L’Ecuador guarda verso l’abisso

L’8 aprile la Corte nazionale di giustizia dell’Ecuador ha condannato l’ex presidente Rafael Correa e l’ex vicepresidente Jorge Glas a 8 anni di carcere, impedendogli contestualmente di ricoprire cariche pubbliche per i prossimi 25 anni. La sentenza del tribunale rappresenta l’escalation di una feroce campagna politica e giudiziaria contro i due leader. Correa è già imputato in altri 25 procedimenti per accuse che vanno dalla presunta corruzione al rapimento, mentre Jorge Glas continua a scontare la sua attuale condanna a 6 anni nel carcere di massima sicurezza di Latacunga per la sua presunta partecipazione allo scandalo Odebrecht.

L’Ecuador è diventato un campo di battaglia fondamentale in una campagna continentale di Lawfare, ovvero di persecuzione politica dei leader e dei movimenti progressisti e di sinistra per tramite di procedimenti giudiziari spesso privi di un giusto processo o di prove credibili. Come già abbiamo visto in Brasile, anche in questo caso le azioni di Lawfare presentano chiari segni di collusione tra l’accusa e gli elementi politici reazionari all’interno dello Stato.

L’offensiva contro Glas e Correa – ancora oggi leaders dell’opposizione popolare – arriva però anche in un momento di crisi del governo di Lenin Moreno. La sua cattiva gestione della pandemia COVID-19 e la rivelazione di centinaia di morti non documentate minacciano di provocare la più grande crisi socio-economica dal crollo finanziario e dalla dollarizzazione del 2000-2001.  

Poteri autoritari

Negli ultimi due anni il governo Moreno è diventato sempre più abile nell’utilizzare metodi autoritari e nell’usurpare il potere della magistratura come mezzo per perseguitare gli avversari. Altri leader di spicco del Movimento Rivoluzionario dei cittadini pro-Correa – come il governatore della provincia del Pichincha Paola Pabon e l’ex membro dell’Assemblea nazionale Virgilio Hernandez – sono stati imprigionati (anche se poi rilasciati in mancanza di prove), mentre Ricardo Patiño, Gabriela Rivadeneira e Sofia Espin sono stati costretti all’esilio in Messico. Inoltre, nell’agosto 2019, diversi membri anti-Moreno del Consiglio del Concilio Sociale e della Partecipazione Popolare sono stati sostituiti dopo essersi costantemente opposti alle misure del governo, nonostante fossero stati eletti nel marzo di quell’anno. La diffusa repressione contro le proteste indigene e sociali dell’ottobre 2019 – manifestazioni di massa contro la promulgazione di riforme sponsorizzate dal FMI – ha posto il governo di Moreno nella lunga lista dei regimi repressivi latinoamericani. Durante un mese di disordini, decine di attivisti e manifestanti indigeni sono stati uccisi.

Questa improvvisa escalation della legge contro Correa e i suoi alleati può essere spiegata da diversi fattori. Il governo Moreno si trova – a causa della sua incapacità nella gestione della crisi – ad affrontare una grossa crisi politica, e anche per questo è iniziato un processo di crescente delega al vicepresidente Otto Sonnenholzner. Il regime continua anche a lottare con le ricadute delle proteste dell’ottobre 2019 contro la rimozione dei sussidi per il carburante e altre riforme imposte dall’FMI, e resta alta la tensione con le organizzazioni politiche indigene, oltre che con le forze politiche reazionarie di Guayaquil. A questa instabilità si aggiunge il timore per le prossime elezioni generali, previste per febbraio 2021, e per il possibile ritorno alla presidenza di Rafael Correa. Sebbene l’attuale mappa elettorale sia avvolta nella nebbia dell’incertezza e non siano state forgiate alleanze politiche o elettorali concrete, è ampiamente riconosciuto in tutti i settori politici che Correa goda del sostegno di almeno un terzo dell’elettorato. Questo, insieme alle divisioni in atto tra le fazioni politiche allineate al governo Moreno e quelle che vi si oppongono, rende la sua vittoria probabile, sempre se la sua eventuale candidatura sarà accettata dal Consiglio Nazionale Elettorale.

