Il vuoto di Parma interroga tutti noi

In questi giorni, a Parma, si respira un’aria pesante. E non a causa dell’inceneritore, che, rassicura Iren, non nuoce né alla salute né al formaggio o ai prosciutti, ma dell’ennesimo caso di violenza nei confronti di una donna. Confermando l’urgenza di reagire ai dati allarmanti, relativi alla provincia di Parma, in tema di stupro, violenza verso la donna e femminicidio, in una notte dello scorso mese di luglio, il noto imprenditore Federico Pesci e il suo fidato scudiero, un pusher nigeriano di nome Wilson Ndu Anihem, hanno ripetutamente stuprato e torturato una giovane ventunenne, conosciuta dall’italiano su Facebook. La stampa, non solo locale, ha dedicato ampio spazio alla vicenda e la città ne è uscita costernata, sotto shock, almeno secondo la «Gazzetta di Parma». Il 4 settembre scorso è stato anche organizzato un presidio, davanti al Palazzo di giustizia cittadino, per protestare contro la violenza di genere. 

Piuttosto che soffermarmi sull’analisi di quanto grado di consenso, più o meno estorto o comprato, ci sia stato nel «gioco erotico», così l’hanno definito Pesci e il suo avvocato – gioco costruito sulla falsariga del film Cinquanta sfumature di grigio – o sul livello di efferatezza e brutalità nelle costrizioni fisiche praticate alla ragazza – appesa a un gancio, frustata, imbavagliata, legata, costretta a girare per l’attico con piscina con un guinzaglio al collo – cercherò di analizzare come la vicenda sia stata narrata e la lezione culturale e politica che possiamo trarne. Dopo aver fatto una considerazione elementare: anche qualora la ragazza, nel corso delle indagini ancora in corso, si rivelasse una prostituta che ha accettato di avere un rapporto sessuale con i due uomini, violenza e costrizione fisica rimangono pur sempre reati di non minor rilevanza penale, perché anche una prostituta che accetta un rapporto sadomasochistico deve poter essere messa nelle condizioni di esprimere il consenso o dissenso alla continuazione dell’atto.

Purtroppo, prima ancora di essere a conoscenza di tutti i fatti, la stampa locale ha preso la palla al balzo per gettare in prima pagina i mostri e la vittima. Il processo mediatico si è così trasformato in una gogna invereconda, in cui alcuni hanno anche invocato la pena di morte. Del quarantaseienne Pesci abbiamo saputo più o meno tutto quello che contava per trasformarlo in una specie di satiro senza freni né controllo. Amici e testimoni ce ne hanno restituito l’immagine di cocainomane incallito con personalità borderline; ci hanno mostrato, in televisione, la borsa con l’armamentario del perfetto amatore sadomasochista; i vicini hanno confermato di avere udito, quasi ogni notte, urla e gemiti di donne provenienti dal suo attico, e di aver assistito a un continuo via vai di spacciatori e gente strana. Del cinquantatreenne pusher nigeriano, che è un “irregolare”, violento anche con la moglie, già arrestato per spaccio. Un’esistenza elementare, con poche possibilità di racconto. Ma naturalmente, in questo caso, il migrante clandestino è già, di per sé, una qualche specie di mostro, che fa sempre notizia, ça va sans dire. 

Ciò che colpisce è il racconto dell’esprit cittadino: la “città”, dicono la stampa e i rappresentanti dell’amministrazione locale, quasi soppesandone ogni lettera, starebbe vivendo un dramma profondo. Alla “città”, una sorta di Volksgeist, occorrerebbe stare accanto. E farlo rimanendo tutti uniti, perché è il Volksgeist a essere colpito al cuore, da un evento la cui portata, al limite dell’inspiegabilità, lascerebbe atterriti, feriti, addolorati. Bastino le parole dedicate alla vicenda dal sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, sulla sua pagina Facebook, il 30 agosto scorso: «Parma faccia scudo attorno a questa giovane donna e non la lasci mai sola. Ora c’è bisogno del sentimento forte e compatto di tutta la nostra piccola, grande comunità». Ed effettivamente, è solo dentro l’ultima cornice di senso ancora disponibile, quella dell’appartenenza comunitaria a una terra, a un luogo, a un’identità culturale, linguistica, storica, ecc., che un evento traumatico per l’immaginario può trovare una qualche forma di sutura, di significato. Se non fosse che, per come viene raccontato, questo “Volksgeist municipalistico” pare essere una reliquia ottocentesca o uno dei tanti esempi di folklore istituzionale messo in campo per tacitare il nulla. 

