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Toscana rossa addio

Massa, Pisa, Siena. Dopo Pistoia lo scorso anno, e dopo che via via molto era stato perso nell’ultimo ventennio. Siamo alla fine della “Toscana rossa”. O meglio, alla certificazione della fine; perché elementi per capire che quel modello di governo avviato nell’immediato dopoguerra  – e per certi versi già nel corso della guerra di Liberazione – stava entrando in crisi ve ne erano già, sul tappeto, da vari lustri. 

Individuare quali erano state le assi portanti di quel modello aiuta a comprendere le ragioni della sua forza così come le dinamiche di un crollo solo in apparenza repentino. Ci si vuole qui focalizzare su tre elementi principali:

  1. la capacità del movimento operaio di aderire al conflitto sociale nella regione, di mettersi alla guida di forme di lotta innovative e di prospettare soluzioni adeguate alle esigenze immediate dei gruppi sociali subalterni. Questo è vero non solo per le classi storicamente organizzate dai sindacati e dai partiti socialisti e comunisti, cioè i braccianti e gli operai della zona centro-occidentale della regione; ma anche per quei gruppi sociali ibridi che ad esempio nel primo dopoguerra il movimento operaio avevano faticato ad inquadrare, agevolando così l’affermazione del fascismo: ci si riferisce in modo particolare ai mezzadri nelle campagne ed ai piccoli artigiani nei paesi e nelle città. La costruzione dell’egemonia della sinistra sulla politica regionale fu in una prima fase  un fenomeno caratteristico soprattutto delle campagne. Ma il dato saliente  fu la capacità di mantenere salda questa egemonia nel momento del passaggio (siamo sul finire degli anni Settanta) della Toscana da realtà prevalentemente contadina a realtà industriale e di servizi.
  2. la capacità dei partiti di sinistra di formare una classe dirigente che fosse diretta espressione dei ceti sociali protagonisti del conflitto. Si trattò di una vera e propria rivoluzione, di portata epocale. Per la prima volta nella storia i subalterni diventavano essi stessi classe dirigente. Una rivoluzione resa possibile in parte dal richiamo esercitato sui subalterni dal Partito comunista che offriva loro ricette credibili e adeguate; in parte dalla funzione paideutica esercitata dal Partito stesso. Classe dirigente, checché ne pensino i grillini, non si nasce, si diventa. E senza un partito che ne forma una nuova, a dirigere rimangano quelli di sempre. Da questo punto di vista, anche a livello locale, la storia della II Repubblica è la storia dell’espulsione dei subalterni dalla rappresentanza politica diretta e della riconsegna al notabilato del monopolio sulla politica.
  3. furono questi due fattori alla base della rinomata “buona amministrazione”, riconosciuta anche dai più acerrimi avversari del comunismo, che ha caratterizzato la storia della regione degli ultimi cinquanta anni. Una “buona amministrazione” non dovuta ad un particolare senso estetico sviluppato in zona, magari eredità del rinascimento. Ma alla capacità di quei gruppi dirigenti nuovi di elaborare risposte adeguate alle esigenze delle classi popolari (asili, trasporti, mense scolastiche ecc.); di sviluppare un senso di protezione per l’ambiente frutto per prima cosa di esigenze concrete della vita agricola e del mantenimento di prassi ataviche (si pensi ai tagli regolari e periodici dei boschi, alla cura per le strade vicinali ecc.); e di curare gli aspetti legati al tempo libero delle persone (feste dell’unità, case del popolo, ma anche aspetti come la caccia, la pesca ecc., per non parlare del matrimonio tra piccoli borghi ed alta cultura). Il tutto sorretto da una enorme tensione morale.

Se, come si scriveva, il passaggio dalla società contadina a quella industriale fu governato all’insegna della continuità, quello alla società post-industriale – che ha coinciso con la crisi della grandi culture politiche protagoniste della stagione politica precedente – è stato sostanzialmente non governato. Si è passati dalla rappresentanza degli interessi sociali contrapposti all’organizzazione verticale del consenso, cioè al clientelismo. Attenzione, il clientelismo non lo si intende in termini moralistici, ma come categoria della politica. Via via che i grandi blocchi sociali si sfarinavano all’ombra di macro-processi di natura globale, invece che cercare di formarne di nuovi ci si è dedicati all’organizzazione del consenso in base a filiere di potere personale o di clan, processi alla lunga de-politicizzanti. Simbolo di tutto questo il trasformismo esasperato assunto in regione dalla nascita del Partito democratico, che ha significato in primo luogo la cooptazione al governo, da un giorno all’altro, di interi pezzi di ceto politico che fino al giorno prima, e per un cinquantennio, si erano collocati all’opposizione proprio di quel modello virtuoso che le sinistre avevano portato avanti. Del resto questo si è realizzato in gran parte quando il mondo post-comunista aveva già introiettato massicciamente metodi “democristiani” di governo. Di qui l’estrema facilità con cui i nuovi venuti si sono sentiti a casa loro. In tutto queso, il renzismo, presentato come un rimedio, si è affermato come il più grande fattore di continuità. La maggior parte dei dirigenti intermedi renziani non lo erano, lo sono diventati perché “con lui si vince”. Ma non vince questo o quel gruppo sociale, vincono (o meglio, vincevano) pezzi di ceto politico interessati alla propria autoconservazione.

Finché c’è stata abbondanza economica e possibilità di allentare i cordoni della spesa pubblica, questo modello surrogato ha retto. Facilitato anche dalla rendita turistica. Ma il turismo è attività che per eccellenza favorisce la conservazione rispetto all’innovazione, la stagionalità e la precarietà degli impieghi, una penalizzante divisione internazionale del lavoro. E che favorisce, appunto, la rendita. Non l’ideale brodo di coltivazione di idee e forze progressiste.

La crisi, in questo panorama, ha agito in una doppia direzione. Da un lato ha definitivamente messo in crisi il tradizionale blocco storico alla base del successo delle sinistre, a colpi di de-industrializzazione, precarietà e orizzonti decrescenti. Dall’altra le soluzioni per essa individuate hanno imposto tagli al modello sociale universalistico senza la compensazione della spesa pubblica clientelare.

È rimasta in campo una rendita avida di accumulare ricchezze in fretta e senza troppe regole, una popolazione travolta da cambiamenti immani ed una classe dirigente ormai priva di quella credibilità che i suoi predecessori si erano saputi conquistare. In questo panorama la destra, più che il grillismo anche se con esso talvolta in implicita alleanza, ha saputo dilagare. E non bastano certo ad invertire la tendenza richiami all’unità di pezzi di ceto politico ormai ampiamente screditato. Siamo tornati al punto zero. Bisogna prenderne atto e formare blocchi sociali nuovi e nuove classi dirigenti che ne siano espressione, proprio come seppero fare i nostri nonni.

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