Infine, la crisi COVID-19 si è presentata come un’arma a doppio taglio per il regime di Moreno. Da un lato, gli ha permesso di accelerare il processo legale contro Correa e la sua potenziale candidatura presidenziale e di introdurre una severa repressione contro le comunità della classe operaia con il pretesto della quarantena. Ma allo stesso tempo ha costretto il regime ad affrontare i suoi più grandi fallimenti, le sue inadeguatezze e l’eredità di quasi 3 anni di politiche neoliberali assistite dai programmi del FMI.

Un regime neoliberale in tumulto

Nella megalopoli costiera di Guayaquil le immagini della pandemia sembrano venire da uno scenario di guerra o da un film apocalittico. Centinaia di cadaveri avvolti in sacchi per cadaveri (o forse sacchi della spazzatura) riempiono i camion che consegnano il loro carico mortale agli obitori già traboccanti di mortiPersino le cifre ufficiali dei contagi iniziano a tracciare un quadro accurato della situazione, con un totale di 7161 infetti e 297 morti al 10 aprile, con un aumento del 30% in 24 ore. Ma fonti indipendenti suggeriscono cifre molto più alte, con oltre 1.900 cadaveri raccolti nella sola provincia di Guayaquil nelle ultime due settimane.

Gli ultimi tre anni di governo neoliberale guidati da Lenin Moreno hanno lasciato un segno visibile sul tessuto dello stato sociale e dei progetti avviati e sviluppati durante la “Rivoluzione dei Cittadini” di Correa. Sotto il governo decennale della precedente amministrazione, il settore sanitario è stato – assieme all’istruzione e ai programmi sociali – prioritario: il livello totale della spesa pubblica per la sanità è passato dall’1,81% del PIL nel 2007 al 4,21% nel 2016, con risultati impressionanti. Il numero totale di medici è passato da 16 ogni 10.000 persone nel 2009 a 20,5 nel 2016; il numero totale di letti di emergenza da 473 nel 2006 a 2535 nel 2018, e quelli standard da 19.945 a 24.359 nello stesso periodo di tempo.

Ma questo processo si è arrestato con la svolta neoliberale dei governi Moreno e, quindi, del graduale smantellamento dello stato sociale costruito in quei 10 anni. Sebbene la spesa pubblica complessiva per la sanità non sia stata ridotta in modo sostanziale, le strutture dello Stato sono state devastate dall’eliminazione di 13 enti pubblici su 40, così come sono stati operati 2 miliardi di dollari di tagli e di austerità attraverso l’eliminazione, la privatizzazione e la fusione di una serie di aziende statali ed enti pubblici originariamente previsti per il 2019. Prima della crisi, Moreno ha preso la decisione di espellere oltre 400 tra medici e personale sanitario, similmente a quanto deciso dai suoi omologhi neoliberali in Bolivia e Brasile. Il governo è stato anche riluttante nel ristabilire legami diplomatici con Cuba e nell’acquistare il farmaco antivirale Interferon Alfa-2B attualmente prodotto dalla nazione insulare per combattere la diffusione di COVID-19. Così, con le infrastrutture governative gravemente indebolite da una tecnica di “morte per mille tagli”, il settore sanitario da solo non è stato in grado di far fronte alla pandemia.

Questo degrado si riflette nella stessa leadership di Moreno. La sua presidenza è stata sempre più debole e delegata ad altri alti funzionari – in particolare al già citato Otto Sonnenholzner – in seguito alla disastrosa risposta del governo alle proteste dell’ottobre 2019 e alla sua decisione di trasferire temporaneamente la capitale da Quito a Guayaquil. Per tutto il periodo della pandemia, a partire dall’inizio di marzo, Moreno ha fortemente limitato le sue apparizioni pubbliche e i suoi annunci, mentre Sonnenholzner ha assunto un ruolo centrale.

