Napoli, la vera rivoluzione è la normalità

A Napoli quando piove non si va a scuola. È una cosa che ha persino un suo coefficiente di buon senso: se con la pioggia c’è il rischio reale che un soffitto non manutenuto uccida una classe di adolescenti le istituzioni fanno bene a garantire, come possono, l’incolumità dei cittadini. Il punto è che nel 2019 le città a cui la propaganda dell’amministrazione fa continuamente riferimento e quelle che per analogie strutturali sono accomunate a noi, hanno già vinto la battaglia evolutiva contro le intemperie. Napoli no. Napoli è ostaggio del meteo, fra le altre cose. Oltre alle scuole infatti c’è il traffico che aumenta a dismisura e ci sono le strade che si allagano, sempre negli stessi punti. Basterebbero già questi due elementi per comunicare abbastanza fedelmente il patema che ogni cittadino vive quando si sveglia alle sette, guarda il cielo, e sa che per l’ennesima mattina sarà fortunato se riuscirà a raggiungere il proprio luogo di lavoro in orario. Questo continuo adattarsi alle calamità urbane modifica anche i rapporti professionali, che tendono ad essere più flessibili sull’argomento “puntualità”, visto che non è una cosa affidata in via esclusiva alla serietà del soggetto malcapitato. Sembra una cosa da nulla ma in realtà condiziona pesantemente tutta la cognizione del tempo. A Napoli i pomeriggi sono monomandatari, perché l’unico modo per essere sicuri di portare a termine un compito qualsiasi é quello di concedergli un tempo indefinito senza affollare ulteriormente la propria agenda, così c’è già in partenza un gap di disponibilità temporale fra un napoletano e qualsiasi altro cittadino occidentale. 

La città insegue da decenni il miraggio dei mezzi pubblici, di mezzi pubblici dagli standard europei. Ma la cosa è destinata a rimanere un sogno fino a quando non capiterà che a Piscinola come a Chiaia la gente prenda l’abitudine di uscire di casa e recarsi in stazione, senza conoscere orari e eventuali occorrenze, sicura di prendere un treno di lì a cinque, dieci minuti massimo. Siamo ancora molto lontani. Così questa massa enorme di cittadini (3 milioni nella città metropolitana) è messa di fronte al primo fondamentale dilemma (lavoro permettendo): rintanarsi nel proprio quartiere/comune o abbandonarsi all’idea del traffico quotidiano. Per quelli che scelgono la solitudine dell’automobilista, dopo il traffico e le buche arriva l’umiliazione finale del parcheggio abusivo. Ci sono questi personaggi discutibili che si avvicinano al finestrino e rimangono lì fermi pretendendo una tariffa che va dai 50 centesimi ai 5 euro con la minaccia, nemmeno tanto velata, di danneggiare l’auto. Naturalmente il problema è molto più complesso di così ma la sostanza dei fatti e la pervasività del fenomeno non cambia, al punto che l’ex assessore Sergio D’Angelo ripropone la ciclica folle idea di regolarizzare le 2300 persone circa che fanno del ricatto agli automobilisti il loro business. Uno schiaffo in faccia alla gente normale, a quelli che arrancano con un lavoro precario e a chi subisce questi soprusi tutti i giorni. Ma la narrazione della rivoluzione cittadina permanente è così, ha perso del tutto il legame con i cittadini.

A congestionare ulteriormente tutto il tessuto urbano, in particolar modo il centro, ha contribuito l’unico vero successo dell’epoca De Magistris: l’esplosione del turismo di massa. Si tratta indubbiamente di una conquista perché Napoli finalmente riesce ad esprimere, almeno dal punto di vista numerico, il proprio potenziale attrattivo. Purtroppo la cura e la dedizione profusi nello sviluppo dell’industria turistica non si sono concentrate sulla gestione di tale settore e sulle conseguenze sociali. Così il turismo diventa l’ennesimo specchio delle contraddizioni della città, fa impennare la gentrificazione espellendo gli abitanti dal centro, crea il regno dell’economia sommersa di Airbnb e della movida senza regole a danno della quiete pubblica. Lo sanno bene i ragazzi della rete SET  molto attiva sull’argomento, ma lo sanno un po’ tutti, non solo perché le cose avvengono come sempre alla luce del sole ma anche grazie all’infaticabile contributo dell’ex Opg occupato, impegnato a denunciare da sempre le condizioni di lavoro, un esempio per tutti può essere lo scandalo di Napoli Sotterranea di qualche anno fa.

