Grande è la confusione sotto il cielo a Parma

Il processo di disfacimento del Pd ha fatto sentire i suoi effetti anche a Parma rendendo la campagna elettorale delle forze di sinistra che partecipano alle amministrative di maggio 2017 estremamente interessante e istruttiva. Se ne è avuto un prologo con la campagna per le primarie del centrosinistra, rivelatasi un’edizione quanto mai confusa e schizofrenica, con candidati che si presentavano per raccogliere le firme a sostegno della propria candidatura e poi le ritiravano per appoggiarne altri, il segretario provinciale del Pd che appoggiava un candidato inviso al segretario cittadino, forze civiche che accorrevano a sostenere un candidato esterno al Pd ma che poi alla fine veniva appoggiato da pezzi del Pd locale, e quant’altro. In mezzo a tutto questo, spiccavano da un lato l’insolita candidatura dell’avvocato di origini albanesi Gentian Alimadhi (anch’egli non iscritto al Pd), un autentico outsider con possibilità di vittoria pari a quelle dei due partiti comunisti (a sinistra fuori tempo massimo non è solo il Pd, evidentemente) e dall’altro la vicenda, davvero poco edificante e oltremodo tragicomica, di Sinistra italiana.

Nata con l’intento di unire le membra disperse della sinistra locale, Si è riuscita a scindersi all’indomani del suo congresso fondativo. Sono arrivate le dimissioni del portavoce locale, Federica Barbacini, si avanza un’ipotesi di commissariamento della “sezione” parmigiana di Si e l’ex candidato alle primarie di Si, Francesco Samuele, ha abbandonato il partito per unirsi al Movimento dei democratici e progressisti. Insomma, una vicenda esemplificativa di un certo “modo d’essere a sinistra”.

Ciò che ha colpito in particolar modo l’opinione pubblica di Parma non è stata tanto la solita contraddizione tra tattica e strategia tipica delle forze della sinistra tradizionale d’antan (il genetico dualismo di origine togliattiana) quanto la repentinità e sbracatura con cui si è palesata. Da un lato, Sinistra Italiana si era presentata alla città con un programma altisonante, che parlava il linguaggio dei beni comuni, dell’ambiente, della difesa delle minoranze, dell’integrazione di extracomunitari e dell’attenzione al lavoro, ai disoccupati e ai precari. Dall’altro, ha messo subito in atto una totale immedesimazione con le prassi e i riti dell’autorappresentanza e dell’autocelebrazione: non un dibattito pubblico, non un confronto, non un incontro con le associazioni o le ansie reali dei cittadini impauriti dall’aumento della criminalità e dall’impoverimento. Samuele si è fatto notare in città solo per una conferenza stampa ambulante nel centro storico, qualche trafiletto sul giornale locale, alcuni post a contenuto rivoluzionario sulla sua pagina Facebook. Ha poi allestito un banchetto nella centralissima via Mazzini e un punto di raccolta firme in una libreria del centro.

Il risultato di tutto ciò è che non è stato in grado di raggiungere la soglia di 500 firme, necessaria per partecipare alle primarie – anche se lui afferma di averle superate ma di non averle presentate in tempo. Insomma, prove maldestre e un po’ goffe che sono una spia rivelatrice: al di là dello scarso interesse che questi eventi quasi aneddotici rivestono, essi testimoniano di un’impotenza a leggere il reale che è caratteristica non solo di Si ma di tutta un’area politica che non ha più (se mai l’ha avuta) la capacità di avventurarsi in quel vuoto tipicamente ordoliberale e postdemocratico che separa ciò che una volta si sarebbero detti il “paese legale” e il “paese reale”, per provare ad articolare e costruire un nuovo senso comune e un nuovo sentire tra alto e basso, rappresentanza e popolo.

Dopo la figuraccia, Samuele afferma che, in quanto rispettoso delle regole, si ritira di buon ordine e attende di conoscere i programmi degli altri candidati alle primarie per portare i suoi voti verso una giusta causa. Ma il tempo passa mentre i candidati cominciano a farsi conoscere. Di Samuele non vi è più alcuna traccia, quando, all’improvviso, entra in scena Mirko Reggiani (da tutti conosciuto come militante di Si), il quale annuncia, su Facebook, di sostenere la candidatura di Dario Costi (Pd). Sconcerto tra i militanti di sinistra: ma com’è possibile? Che ci azzecca il programma “massimalista” di Samuele con il sostegno di Reggiani a uno del Pd? Reggiani scrive: «Pur restando saldamente entro i confini del centro-sinistra, il background politico di Costi non coincide con il mio. Ma questo sinceramente non mi interessa molto. A me interessa capire la persona che si propone di essere Sindaco di Parma: una persona che coniuga valide competenze tecniche con una notevole capacità di ascolto e soprattutto con la voglia di (ri)costruire una città in armonia con il suo tessuto sociale». E ancora: «Non voti Costi perché qualcuno ti dice di farlo. Lo voti perché lo hai visto, lo hai conosciuto e ti è piaciuto. Io ho incontrato Dario in occasione di un passaggio politico informale e mi ha colpito il fatto che non ci abbia chiesto di “portargli voti”, ma di portargli persone». Siamo all’operetta.