Per molti versi Sonnenholzner è il prodigio dell’élite economica dell’Ecuador. Ha sostituito il suo predecessore Maria Alejandra Vicuña come vice-presidente nel dicembre 2018, dopo che questo venne accusato di corruzione, ottenendo prima l’appoggio del Partito Socialista Cristiano di destra (PSC) e successivamente della Country Alliance (AP) al governo e delle varie forze politiche allineate al nuovo progetto neoliberale di Moreno. Professore alla facoltà di scienze economiche dell’Università Cattolica di Guayaquil e in precedenza consulente nel settore dell’edilizia, dell’agricoltura e del commercio, il trentasettenne non era affiliato né alla Country Alliance né a nessuno dei partiti politici tradizionali, il che lo ha reso perfetto per colmare il divario tra Moreno e i suoi nuovi alleati di Guayaquil. Uno dei sostenitori commerciali più visibili della sua presidenza è stata l’Ecuador Broadcasting Association (ARE), soprattutto dopo che Sonnenholzner riuscì ad abrogare la legge sulla comunicazione dell’era Correa che cercava di limitare il potere dei media privati e di introdurre un maggiore sostegno ai media pubblici e di proprietà della comunità. Da allora ha svolto il ruolo di moderatore tra il Presidente e le élite economiche del Paese. Di recente alcuni osservatori hanno sottolineato come le sue apparizioni pubbliche e le sue visite agli operatori sanitari e alle vittime assomiglino più a una campagna elettorale che alla gestione delle crisi.  

Nonostante l’arrivo della pandemia, il regime non ha avuto fretta di attuare piani di contenimento, dare impulso al settore sanitario o creare nuovi programmi sociali per assistere i lavoratori ecuadoriani rimasti disoccupati. Piuttosto, ha scelto la collaudata tattica di dare la colpa all’amministrazione Correa, oltre ad avviare un nuovo ciclo di ristrutturazione e riformulazione dello Stato e ad attuare nuove misure fiscali che hanno fatto leva sulla crisi dei salari della classe operaia come mezzo per affrontare la crisi.

Una volta che l’estensione dell’infezione è diventata di pubblico dominio, sia Moreno che Sonnenholzner hanno sostenuto che i video e le immagini virali che provano l’estensione dell’infezione e la risposta repressiva del governo ecuadoriano fossero in realtà opera di reti di troll gestiti da Rafael Correa e dai suoi alleati. L’annuncio è stato rilanciato da diversi media privati e giornalisti allineati con il governo Moreno, ma ampiamente ridicolizzato e criticato sui social. A questo è seguita un’altra bizzarra conferenza stampa di Sonnenholzner, dove ha presentato le sue scuse pubbliche per il “peggioramento dell’immagine internazionale dell’Ecuador”, piuttosto che per la mancanza di una risposta iniziale da parte del governo. In un’altra azione ampiamente criticata, la polizia ha proceduto all’arresto di un uomo che aveva pubblicato online alcuni video critici nei confronti di Moreno e del sindaco di Guayaquill, Cynthia Viteri. In particolare i filmati incriminati sostenevano che il numero reale dei contagiati e dei deceduti fosse di molto superiore rispetto a quanto riportato nelle stime ufficiali. Questo arresto è una conseguenza dell’annuncio del governo Moreno di voler indagare sul dilagare di “fake news” sull’attuale emergenza COVID19.

L’austerità ai tempi del coronavirus

Già prima dello scoppio del COVID-19 , il Paese si trovava ad affrontare una crisi economica e politica a causa dell’incombente minaccia delle misure di austerity imposte dalla firma del pacchetto di 4,2 miliardi di dollari di debito con il FMI nel febbraio 2019. Il governo Moreno non è stato in grado di attuare le “raccomandazioni” più incisive formulate dal fondo, come l’abolizione dei sussidi per il carburante e la benzina, a causa delle proteste di massa dei movimenti indigeni e sindacali nell’ottobre 2019.  

Inoltre, la crescente pandemia non ha impedito al governo di mettere i suoi obblighi nei confronti della finanza globale al di sopra della salute dei suoi cittadini. Il 23 marzo il ministro dell’economia Richard Martínez ha dichiarato che il governo ecuadoriano sta pianificando di rimborsare 324 milioni di dollari del suo attuale debito verso i finanziatori internazionali allo scopo di “adempiere ai nostri obblighi verso gli investitori”, questo nonostante l’evidente necessità di investimenti urgenti in misure di contenimento del COVID-19. Ironia della sorte, pochi giorni dopo i massimi dirigenti del FMI e della Banca Mondiale si sono espressi a favore della riduzione del debito delle economie emergenti e hanno stanziato più di 12 miliardi di dollari in finanziamenti d’emergenza e sovvenzioni per assistere i paesi che combattono la pandemia. Considerando la stretta collaborazione del governo Moreno con le autorità del FMI, non è credibile che l’esecutivo ecuadoriano ignorasse queste decisioni.

