Romanzo pandemico

“Orano è una città delle solite, null’altro che una prefettura francese della costa algerina… Di aspetto tranquillo… un luogo neutro… il mutamento delle stagioni non vi si legge che nel cielo… I nostri concittadini lavorano molto…; s’ interessano soprattutto del commercio… riservano i piaceri per il sabato sera e la domenica…”

ORANO primavera 194…

Bernard Rieux che di mestiere fa il medico, s’imbatte, sul suo pianerottolo, in un topo dall’andatura vacillante, che dopo aver lanciato un grido, stramazza, vomitando sangue.

In quel momento la sua mente è concentrata sull’imminente partenza della moglie che, malata da tempo, andrà a curarsi in montagna.

L’indomani, il portiere lo ferma per raccontargli che alcuni malvagi devono aver catturato dei topi con delle trappole, per portarli nel palazzo dove egli lavora e Rieux abita.

Nel consueto giro di visite ai suoi pazienti, il medico conta, in una strada periferica, almeno una dozzina di sorci morti… e, quando accompagna sua moglie al treno, vede passare un impiegato della stazione con una cassa di topi morti.

Incontra il giudice Othon: “I topi…”, ma Rieux guarda il treno con cui sua moglie si allontana e risponde: ”Sì, non è niente”.

Qualche giorno dopo il portiere si ammala, sta sempre peggio; i gangli del collo sono gonfi e bruciano, la febbre sale, il malato delirante, parla dei topi, ha il respiro corto. Muore prima dell’arrivo dell’ambulanza.

I casi di morte, nella città di Orano, si moltiplicano a dismisura e sembrano essere collegati alla comparsa dei topi morti nelle strade.

Rieux, convinto dell’importanza dell’isolamento dei contagiati, è costretto ad intraprendere un macchinoso percorso burocratico, in cui incontra non poche resistenze, ma anche un vecchio collega determinato a vincere ogni esitazione ed a chiamare quella malattia col suo nome “la peste”. La città viene chiusa.

La dimensione dell’ “io” sopravvive alcuni giorni negli uomini più caparbi; dopo, la peste accomunerà i destini dell’intera comunità.

Da questo punto in avanti, il racconto della peste, potrebbe essere quello dell’epidemia di Coronavirus.

Anche se il racconto della peste ad Orano, è per Albert Camus un’allegoria del nazismo (con riferimento agli avvenimenti che, nel 1940 portano alla sconfitta della Repubblica ed alla costituzione del regime di Vichy) i suoi personaggi rappresentano, ognuno a suo modo, la reazione dell’umanità di fronte al flagello, al senso di morte incombente che minaccia l’uomo, tanto nell’emergenza sanitaria, quanto nella tirannia .

Rieux è il medico che lotta contro la peste.

“Quando ho intrapreso questo mestiere… era una posizione come un’altra… bisognò veder morire. Lei sa (rivolgendosi a Tarrou) che ci sono persone che si rifiutano di morire?… non potevo abituarmici… il mio disgusto credeva di rivolgersi all’ordine stesso del mondo.

Poi, sono diventato più modesto, non sono sempre abituato a veder morire…

… ma se l’ordine del mondo è regolato dalla morte, forse val meglio… che si lotti con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi al cielo… dove Dio tace”.

Tarrou, a diciassette anni, viene invitato ad assistere ad un processo, in cui suo padre, che fa il giudice, trasformato dalla sua toga rossa, chiede ed ottiene la condanna a morte dell’imputato : ”Non ascoltavo quasi niente, sentivo che si voleva uccidere quell’uomo vivo, e un istinto formidabile come un’onda mi portava al suo fianco…”.

Tarrou collabora con Rieux redigendo la cronaca dell’epidemia e costituendo un gruppo di volontari che affiancano il medico.

Paneloux è un padre gesuita che tuona dal pulpito in una chiesa sovraffollata “… Fratelli miei, voi siete nella sventura, … ve lo siete meritato… dal principio d’ogni storia (citando l’Esodo d’Egitto ai tempi della peste) il flagello di Dio mette ai suoi piedi gli orgogliosi e gli accecati. Meditate e cadete in ginocchio”

“…I giusti non possono temere, ma i malvagi hanno ragione di tremare. Troppo a lungo il mondo è venuto a patti col male”.

Successivamente Paneloux e Rieux lavorano insieme; vegliano sui malati, ognuno nel suo campo, ma insieme si troveranno ad assistere alla drammatica morte di un innocente, un ragazzino, il figlio del giudice Othon.

Il medico, confutando la sua predica, chiede a Paneloux la ragione di quella morte.

“Certo, la sofferenza di un bambino era umiliante per lo spirito e per il cuore… e Paneloux assicurò… che quello che stava per dire non era facile da dire… bisognava volerla in quanto Dio la voleva… il cristiano avrebbe saputo abbandonarsi alla volontà divina, anche se incomprensibile”

“…L’amore di Dio è un amore difficile… bisogna camminare nelle tenebre un po’ alla cieca e tentare di fare del bene… lui solo può cancellare la sofferenza e la morte dei bambini, lui solo in ogni caso, può renderla necessaria;… in cima… la verità sorgerà dall’ingiustizia apparente”

Questa è la fede.

Cottard è commerciante che specula sulla vendita di prodotti di prima necessità, che scarseggiano durante l’epidemia.

Rambert è giornalista che si trova , suo malgrado, bloccato nella città assediata dalla peste, pur non appartenendovi. Tenta in ogni modo di uscirne, per raggiungere la sua compagna a Parigi, è un uomo che lotta per la sua felicità individuale, ma quando gli si presenta l’occasione di fuggire, decide di restare, entrando a far parte del gruppo di volontari che fiancheggiano Rieux .

Castel è un medico che lavora incessantemente per mettere a punto un siero, che alla fine si rivelerà decisivo per la fine dell’epidemia . Tutta la popolazione si riversa nelle strade per festeggiare .

Rieux e Tarrou vanno al mare, come per celebrare un rito catartico, e ristabilire quel rapporto armonioso con la natura, unica fonte, per l’uomo, di felicità .

Torino, marzo 2020

E’ un grigio pomeriggio di primavera quando esco per comprare il pane.

Corso Duca degli Abruzzi, una strada solitamente molto trafficata della mia città, è deserta, vi regna un silenzio sinistro, rotto solo dal passaggio di un tram completamente vuoto. Non esco da tre giorni, e come succede quando torni a casa da un lungo viaggio, osservo il mio quartiere con occhi estranei.

I balconi e le finestre, in questa stagione, si colorano di splendide piante fiorite, ma quest’anno sono ancora disadorni come nel pieno dell’inverno.

Nei negozi il tempo sembra essersi fermato; la primavera non ha fatto in tempo ad arrivare. Chiusi in tutta fretta conservano ancora, nelle vetrine, capi pesanti.

Da una finestra aperta, a piano terra, arrivano le note dell’Ave Maria di Schubert; l’ho sentita altre volte in questi giorni, come se i canti allegri dai balconi dei primi giorni della quarantena, avessero ormai lasciato il posto solo ad una preghiera. Il numero dei morti continua a salire.

In lontananza una sagoma scura avanza lenta e curva.

Mi sembra di vivere un sogno tetro, ma le sirene delle ambulanze fugano ogni dubbio.

Eppure …

“Una notte il bambino si svegliò da un sogno e non volle raccontarglielo… il bambino distolse lo sguardo. L’uomo lo abbracciò. Ascoltami, disse… Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso… E tu non ti puoi arrendere. Io non te lo permetterò.” Cormac McCarthy – La strada.