Ed è su questo vuoto, in questa Wasteland, che vorrei sostare un po’, per vedere di trovarne le radici, i lillà. Alcuni hanno creduto di ravvisarle nella «cultura machista che impedisce ai maschi di accettare debolezza, sconfitta o fallimento e che li spinge ad affermare e riaffermare dominio, anche nei modi più brutali» (Margherita Becchetti). Di fronte a tale vuoto, secondo la ricercatrice storica, occorre spronare gli uomini a partecipare a un Kulturkampf antipatriarcale e amtimaschilista. Altri hanno preferito affrontare il vuoto da un punto di vista cristiano, citando l’assenza di rispetto nei confronti della persona, indipendentemente dal genere (Francesca Masi) e quindi facendo un appello universalistico per recuperare spirito umanitario e amore reciproco. Ci sono poi stati coloro, quelli che componevano la grande e tumultuosa platea di utenti Facebook e social, che non si sono minimamente preoccupati di cercare spiegazioni e hanno attaccato a testa bassa, al tambur battente di post rientranti nel sottogenere narrativo di gran successo “dàgli alla casta e all’immigrato”: riassumendo, i due meriterebbero la morte, il carcere a vita o la castrazione chimica. Naturalmente, al racconto della vicenda-simbolo non è mancato chi ha fatto notare come la droga spesso sia un potente fattore di scatenamento di patologie psichiche rimaste latenti e, dato il grande uso che se ne fa, in accoppiata con eccitanti, alcool e farmaci, non sarebbe difficile leggerne il principale motore esplicativo di tutta la faccenda. 

Per quanto mi riguarda, ritengo che quel vuoto vada affrontato come il frutto di una spoliazione non tanto dello spirito cittadino quanto dell’intera sfera culturale, nel senso che la parola “cultura” aveva per uno dei più grandi interpreti della trasformazione antropologica dell’italiano, cioè Pier Paolo Pasolini, per il quale cultura era «anche e prima di tutto il sapere e il modo di essere di un Paese nel suo insieme, ossia la qualità storica di un popolo con l’infinita serie di norme, spesso non scritte, e spesso addirittura inconsapevoli, che determinano la sua visione della realtà e regolano il suo comportamento». 

Il problema si pone dunque su un piano differente sia rispetto a chi colloca la violenza verso le donne nella mera violenza di genere (cui basterebbe opporre un risveglio del maschio debole, viziato e distratto dei nostri giorni) sia rispetto a chi porta la questione su un piano di astrazione umanitaria, in cui l’appello alle coscienze individuali è destinato a cadere nel vuoto per cui l’appello è stato elevato. 

Perché, in realtà, è tutto un sistema sociale a fallire davanti ai nostri occhi, ogni giorno. L’affondamento del Titanic coinvolge tutti, nessuno escluso, maschi e femmine, in pratica ogni essere umano che naviga sotto il cielo totalitario della forma merce, del consumismo e del capitalismo. 

La narrazione del fatto, offertaci dai giornali, a me ha ricordato le scene più terribili e disgustose dell’ultimo capolavoro pasoliniano, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), proprio in ragione del senso di quell’operazione filmica. Perché non si comprenderà mai bene il senso di questa vicenda parmigiana, e di tutte le migliaia di altre vicende che hanno come vittime preferite le donne, i minori, gli anziani e i soggetti socialmente deboli che a vario titolo frequentano le scuole, le strade, i siti ecc., se non inquadrandola all’interno di quel sadismo del potere dell’uomo sull’uomo che caratterizza il vero potere, il potere tout court. 

