, ma anche perché si trovò la maglia gialla addosso un compagno di squadra, e non poté mai affondare veramente il colpo. Cosa che è successa a Landa al Giro di quest’anno, eppure il basco ha offerto una prova più che dignitosa in questi giorni sulle salite di Francia. Ma la sfida è impari. Se, come minacciato negli anni addietro, Giro e Tour si potessero emancipare dal sistema del pro-Tour, organizzando le rispettive corse per inviti se non addirittura per squadre nazionali, allora potremmo tornare a rivivere un continuo grande testa a testa tra i campioni da maggio a luglio, dall’Italia alla Francia, dal rosa al giallo. È forse tardi. Chi tiene in piedi tutta la baracca, con la passione riversata per le strade, continua però ad essere la gente al seguito, che ha quindi il diritto, se non di chiedere, almeno di sognare.

La tradizionale passerella sui Campi Elisi ha visto il primo colombiano in giallo sotto l’arco di trionfo, ed i francesi allungare la serie delle incazzature. 

Da “il manifesto”, 28. 7. 2019