Biocombustibili: tabù o opportunità?

Si fa un gran parlare di biocombustibili e quasi sempre da posizioni rigide e antitetiche, incapaci di confrontarsi in maniera aperta e ragionata. Tali approcci sono in qualche misura giustificati se si pensa agli interessi economici che si nascondono dietro a certe attività e agli equilibri in gioco quando si parla di biocombustibili. Basti pensare alle multinazionali che, fiutando l’appetitoso affare, hanno subito intrapreso la corsa all’espropriazione dei terreni degli agricoltori africani o alla deforestazione del Borneo per realizzare enormi distese di colture a fini energetici, le cosiddette energy crops.

Se facessimo però lo sforzo di superare rigidità mentali e preconcetti e provassimo ad analizzare la questione in maniera più ampia e ragionata, includendo nell’analisi oltre agli imprescindibili aspetti ambientali, economici e sociali anche gli aspetti tecnologici, e considerando quella che è oggi la domanda di combustibili ed energia dettata dai nostri stili di vita, ci renderemmo conto che il tema dei biocombustibili rappresenta un’eccellente opportunità per riflettere su diverse questioni fondamentali: sui rapporti di forza che esistono fra Paesi ed aree geografiche, sull’equilibrio tra utilizzo delle risorse, benessere collettivo e progresso, ed anche un’opportunità per ripensare in maniera nuova l’idea stessa di progresso, immaginandolo per davvero al servizio dell’intera comunità invece che degli interessi di pochi attori.

Probabilmente la maggior parte di noi pensando ai biocombustibili pensa al biodiesel o al bioetanolo prodotti da materie prime oleaginose o zuccherine, realizzati a partire da colture alimentari come mais, soia, palma, canna da zucchero. E storicamente questa non è un’associazione di idee scorretta. Questi biocombustibili sono stati i primi ad essere studiati, realizzati ed impiegati e oggi vengono indicati come biocombustibili di prima generazione o conventional biofuels. Su questi prodotti si è giustamente aperto un ampio dibattito che ha denunciato la loro insostenibilità socio-ambientale. La loro produzione su larga scala richiede infatti l’utilizzo di enormi quantità di terreni fertili da sottrarre a colture destinate all’alimentazione (food crops) oppure il disboscamento massiccio di aree boschive, in special modo delle foreste tropicali. Ovviamente queste pratiche sono da condannare fermamente per i devastanti risvolti sia ambientali che sociali. La massiccia produzione di questo tipo di biocombustibili che sarebbe necessaria a rimpiazzare i combustibili fossili tradizionali, non sarebbe certo realizzabile entro i confini dei Paesi che hanno proposto e sostenuto queste tecnologie, l’Unione Europea in primis. I soggetti politici e le multinazionali che hanno tenacemente perorato la causa dei biocombustibili convenzionali non potevano non essere perfettamente consapevoli che una tale pratica si sarebbe, e in parte purtroppo si è, fondata su rapporti di forza di tipo neocoloniale rispetto ai Paesi in via di sviluppo, in Africa, in Asia, in Sud America e in qualche misura anche ai paesi dell’est europeo. Pratiche neocoloniali con l’ipocrito make-up delle buone intenzioni: portiamo in questi Paesi opportunità di crescita economica ed efficientamento del sistema produttivo che da soli non sarebbero mai in grado di cogliere. Purtroppo posizioni come queste si sentono ancora nei dibattiti fra policy maker, tecnici e operatori economici del settore. Certamente fra i tecnici ci sono persone che lavorano in buona fede, talvolta una fede quasi cieca nei confronti del progresso, persuasi di operare per davvero per lo sviluppo di questi Paesi. La stessa indulgenza non può essere invece usata nei confronti dei politici e dei grandi attori industriali, perfettamente consapevoli del carattere assolutamente neocoloniale di certi approcci. Alla luce di quanto detto è ovvio che il ricorso ai biocombustibili tradizionali, con le modalità e le conseguenze sopra esposte, è da considerarsi una pratica da respingere con fermezza.

Negli ultimi anni però ci sono state delle significative novità nel settore, sia dal punto di vista delle tecnologie che delle politiche. Per quanto riguarda le seconde l’evento più significativo è stata l’approvazione nel 2015 da parte della Commissione Europea della direttiva ILUC, acronimo che sta per indirect land use change, a modificare le precedenti direttive sulle fonti energetiche rinnovabili e sulla qualità dei carburanti, e che è stata poi inclusa nella revisione della Direttiva sulla promozione delle Fonti Rinnovabili di Energia, meglio nota come REDII.

L’obiettivo principale della ILUC è quello di avviare la transizione dai biocarburanti convenzionali a nuove tipologie di biocarburanti, detti biocarburanti avanzati o, meno propriamente, di seconda generazione, che minimizzino il cambiamento indiretto della destinazione d’uso dei terreni, oltre alle emissioni climalteranti, e di porre così un limite stringente all’uso di biocarburanti convenzionali.

