Napoli città ribelle

 

Quando Luigi de Magistris è riconfermato sindaco di Napoli con oltre il 66% dei consensi durante le amministrative di giugno 2016, molti – tra politici e media nazionali – definiscono l’avvenimento come “fenomeno populista” e “l’anomalia Napoli”; in diversi casi preferiscono silenziarlo e metterlo da parte per lasciar spazio alle vittorie del M5S e alla pesante sconfitta del cosiddetto establishment politico in città importanti come Roma e Torino. Hanno ragione, d’altronde come definire con precisione uno scenario in cui un candidato lontano dai partiti politici tradizionali vince due volte con un consenso così schiacciante e appoggiato apertamente da movimenti e addirittura dagli antagonisti dei centri sociali? È un argomento troppo difficile per i media, abituati a dover sintetizzare fenomeni complessi in titoli stringati, troppo scottante per i politici tradizionali, incapaci di riuscire a leggere questa convergenza tra società civile e politica istituzionale. Si finisce quindi per scadere in facili banalizzazioni e stereotipi, quelli che da sempre rappresentano croce e delizia di una città come Napoli.

L’anomalia Napoli

La città – dai tempi di Masaniello passando per la Repubblica del 1799 fino alle Quattro giornate del 1943 – ha sempre dimostrato una chiara intolleranza verso tante forme di autorità e molte sono state le casate reali che l’hanno dominata, ma nessuna ha potuto sottomettere e cancellare la sua identità culturale, caratterizzata da un forte anticonformismo e uno spirito anarchico. Napoli è sempre stata refrattaria a canoni e schemi già dati e la politica non fa certo eccezione: tra il vociare rumoroso e gli odori dei vicoli dei suoi quartieri popolari questa parola è considerata assente, non esiste e quando lo fa, significa qualcosa e qualcuno di cui non bisogna fidarsi. Si parla spesso dell’assenza delle istituzioni in questi quartieri come uno dei mali che lascia campo libero all’attività della criminalità organizzata, che recluta giovani per lo spaccio di droga e il controllo del territorio. Rione Sanità, Forcella, Scampia sono nomi noti a livello nazionale quando è commesso l’ennesimo regolamento di conti tra clan rivali e, spesso, a morire sono persone estranee alla malavita capitate nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nei piani alti, la politica cittadina è sempre stata caratterizzata dall’incapacità di rispondere ai bisogni delle classi popolari, stretta com’era da un lato tra i compromessi con la politica assistenzialista di Roma e dall’altro i problemi atavici di cui soffre il territorio, dalla disoccupazione alla depressione della sua economia. La condizione, così difficile politicamente e socialmente, ha spinto i napoletani a sviluppare una capacità innata di adattamento e una generosità umana capace di creare meccanismi di mutualismo e solidarietà dai tratti spesso simili a quelli sudamericani. Dove il welfare statale non arriva, sono le relazioni umane a sopperire alle sue mancanze creando reti di appoggio e associazionismo direttamente volte a dare risposte ai problemi reali delle persone.

La politica dal basso

La nascita di movimenti e centri sociali capaci di coinvolgere i cittadini di differenti quartieri, classi sociali ed età, e le possibilità date dai social network hanno permesso di fare rete attorno ai problemi che vivono non solo le classi popolari, ma anche le classi medie impoverite a causa delle disuguaglianze crescenti e la perdita di potere d’acquisto determinate dalla crisi del 2008. In quest’ambiente è nata una diversa forma di fare politica, meno legata a ideologie e infinite discussioni identitarie tanto care a una certa sinistra nostalgica, capace di ripoliticizzare numerosi spazi della vita quotidiana e creare senso comune attorno a differenti temi: dall’accoglienza ai migranti alla lotta al lavoro nero, dalla valorizzazione degli spazi occupati alla tutela dei beni comuni.