Naturalmente, le parole sdolcinate di Reggiani sono musica per gli orecchi dell’architetto Dario Costi, rampollo di una ricca e potente famiglia, che, grazie all’appoggio di Si, cui si aggiunge quello della Cgil, può ostentare una qualche spruzzatina di sinistra, che non guasta mai. Su Costi convergevano, poi, pezzi forti del Pd (suo main sponsor era il senatore Giorgio Pagliari), i poteri forti locali (buona parte dell’Unione parmense degli industriali) e gli eredi di Civiltà parmigiana (oggi Cittadini per Parma), la forza civica di centrodestra che, nel 1998, guidata dal “campione” Elvio Ubaldi, aveva conquistato, per la prima volta nel secondo dopoguerra, una città dell’Emilia rossa, costituendo un vero e proprio laboratorio politico del centro-destra, esperimento chiuso solo nel 2011 in seguito ai casi di corruzione emersi nell’inchiesta denominata Green Money.

Non finisce qui. L’architetto Costi vanta consolidati rapporti di lavoro con l’architetto Quintelli, cui va la paternità di alcuni mostri architettonici in giro per la città e che figura tra coloro che hanno più beneficiato della smania edificatoria degli “anni d’oro” delle giunte di Elvio Ubaldi (1998-2007) e del suo erede politico, Pietro Vignali (2007-2011). Inoltre, lo stesso architetto Costi ha ottenuto consistenti finanziamenti, e proprio dalla giunta Vignali, per mettere in piedi l’associazione da lui presieduta denominata Parma Urban Center. E potrei continuare a lungo, ma rimando i volonterosi e i curiosi a consultare l’attendibile sito del noto blogger locale Luigi Boschi (https://www.luigiboschi.it/content/primarie-lendorsement-costi-degli-ex-di-civiltà-parmigiana) per prendere visione dei non pochi documenti che dimostrano i forti legami tra il centro-destra che fu e l’architetto del Pd.

Barbacini viene ora accusata dal partito (e da Samuele) di aver fatto di testa propria. In realtà, in fase precongressuale – ed è lo stesso Samuele ad ammetterlo – «si decise di lasciare liberi i territori di decidere come meglio comportarsi sul piano locale». A quel punto, era stato costituito, a Parma, «un coordinamento provvisorio che, con la sola contrarietà di Reggiani», aveva deciso di candidare Samuele. Anche Barbacini sarebbe stata d’accordo, secondo Samuele, che ora non si spiega come mai, in seguito, lei abbia voluto proseguire le primarie appoggiando Costi contro la sua volontà e soprattutto utilizzando il nome di Si, cosa che era stata esplicitamente vietata dalle assise precongressuali. Barbacini, dal canto suo, si difende sostenendo che avrebbe agito legittimamente poiché vi era un vuoto organizzativo e politico, che lei, con Reggiani, aveva deciso di riempire sostenendo Costi, senza però mai utilizzare il nome di Si.

Fanno impressione due cose. La prima è la totale mancanza di un’identità politica di Si, come dimostrato dal fatto che sia stato imposto ai territori di non utilizzarne il nome: forse per timore di una scissione (come poi si è fatalmenta data)?

La seconda è il silenzio di Samuele mentre il duo Barbacini-Reggiani appoggiava Costi. Come mai Samuele tace, mentre si consuma il delitto di “lesa maestà”? L’ ipotesi più probabile è che non disponesse di alcuna valida ragione politica per dire: «Con Costi mai»! Oggi Samuele giustifica il suo silenzio sulla questione asserendo di non essere intervenuto prima per non «intralciare le primarie»: ma perché non farlo? Perché non rendere pubblico il proprio dissenso?

Il problema, per Samuele e per tutta Si, in realtà, si riduceva a una sola cosa: come vincere le primarie, acquisire visibilità, spazio, potere. Ma dato che le primarie, contro tutte le aspettative, Costi le ha perse, allora ci si scinde e si cercano altri lidi. Le primarie, infatti, sono state stravinte da Paolo Scarpa, il candidato “mezzo-civico” dal volto bonario e sorridente, l’ingegnere cattolico e di sani valori quanto mai adatto a rappresentare le esigenze di una parte del “popolo” di centrosinistra in cerca di un nuovo santino laico, che parla il linguaggio della tolleranza, dell’inclusione e dell’ascolto. La sua sorprendente vittoria, basata sulla capacità di dialogo con le persone dei circoli del Pd, delle associazioni culturali, delle parrocchie ecc., insomma con il popolo, contrasta con la macchiettistica vicenda di Si a Parma, il cui valore però non è meramente locale. Una simmetria perfetta ne lega la fisionomia a quella degli eventi che hanno caratterizzato gli ultimi giorni di vita di Si (vedasi, una per tutte, l’entrata di Laura Boldrini nel gruppo misto e la transumanza di metà del ceto dirigente di Si verso il nuovo movimento di Arturo Scotto). Il che dimostra, a mio parere, la vera natura di Si, l’unica ragion d’essere della sua fulminea esistenza: la tenacia e l’attaccamento alla poltrona della sua dirigenza, un habitus difficilmente eliminabile, forma mentis insuperabile, irrimediabile, consustanziale all’esistenza stessa di un soggetto politico nato morto.

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