Ma cosa sono esattamente questi biocombustibili avanzati? La novità è che questi biocombustibili non vengono definiti sulla base delle loro caratteristiche merceologiche né sulla base delle tecnologie impiegate per produrli, bensì sulla base delle materie prime impiegate nella loro produzione. Sono infatti classificati come avanzati i biocombustibili che vengono prodotti a partire da biomasse residuali, come la biomassa di scarto proveniente da attività agro-forestali e da produzioni agroindustriali, dalla frazione organica dei rifiuti urbani, dagli oli da cucina esausti, nell’ottica della tanto blasonata economica circolare che altro non vuol dire se non limitare al massimo gli scarti di processo, progettando filiere integrate e concatenate fra loro, nelle quali lo scarto di un processo divenga la materia prima per un altro. Vengono inoltre classificati come avanzati i biocombustibili prodotti a partire da altri materiali organici non alimentari, e quindi con un basso ILUC, come erbe o colture dedicate poste in rotazione con elevata efficienza di uso del suolo, o ancora prodotti a partire dalle alghe o da biomasse coltivate in aree marginali, come terreni aridi o in via di desertificazione, come sono purtroppo molte aree mediterranee, dove le produzioni alimentari tradizionali non sono realizzabili, creando quindi nuove reali opportunità per l’agricoltura. Con i biocombustibili avanzati si supera dunque l’antitesi food vs fuel, tanto che oggi si parla di food, feed, products and fuels, ovvero di filiere integrate e di modelli di produzione che siano pensati specificatamente per ciascun contesto agronomico, forestale e climatico, ma anche produttivo e sociale, che possano rappresentare opportunità di sviluppo sociale ed economico, in modo particolare nei contesti rurali più in affanno.

Sembra dunque di aver trovato la panacea in grado di risolvere il problema dell’approvvigionamento di combustibili eco-sostenibili in quantità sufficiente a sostituire i combustibili fossili nel rispondere alla crescente domanda proveniente dal settore dei trasporti (l’efficientamento dei sistemi e l’uso dell’elettrico da soli non possono risolvere l’intero problema e un approccio adeguato deve per forza fondarsi sulla complementarietà; questo tema verrà approfondito semmai in un’altra occasione). La criticità legata ai biocombustibili avanzati è che una maturazione tecnologica tale per poter avere produzione ed impiego su larga scala, richiede tempi lunghi e investimenti ingenti in ricerca e sviluppo. Senza entrare nel merito delle singole tecnologie che allo stato presente hanno livelli di maturazione molto diversi fra loro, in generale possiamo comunque dire che non è pensabile che i biocombustibili avanzati possano risultare immediatamente competitivi da un punto di vista tecnico-economico con i combustibili tradizionali. Vanno quindi imposti obblighi di utilizzo, ma prima ancora fatti importanti investimenti che rientrino in un piano di sviluppo energetico, ambientale ed economico di lungo termine. Un tale piano deve essere realizzato dopo aver preso in attenta considerazione un grande numero di fattori complessi e interconnessi fra loro, a partire dagli stili di vita attuali e dalla domanda di energia, le infrastrutture esistenti, le materie prime disponibili soprattutto in un’ottica di filiera corta, le tecnologie esistenti e quelle potenzialmente impiegabili, ciascuna con il proprio grado di maturità, i propri punti di forza e di debolezza e i propri fattori di rischio, i parametri ambientali attuali e i miglioramenti che si vogliono ottenere, gli effetti sull’economia e sull’occupazione dell’introduzione di nuove tecnologie e processi. Una tale analisi deve consentire di fissare degli obiettivi sia ambientali che di sviluppo socio-economico e di pianificare in modo rigoroso e multidisciplinare la strategia per raggiungerli. E certamente le redini di un’operazione di tale complessità ed ampio respiro non possono che essere nelle mani dello Stato che sia promotore e artefice di un ambizioso programma di ricerca pubblica, responsabile dell’applicazione dei suoi risultati nel sistema produttivo, nei trasporti e in ogni altro settore coinvolto, responsabile dell’educazione e dell’accompagnamento dei cittadini attraverso i cambiamenti derivanti dalle innovazioni introdotte e garante del loro valore ambientale e sociale, oltre che economico. Come si può pensare di affidare un tale impegno e una tale responsabilità ai soli attori privati, le cui scelte sono notoriamente mosse, al di là dei proclami di turno, dall’obiettivo della massimizzazione del profitto? Stimolare con incentivi adeguati e spronare con obblighi normativi gli attori privati è certo utile e doveroso, ma non può certo bastare a garantire gli obiettivi ambiziosi che abbiamo assoluto bisogno di raggiungere e, più in generale, non può bastare a garantire che il progresso tecnologico vada nella direzione della tutela dell’ambiente e del miglioramento della qualità della vita della collettività.

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