Rosa Luxemburg a Venaria, o del perché vince sempre la Juve

Settimo scudetto di fila, un nuovo record, dopo quello dei 6 scudetti di fila segnato l’anno scorso. Per uno juventino come me (ci vediamo su Facebook interisti livorosi) dovrebbe essere un motivo di giubilo. Ma se si abbandonano per un attimo gli interessi di scuderia, diventa difficile non porsi la domanda: perché vince sempre la Juve?  

Perché vince sempre la Juve in Italia? Perché vince sempre il Real (o il Bar ça ad anni alterni) nella Liga spagnola? Perché vince sempre il Paris St Germain in Francia? Perché vince sempre il Bayern in Germania? Ovvero perché i campionati europei sono diventati così prevedibili? Competizioni in cui quasi immancabilmente vincono i soliti noti? Certo non mancano i casi di cenerontole che sfatano i pronostici, come successo con il Leicester di Ranieri con la vittoria della Premier League del 2016. Ma questi casi disparati sembrano sempre più eccezioni che confermano la regola ferrea dell’oligarchia calcistica. 

La risposta d’istinto dei tifosi italiani non-juventini la sappiamo già: perché la Juve ruba. Ora da juventino illuminato non posso che ammettere che la Juve sia stata favorita in passato, e che episodi come il rigore non dato su Ronaldo nella partita scudetto dell’Aprile 1998 siano una vergogna. Ed è una vergogna per il calcio che la Juve continui a negare le sentenze, come quando si sostiene che la Juve ha vinto anche quei due scudetti che le sono stati tolti dopo lo scandalo calciopoli, vedi per ultimo Chiellini nello scambio con Cucchi nel dopo-partita dell’Olimpico. Ma se proviamo a volare un po’ più alto delle recriminazioni da tifoseria, possiamo vedere che c’è una tendenza più generale e preoccupante, che non è riducibile a Moggi o arbitri venduti. Il dominio incontrastato della Juve è il dominio incontrastato del capitalismo in uno sport che, in modo simile a quanto è avvenuto più in generale con la nostra società, è diventato sempre più commercializzato e finanziarizzato. 

La Juve, così come il Real, il Paris St Germain o il Bayern vincono sempre, ovvero vincono più di quanto vincevano prima, per un fatto piuttosto semplice e intuitivo. L’integrazione del sistema calcio a livello europeo, sia a livello di competizioni sportive, a partire dalla Champions League, che di mercato pubblicitario e di diritti televisivi, che di vero e proprio calciomercato, ha portato a ciò che sempre succede nei sistemi economici integrati: la concentrazione delle risorse nelle mani di pochi. Come Marx aveva già affermato nella competizione capitalista “i capitali più grandi battono quelli più piccoli”, e il mercato produce una “centralizzazione del capitale” in sempre meno mani. Rosa Luxemburg e Vladimir Lenin avevano approfondito l’analisi di questa tendenza alla centralizzazione nel loro studio sull’accumulazione del capitale e la tendenza monopolista del capitalismo nella fase imperialista. Quello che vediamo oggi nel mondo del calcio non è altro che la traduzione di queste tendenze generali del capitalismo al mondo dello sport.  

Senza la pretesa di proporre un’analisi statistica esaustiva, alcuni esempi illustrano bene la centralizzazione del capitalismo calcistico. Mentre in Italia siamo appunto al settimo scudetto consecutivo della Juve, in Francia quest’anno il Paris St-Germain ha ottenuto il quinto successo consecutivo, anche se non ha ancora superato il record di sette titoli consecutivi ottenuti dal Lione tra il 2002 e il 2008. In Germania quest’anno il Bayern ha ottenuto la sesta vittoria successiva nella Bundesliga con cinque giornate d’anticipo. In Spagna dal 2005 a oggi i titoli sono stati vinti tutti da Barcellona (9) e Real (4), fatta eccezione per la vittoria dell’Atletico nel 2014. 

Certo. Si potrebbe sostenere che questi record non sono completamente nuovi. Basti pensare al Real Madrid di Di Stefano che collezionò 6 titoli in un decennio, ai 5 titoli della Juventus tra 1931 e 1935, o ai quattro del Grande Torino tra 1946 e 1949. Tuttavia appare evidente che rispetto al passato, i campionati nazionali stiano diventando sempre più prevedibili, con le squadre che competono nella Champions League che finiscono per dominare nei campionati nazionali. 

Se poi andiamo a vedere i bilanci delle squadre europee, la concentrazione del capitalismo calcistico appare ancora più evidente. Secondo la classifica Forbes delle squadre più ricche, c’è un abisso tra le prime dieci tra cui figurano Manchester United, Barcellona, Real Madrid, Bayern ai primi quattro posti e la Juventus al nono e squadre di secondo rango come Inter e Napoli. Per fare un esempio, il valore del Napoli (379 milioni di dollari) è circa un decimo di quello del Real Madrid (3,5 miliardi di dollari). In un mondo in cui i migliori allenatori e giocatori, ma anche preparatori atletici e personale tecnico hanno costi sempre più esorbitanti è evidente che tale differenza di risorse economiche si traduce in una differenza di prestazione. 

Una serie di fattori hanno favorito questo processo di concentrazione del capitale e del potere calcistico, tra cui la sentenza Bosman del 1995 della Corte di Giustizia europea che ha eliminato il tetto ai calciatori stranieri che possono essere detenuti da ciascuna squadra. Tale sentenza ha di fatto liberalizzato il mercato dei calciatori, rendendo più difficile per le squadre più piccole trattenere i loro assi e giovani promesse di fronte alla competizione internazionale. Gli enormi introiti di diritti televisivi e pubblicitari generati dalla Champions League ha inoltre reso l’accesso a questa competizione una fonte di capitali che sono impensabili per squadre più piccole. La Champions è diventata a tutti gli effetti un campionato europeo in cui competono squadroni che sono più o meno sullo stesso livello, mentre sono su una scala di grandezza superiore per bilanci e quindi per organico rispetto alle “squadrette” che le sono avversarie a livello nazionale. 

Il sistema calcio offre così una metafora efficace di quanto è successo all’economia dei paesi europei con l’introduzione del mercato unico e l’integrazione politica ed economica prodotta dall’euro e dall’Unione Europea. In questo sistema, i mercati nazionali non hanno più barriere protettive rispetto alla competizione internazionale su scala continentale. Come succede quando si mettono i pesci di acquari diversi nello stesso acquario, i pesci grandi diventano ancora più grandi, e quelli piccoli o vengono mangiati o si nascondono tra le alghe per proteggersi. 

Il problema è che se nel mondo del calcio l’Italia ha quantomeno la Juve, che nonostante tutto è in grado di competere con il Real o il Bayern, a livello economico siamo messi molto peggio. A causa del nanismo della nostra economia, la debolezza storica di una grande borghesia italiana incapace di competere con le grandi borghesie europee, e la sciagurata stagione delle privatizzazione che ha svenduto grandi compagnie proprietà dello stato, unico vero grande capitalista nel contesto italiano, è come se l’Italia giocasse un campionato di alto livello con squadre di provincia costrette ogni anno a lottare per la salvezza. È come se noi mettessimo in campo Crotone, Verona e Benevento, mentre gli altri paesi europei possono schierare Manchester United o Barcellona. Se vogliamo che il nostro calcio e la nostra economia tornino ad essere competitive, e meno prevedibili, è necessario mettere un freno a questa tendenza sfrenata alla liberalizzazione e all’accumulazione senza regole, in cui i forti diventano sempre più forti e i deboli sempre più deboli.