Zapatismo in salsa partenopea

“Napoli è fuori controllo, perché quando liberi le energie in una città come Napoli è il popolo che sta trovando la sintesi. La rivoluzione la fanno i popoli non i governi: a Napoli sta nascendo uno zapatismo in salsa partenopea, un Podemos partenopeo”, queste possono sembrare le parole di un leader di un movimento sociale, invece a pronunciarle è stato il sindaco Luigi de Magistris, l’unico a comprendere il valore, le specificità e le rivendicazioni dei movimenti sociali napoletani, laddove la destra e la sinistra istituzionali hanno subìto da un lato il peso degli errori delle amministrazioni precedenti, e dall’altro si sono dimostrate lontane dai territori e incapaci di cogliere le istanze di rinnovamento che la città chiedeva e, senza chiedere il permesso, a volte realizzava da sé in autonomia. Nonostante il suo passato da magistrato, de Magistris ha capito che uscire dalle stanze istituzionali e “sporcarsi le mani” è fondamentale, per questo ha partecipato e partecipa alle più importanti assemblee che si tengono nei differenti centri sociali della città – immobili abbandonati di proprietà pubblica occupati illegalmente – il cui uso è stato reso legale grazie ad un’ordinanza comunale innovativa, che rappresenta il primo caso in Europa di apertura sana delle istituzioni ai bisogni sociali dei territori. Nemmeno nell’avanzatissima Barcellona si è arrivati a tanto – ma si guarda a Napoli e a questo tipo di politiche con attenzione e con il desiderio di replicarle – come è stato confermato da diversi attivisti di Barcelona en Comú, il nuovo soggetto politico che due anni fa è riuscito a vincere le elezioni e riportare le istituzioni della città catalana al servizio delle classi maggiormente colpite dalla crisi economica. Rimanendo sul fronte politico è importante segnalare che Napoli è stata l’unica città a rispettare il voto dei suoi cittadini riguardo il referendum per l’acqua pubblica, municipalizzando l’azienda privata che l’aveva in gestione; così come è stata l’unica a sforare il patto di stabilità assumendo a tempo indeterminato trecentosettanta maestri e maestre di scuola primaria perché, secondo de Magistris “la lotta alla mafia si fa innanzitutto nelle scuole e non con l’esercito”. Sul fronte dei diritti civili e umani, invece, Napoli si è dichiarata città di pace e accoglienza, da un lato la dimostrazione è data da episodi profondamente simbolici come la concessione della cittadinanza onoraria al capo dello Stato della Palestina Abu Mazen e al leader curdo del PKK Abdullah Öcalan, dall’altro da un’apertura e una vicinanza concrete verso le rivendicazioni di attivisti e movimenti sociali per i diritti dei migranti.

Il riscatto di Napoli (e dell’Italia)

Napoli, come mai prima d’ora, vive un bisogno di politica inarrestabile e un dinamismo dal basso consapevole dei propri problemi e di come superarli. Le rivendicazioni più importanti che in questo momento stanno attraversando il territorio cittadino e la provincia sono rappresentate dalle lotte per i diritti dei migranti e le campagne contro il lavoro nero e grigio. Il governo Gentiloni, attraverso il decreto Minniti e l’accordo con il governo della Libia, sta ponendo grossi ostacoli al processo d’integrazione dei migranti sul territorio italiano, tutto ciò alimenta il razzismo e la guerra tra poveri che troppo spesso raccontano i nostri giornali; parallelamente il ministro Poletti, con le sue politiche per il lavoro fatte di voucher e precarietà, alimenta le disuguaglianze sociali e i drammi come quello di Michele, il ragazzo di Udine precario che si è tolto la vita l’otto febbraio scorso dopo aver scritto una lettera durissima le cui parole ancora risuonano nel cuore di tanti ragazzi della nostra generazione, il cui futuro vive una condizione strutturale di precarietà. Per questi e molti altri motivi, le lotte che si portano avanti a Napoli riguardano tutt’Italia e vogliono essere uno stimolo per far sì che nasca un sentimento di riscatto e organizzazione autonoma del popolo. Queste lotte devono andare ad interagire con delle istituzioni capaci di ascoltare e rispondere ai bisogni reali dei cittadini contro l’oligarchia dei partiti dei poteri finanziari e degli istituti di governance europei.

 

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