Il diritto alla casa per una città migliore

Negli ultimi dieci anni la crisi economica che ha comportato maggiore precarietà e disoccupazione lavorativa, in specie giovanile, ha portato pure ad un deterioramento del tessuto sociale, con un incremento significativo della popolazione con vari gradi di fragilità: per le persone a rischio povertà fra il 2010-2015 (dati Eurostat) l’incremento è stato di 2 milioni 578mila unità; il numero delle persone con grave deprivazione materiale è passato dai 4 milioni 403mila del 2010 ai 7 milioni 209mila del 2105, con un aumento del 63,7%; i poveri assoluti sono passati fra 2007-2016 da da 1 milione 789mila a 4 milioni 742mila. In questo contesto tutte le politiche sociali sono di fronte a una sfida più impegnativa per tutti i bisogni materiali della popolazione non ricca. La casa è uno di quelli che ne risente maggiormente.
Mentre nelle scorse decadi il problema-casa era riconducibile ai bisogni delle classi più vulnerabili viste come povere, oggi emerge sempre di più la cosiddetta “fascia grigia” di popolazione non indigente ma che fatica ad arrivare ai prezzi di mercato, vista la stagnazione retributiva e la discontinuità degli ingressi. Tali soggetti, che non sono comodamente confinabili ai ceti marginali, sono riconoscibili in tipologie quali giovani coppie, lavoratori precari, genitori single, famiglie monoreddito, anziani.
Sul versante delle risposte ai bisogni vediamo che le politiche di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP) rivolta alle classi meno abbienti si sono progressivamente rarefatte. Oggi possediamo ancora un corposo patrimonio edilizio in mani pubbliche frutto di programmi di costruzione da parte dello Stato, mentre la necessità di diminuire il consumo di suolo è diventata sempre più sentita. Tali provvedimenti nascevano (con la prima legge del 1949) in un contesto in cui le case erano troppo poche in rapporto alla popolazione, viste le distruzioni belliche, per cui lo Stato nelle sue articolazioni costruiva e affittava a prezzi bassi. La temperie neoliberista (intensificata dall’avvento di Maastricht) ha portato al crollo degli investimenti per la costruzione di nuovi alloggi, anzi alla svendita di una buona parte di essi, e persino ad una perdita della abitabilità visti gli scarsi finanziamenti per la manutenzione.
Oltre a ciò si affacciano nuove esigenze ed una impostazione più ampia: l’abitare non si esaurisce più nel possesso/accesso alla casa ma sfocia nella qualità urbanistica: presenza di servizi, viabilità, vivibilità.
Il problema quindi si dirama in due direzioni: da un lato il disagio sociale più acuto, cui possono essere indirizzate risposte di assistenza. Dall’altro una ampia fascia di cittadini cui l’accesso è difficoltoso. Quanto al primo punto il ruolo del Comune è quello di gestire il patrimonio di edilizia pubblica ereditato, che rimane in suo possesso e che viene affittato a prezzi bassi (le cosiddette case popolari). Un’altra forma di sostegno è un contributo diretto per l’affitto delle famiglie in difficoltà (il Comune contribuisce alla quota di affitto che eccede la somma corrispondente a quella di una casa popolare; ogni anno vengono presentate 1500 richieste ca., di cui accolte 700-800, è una media di 1 affitto riconosciuto ogni 12). Un progetto di rilevo è il bando Giovanisì della Regione Toscana, che fornisce un contributo a giovani di durata triennale (non rinnovabile) che spazia fra 1800-4200,00 € annui. Il secondo è più complesso. Il punto è che le case ci sono: in tutta la Toscana gli immobili, il cui numero supera i 2 milioni, supera la domanda abitativa (cioè il numero dei nuclei familiari) del 22%. Quanto a Firenze, in cui la percentuale di offerta che eccede il fabbisogno risulta pari al 12,3%, con rispettivamente 514.456 immobili residenziali e 451.407 nuclei familiari. Si tratta quindi di un problema di mercato immobiliare. Il sintomo di tale situazione è il numero assai alto di sfratti: circa 130 al mese, calati nell’ultimo anno a 110 ca.

A fronte di ciò le risposte istituzionali sono consistite per lo più nella concessione di contributi: il Fondo Regionale per la prevenzione degli sfratti ha stanziato 4 milioni di euro nel 2015 per tutto il territorio regionale, e il cosiddetto ‘Fondo morosità incolpevole’ (sempre a carico della Regione Toscana) ha erogato 250mila euro solo per Firenze per sostenere chi non riesce a pagare per via di eventi improvvisi (disoccupazione improvvisa, lutto e simili).
La complessità è data anche al fatto che il modello urbanistico prevalente è la città che punta tutto sul turismo di massa, con una concentrazione di risorse, investimenti e cura dell’Amministrazione sul centro storico, con una divaricazione fra questo è gli altri quartieri. Tale fenomeno ricorrente in molte città d’arte o predilette dal mondo degli affari sbocca nella gentrificazione: i residenti scappano dal centro anche per l’eccessivo aumento degli affitti, o la stessa preferenza dei proprietari per affitti di breve termine ai turisti.
Per far sì che la città sia veramente senza periferie, o quanto meno con una differenza centro-altri quartieri sostenibile e non iniqua, occorre regolamentare i fenomeni collegati al turismo di massa, in specie il giro di affari legato alla nota piattaforma Airbnb. Tali pratiche non vanno criminalizzate in blocco, ma va combattuta ogni forma di evasione fiscale e va fatta una netta differenziazione fra rendita familiare e business delle società che posseggono numerosi appartamenti. Tale distinzione va tenuta presente per poter limitare la grandezza di tale rendita. I vari provvedimenti dalla Amministrazione – concreti o solo promessi – si sovrappongono sui processi di mercato senza modificarli (varie forme di sovvenzione se aiutano giustamente gli inquilini bisognosi alla fine danno profitto ai proprietari). Il “piano casa” del sindaco Nardella è un insieme di misure che in parte sovvenzionano varie fasce sociali e in parte costituiscono una offerta alternativa, ma troppo scarsa per poter modificare i prezzi delle case in maniera significativa.
Perciò una azione amministrativa che porti maggiore equità e giustizia sul piano della casa va articolata su tre fronti:
– Potenziare gli strumenti già disponibili per le fasce più disagiate della popolazione: gestione del patrimonio ERP e sostegno ai canoni di locazione.
– Costruire una offerta di alloggi per vari strati sociali. Social Housing vincolando le ristrutturazioni di tessuto urbano a scopi di profitto a mettere a disposizione un certo numero di alloggi a canone ribassato in via permanente.
– Contrastare gli abusi di rendita edilizia di carattere fiscale e regolativa, attivare convenzioni con i vari soggetti istituzionali per distinguere la piccola rendita familiare dell’uso di Airbnb dal profitto delle grandi società (che vanno severamente svantaggiate). Il settore va regolamentato non solo nel nome della funzionalità ma per svantaggiare le dinamiche che in nome del mercato impattano sull’utilità comune e snaturano la città facendola diventare un resindence di lusso. Un obiettivo di medio-lungo periodo dovrebbe essere quello di entrare con forza nelle dinamiche di mercato incidendo su di esse con l’offerta di un numero ragguardevole di case in grado di modificare i prezzi verso il basso, danneggiando parte della rendita dei settori più forti ma facendo qualcosa a favore degli abitanti. Per ricordarsi che una città è dei suoi cittadini, non del mercato.