Il discorso sul metodo di Pablo Iglesias

Il discorso tenuto dal leader di Podemos Pablo Iglesias nel corso del dibattito sulla fiducia al nuovo governo rappresenta idealmente la sintesi di un percorso che, avviatosi con le piazze occupate dagli indignados, culmina in questi giorni con l’ingresso della formazione populista spagnola nell’esecutivo guidato dal socialista Pedro Sánchez. Il populismo, col discorso di Pablo, si istituzionalizza, senza niente perdere o rinnegare della sua carica eversiva. Non si tratta della più evidente delle aporie? Non è forse il destino del populismo, una volta avuto accesso alla nenniana “stanza dei bottoni”, quello di abbandonare sulla soglia del Palazzo le istanze di rottura che hanno costituito la fonte primaria della sua legittimità? O, al contrario, questo matrimonio tra populismo e istituzione, non porterà caos e disordine fin dentro i livelli più alti della vita dello Stato?

Nei momenti di più alto pathos del discorso Iglesias da un lato ha fatto intendere che il movimento arriva al potere sulla scia di una frattura dicotomica tra i “traditori della patria”, quelli che hanno svuotato con l’austerità e l’attacco ai diritti democratici e dei lavoratori il contenuto sociale della Costituzione, e il popolo che ha subito quelle misure di austerità e quegli attacchi alla democrazia sostanziale. Dall’altro, che il compito del nuovo governo è quello di porre fine a quella stessa frattura e di ricomporre una nuova idea e un nuovo disegno patriottico, sfruttando la pressione dal basso dei movimenti sociali. “Il compito del nuovo governo è sostanzialmente quello di porre rimedio al tradimento che voi avete perpetrato ai danni della Spagna e della Costituzione”, una frase che richiama da vicino quel “il programma dei comunisti è la storia d’Italia” che Togliatti pronunciò di fronte a chi voleva tenere il movimento operaio italiano a margine della vicenda repubblicana nel secondo dopoguerra. E il richiamo al ruolo dei movimenti sociali e di protesta nella nuova fase si sposa con la tradizione repubblicana di Machiavelli ed il suo richiamo ai tumulti che furono “causa prima del tenere libera Roma”.

Populismo e repubblicanesimo, insomma, non sono destinati a risolversi in un reciproco assedio distruttivo, né nel trasformismo. L’ottica italiana non è la più adeguata a comprendere questa potenzialità emancipativa e di liberazione del populismo. Il populismo di destra in salsa salviniana mira a distruggere l’ethos repubblicano e i valori di solidarietà, inclusione e unità nazionale sanciti nella carta del ’48. Il renzismo, d’altro canto, risolve il populismo nell’azione gattopardesca che mira a cambiare il personale politico senza intaccare le strutture sociali della disuguaglianza e dell’esclusione sociale. Nel trasformismo rischia di ricadere anche l’azione del Movimento 5 stelle, proprio perché al grillismo è mancato uno dei capisaldi indicati da Iglesias nel suo discorso, ossia la dialettica continua e trasformatrice con i movimenti sociali.

Non è detto che il tentativo di Podemos abbia successo. Errori soggettivi sono sempre dietro l’angolo, come immensa è la capacità di adattamento, quando non di reazione, dei grandi potentati oligarchici. Né la situazione spagnola si presta a facili analogie con quella italiana. Ma il discorso di Iglesias va studiato e “tradotto” alle nostre latitudini per quello che è, cioè un “discorso sul metodo” populista, sulla dialettica tra conflitto e istituzioni, sulla via da tracciare per la costruzione dell’ordine nuovo.

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