Come se non bastasse si aggiungono al quadro già di per sé deprimente alcune condizioni strutturali del sud Italia: la carezza cronica di risorse infrastrutturali, l’inadeguatezza di un settore pubblico dall’età media molto alta e sottodimensionato, la scarsa capacità di far  fronte alle esigenze più banali del sistema sanitario, la mancanza di lavoro di qualità.

Il mondo della sanità in particolare, già gravemente minacciato dallo spettro dell’autonomia differenziata, soffre di gravi carenze di personale e di strutture. Gli episodi di violenza ai danni degli operatori sanitari si moltiplicano generando un clima di fatalismo e anarchia che  non fa che aumentare il senso di sfiducia dei cittadini.

Il lavoro infine fa da discrimine ultimo fra chi riesce ad avere una quotidianità normale e chi no: da una parte ci sono quelli che ricevono uno stipendio in media con il resto del paese a delle condizioni a vario titolo normali, dall’altra tutta la massa di persone che arrancano con occupazioni a nero o comunque con ampi margini di illegalità, come ad esempio capita nella GDO. In questo scenario dovremmo assistere quotidianamente alla richiesta di verifiche puntuali sulle condizioni di lavoro, proprio in concomitanza con l’esplosioni dei sopracitati settori. Basterebbero verifiche a tappeto, anche solo nelle grandi strutture, per denunciare e normalizzare l’enorme mole di economia sommersa. Invece non succede mai nulla, come se tutto questo facesse parte di una normalità cucita su misura per Napoli.

Anzi il sindaco Luigi De Magistris non perde occasione per presenziare ad inaugurazioni o imbastire improbabili eventi di risalto nazionale come l’improvvisata flottiglia pro-immigrazione di alcuni mesi fa: doveva essere uno slancio civico di massa e invece è stata una regata di privilegiati al largo di una città impegnata a sopravvivere. Il sogno originario della rivoluzione arancione del resto era tramontato già dopo il primo rimpasto, e da quel momento in poi, sopratutto dopo la rielezione, il sindaco è stato continuamente ostaggio di interessi tanto personalistici quanto bassi, come si evince dall’audio pubblicato da repubblica il mese scorso. Una maggioranza iperframmentata e politicamente eterogenea dove ogni consigliere porta acqua al proprio mulino a danno del sindaco e sopratutto dei cittadini. All’esterno di Palazzo San Giacomo traspare poco e aleggia il sospetto che quel poco sia tutto. Così si costruisce un alone di mistero attorno alla figura del capo di gabinetto Attilio Auricchio, da molti ritenuto il vero sindaco ombra, e risultano incomprensibili i continui rimpasti,  in ultimo quello che ha visto la defenestrazione degli assessori più assidui e costruttivi. In questo contesto l’immagine sbandierata del lungomare liberato e della capitale del turismo suona come un cazzotto nello stomaco, perché l’unica cosa di cui Napoli sembrerebbe la capitale in un qualsiasi pomeriggio in cui un ipotetico turista tedesco si trovasse a passare a piazza Plebiscito durante il matrimonio di un neo melodico è la deregulation selvaggia, il laissez faire in nome di una sopravvivenza di facciata. La stessa che si ottiene concentrando tutte le forze di polizia municipale al Vomero e lasciando il resto del territorio in mano alle stese di camorra. In questo panorama le proposte come quella dell’ex assessore D’angelo contribuiscono solo ad aumentare lo smarrimento di chi ha votato Luigi De Magistris perché, ricordiamolo, era di gran lunga la proposta migliore, e ora si trova in balia delle intemperie (nel vero senso della parola) con la prospettiva di regolarizzare il caos.

Ma se possiamo pensare di ottenere le risorse per immettere nell’apparato cittadino 2300 fuorilegge perché non dobbiamo progettare di utilizzarle per dei mezzi pubblici più frequenti? Se finalmente l’industria del turismo porta liquidità  sul territorio perché non possiamo concepire delle modalità contro la concentrazione dei profitti, per estendere magari anche alle periferie l’accesso a questa risorsa? E tutte le violazioni alla normativa sulle occupazioni di suolo pubblico, le tasse comunali inevase, è troppo chiedere una macchina comunale in grado di riscuoterle? Senza fare voli pindarici la prossima battaglia che i napoletani dovrebbero abbracciare è quella della normalità, la pretesa di vivere in una città dalla quotidianità banale, lontana dai clamori delle rivoluzioni fallite.