L’unico contropotere a disposizione del popolo sarebbe la cultura. Questo spiega perché Pasolini ritenesse la droga «una vera tragedia italiana»; la droga, infatti, va a riempire un vuoto causato dal desiderio di morte, propria e altrui: ciò che è un vuoto di cultura. Ma appunto, «per amare la cultura occorre una forte vitalità. Perché la cultura – in senso specifico o, meglio, classista – è un possesso: e niente necessita di una più accanita e matta energia che il desiderio di possesso. Chi non ha neanche in minima dose questa energia, rinuncia». Per questo, pur facendo fatica, come anche Becchetti ammette nel suo post, a «centrare il punto», non si può omettere di affrontare il senso di questa rinuncia di massa a «possedere la cultura». Che cosa è avvenuto a questa città, a questo Paese? Perché abbiamo smesso di chiederci il senso del nostro essere cittadini, lavoratori, uomini, donne, militanti, attivisti, disoccupati, depressi, tossici, pazzi, nevrotici, ecc.? Perché i nostri giovani hanno gli occhi spenti? Chi o che cosa non li motiva a chiedersene il perché?

In Lettere luterane, Pasolini scriveva di genocidio della cultura del Paese e della corrispettiva produzione di idola alienanti e falsi. L’egemonia discorsiva del potere neocapitalistico è oggi divenuta talmente forte che il silenzio del carnefice «può precedere una trepida domanda di aiuto (che aiuto?) o può precedere una coltellata». Chi sono, insomma, i nostri “eterni giovani” cocainomani, sessisti e violenti, se non gli stessi giovani che vedeva Pasolini al suo tempo, cioè soggetti che «non hanno più la padronanza dei propri atti, si direbbe dei propri muscoli»? Che «non sanno più bene quale sia la distanza tra causa ed effetto»? Che sono regrediti «a una rozzezza primitiva»? Che hanno perso l’uso del sorriso o del riso, perché «sanno solo ghignare o sghignazzare»? Per queste e per tante altre domande non ho una risposta sicura. Però qualcosa credo di sapere. 

So che un atto di ribellione contro la violenza alle donne dovrebbe essere un atto politico, cioè saper tenere insieme la critica e la decostruzione del machismo/paternalismo con quella del discorso del Padrone, cioè del capitale odierno, che non è solo una forza economico-finanziaria, ma una potenza ontologica globale che agisce tanto nell’istituzionale quanto nel sociale, tanto nel pubblico quanto nel privato, tanto nei rapporti tra i generi quanto nelle relazioni tra le classi sociali; perché capace d’insediarsi nelle coscienze e nei desideri, indirizzandone le inclinazioni in modo anche molto antinomico, ma sempre funzionale al proprio discorso. 

Vittima e carnefice hanno lo stesso volto: cioè il volto del potere capitalistico e sì, anche trasnazionale. Perché è proprio passando per l’annullamento di quell’ultimo, esile filo che tiene insieme le comunità nazionali, che oggi si produce valore per il capitale finanziario globale. Ecco perché la pur sacrosanta lotta per i diritti civili e l’eguaglianza, formale e sostanziale, tra uomini e donne, non può ridursi allo sdegno collettivo, alle omelie istituzionali, alla frenetica agitazione di “marchi” movimentistici sempre più ridicoli e autoreferenziati, chiamati a tutelare minoranze sempre più grottesche nel loro impotente isolamento dal resto del sociale, ma deve poter indicare il carattere politico e antinazionale del potere capitalistico finanziario, la cui vera forza risiede nella capacità straordinariamente metamorfica di manipolare corpi e coscienze, ovvero nel saperne procurare l’annullamento, senza far loro sapere che lo sta facendo. Che cos’è la riduzione dell’attività sessuale a un gesto meccanico – neofordista, si direbbe – svuotato di affettività, dolcezza, amore? È o non è questa spettacolarizzazione del corpo pornografico un segno del genocidio culturale che ha segnato il nostro tempo storico e il nostro Paese? Dove tutto è esposto, che resta di intimo e in fondo di realmente desiderabile? Laddove tutto è svelato a dominare la scena degli “amanti” è un’esteriorità furiosa e superficiale, alla ricerca di un senso che non si può trovare. «Folle è l’uomo che parla alla luna. Stolto chi non la ascolta» (W. Shakespeare, Romeo e Giulietta).