Allo stesso tempo, il governo ha avviato la fase successiva del processo interno di “ottimizzazione e riduzione” dello stato, cominciando con 1,4 miliardi di dollari in nuovi tagli e misure di austerità – risultato sia della pandemia di coronavirus che del recente crollo del prezzo globale del petrolio. Mentre la sanità è stata presumibilmente risparmiata, l’austerity cerca ancora di prendere di mira diversi ministri, segretari, comitati e funzioni di servizio pubblico di primo piano che sono stati messi in atto da Correa. Il segretario dei giovani, cinque imprese pubbliche, quattro segretarie tecniche, l’agenzia pubblica di regolamentazione dei media sono solo alcuni degli enti pubblici di cui è stata confermata l’eliminazione o la privatizzazione.

Questo ciclo di austerità e tagli è stato accompagnato dall’annuncio di nuove misure fiscali sia per la popolazione attiva che per le imprese, nonché da un taglio del 10% dei salari dei lavoratori del settore pubblico. Alcune di queste misure includono una tassa temporanea del 5% sugli utili delle imprese che hanno guadagnato più di 1 milione di dollari, così come una nuova tassa progressiva sui lavoratori: chi guadagna più di 500 dollari dovrebbe pagarne 2 in più al mese, cifra che aumenta fino a 4400 al mese per salari di 50.000 dollari e oltre. Per coloro che guadagnano meno di 400 dollari, Moreno ha promesso un sussidio di 60 dollari ad aprile e maggio. L’annuncio è stato accompagnato da un’altra falsa accusa mossa all’amministrazione di Correa, questa volta sostenendo che la sua amministrazione abbia lasciato un debito pubblico di 65 miliardi di dollari, e – comicamente – da una richiesta di ulteriori prestiti da parte (tra gli altri) della Banca Interamericana di Sviluppo (BID) e della Banca Mondiale. Sindacati come l’Unitary Workers’ Front (FUT) e l’Ecuadorian Business Committee (CEE) hanno già annunciato che si opporranno a queste misure.

Cosa sarebbe potuto succedere

Considerando tutti questi fattori, l’escalation della persecuzione contro Correa rappresenta un’arma di distrazione di massa per il regime. Moreno cerca una copertura di fronte alla portata delle sue stesse inadeguatezze e all’assenza di un piano di azione politica a lungo termine che non sia quello di fermare il ritorno di qualsiasi parvenza di governo progressista.

Tutto questo ci porta a chiederci cosa sarebbe successo se fosse stato Correa ad essere al potere durante questa crisi. Quest’improvvisa e mortale pandemia di coronavirus non è stata l’unica tragedia ad aver colpito l’Ecuador negli ultimi anni. Infatti, l’esperienza del Paese con la serie di terremoti che si sono verificati nel corso di marzo e aprile 2016 ha dimostrato che il governo di Rafael Correa era pienamente in grado di mobilitare le risorse dello Stato e gli aiuti internazionali per mitigare un disastro improvviso su grande scala.

Per ora la barbarie del neoliberalismo ha allontanato il socialismo del ventunesimo secolo, un tempo vibrante, dal paese. Il suo ritorno dipenderà dalla capacità delle varie fazioni politiche che si oppongono sia al regime di Moreno che alla tradizionale destra del Paese di costruire un movimento di massa simile a quello che ha posto fine al governo neoliberale di Lucio Gutierrez e che ha aperto la strada alla Rivoluzione dei Cittadini e all’Assemblea Costituente del 2007.

Che il regime di Moreno riesca o meno a tenere il nome di Correa fuori dalle schede elettorali, la sua eredità di 10 anni di progresso e il peso politico di milioni di ecuadoriani che continuano a sostenere il progetto della Rivoluzione dei Cittadini fanno di lui e del suo movimento l’avanguardia più importante dell’opposizione al regime di Moreno e al neoliberalismo in Ecuador. 

Da jacobinmag.com Traduzione a cura di Lorenzo Tecleme

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