Destra e Sinistra

UN PROBLEMA ATTUALE, TRE LIVELLI D’ANALISI

Marcello Gisondi ha dato avvio tempo fa, su questa rivista, alla riflessione sulle categorie di destra e sinistra, con un articolo dall’eloquente titolo: “A sinistra di cosa?” in cui si interrogava sulla validità di questa dicotomia nella lettura dell’attuale “momento populista”. Condivido l’impostazione del problema e nella sostanza anche la risposta, tuttavia credo ci siano alcuni punti che vale la pena approfondire; cercherò di portare un piccolo contributo alla discussione.

Già nel 1994, iniziando a scrivere l’ormai classico libro sul tema (Destra e sinistra, Roma: Donzelli, 1994), Norberto Bobbio notava che «non si è mai scritto tanto come oggi contro la tradizionale distinzione fra destra e sinistra […].» [BOBBIO, p. VII] Oggi è ormai senso comune l’idea che le categorie siano saltate, e in Italia questo è accentuato dal fatto che uno dei partiti di governo, il Movimento 5 Stelle, non si definisce né di destra né di sinistra, e rende oggettivamente difficile il lavoro di giornalisti e politologi che cerchino di farlo. Che la nostra percezione si accordi così con quella che aveva Bobbio nel ’94 risponde senza dubbio alla mancata riattivazione politica di queste categoria da parte di chicchessia; più precisamente, oggi, esattamente come allora, viviamo un momento di profonda crisi della fiducia nelle istituzioni e nei soggetti della rappresentanza politica. È stato infatti nel ’94, a due anni dallo scoppio di Mani Pulite, che Berlusconi chiuse la prima repubblica e diede i natali alla seconda, ed è con le elezioni del 4 marzo 2018 che il Movimento 5 Stelle ha aperto una nuova fase politica, appunto una terza repubblica. Se l’analogia è evidente il contesto politico è nettamente mutato: la congiuntura storica a livello continentale e globale è diversa (Processo di integrazione europeo in avanzamento e egemonia unipolare statunitense allora, crisi dell’UE e (dis)ordine multipolare ora); la crisi istituzionale che vive il paese, pur concretizzandosi nella medesima assenza di fiducia nei confronti delle classi dirigenti, ha un’origine ben diversa (corruzione allora, crisi economica, disoccupazione ecc ora) e infine – di conseguenza – l’idea stessa di un superamento di destra e sinistra è cambiata. Se infatti negli anni ’90 il presunto superamento si svolgeva “al centro”, con un progressivo allineamento degli eredi delle vecchie destre e sinistre verso un centro sempre più spoliticizzato all’insegna dell’utopia tecnocratica, della fine delle ideologie, del “there in no alternative”, oggi sembra che la convergenza si svolga più “agli estremi”, attraverso una richiesta sempre maggiore di ri-politicizzazione, anche come risposta a quella fase storica. Questo schema ovviamente contiene sfumature. Pensiamo al M5S, che nella sua versione della rottura della dicotomia presenta i tratti dell’inquietante utopia tecnocratica. Ma più in generale teniamo conto che questo mutamento – seppur segnato dall’evento traumatico della crisi del 2008 – è contenuto in un arco temporale relativamente breve che presenta alcuni tratti di continuità, come la continuità in  termini di corruzione fra le classi dirigenti della prima repubblica e il “ventennio” berlusconiano, il che però  non spiega il crollo delle sinistre, che rientra più nello schema tracciato – cosa che si fa evidente se guardiamo fuori dall’Italia, ad esempio nella direzione populista del Labour di Corbyn in risposta a quella di Blair. 

Questa breve bozza di lettura storica non vuole spiegare le tematiche che tratteremo di qui in avanti, credo possa però fornire un schema per contestualizzare le alternative teoriche che andrò a proporre. Gisondi nel succitato articolo distingue essenzialmente tre piani possibili per indagare la validità delle categorie di destra e sinistra, relativamente al livello di analisi su cui ci si pone. Troviamo un piano più astratto, che potremmo definire “teorico”, in cui si indaga la validità delle categorie in senso trans-storico, secondo il modello della ricerca filosofica – tendendo tuttavia sempre a mente che ci muoviamo su di un terreno politico e che quindi i concetti hanno sempre, almeno in parte, una dimensione ideologica e non sono idee puramente trascendenti. Un secondo piano è quello storico: cioè cosa hanno rappresentato nella storia – segnatamente nella storia della modernità, essendo nate queste categorie alla fine del XVIII secolo – nei termini di rappresentazione di istanze politiche concrete e della loro effettualità (cioè che mutamenti storici hanno prodotto). Infine le categorie possono essere lette rispetto al loro uso, hanno cioè una dimensione pragmatica – qui il terreno è sempre storico-politico, ma ci si interroga non più rispetto al passato quanto in senso strategico rispetto all’agire politico nel nostro presente. Prendiamo in esame alcune interpretazioni, partendo da questo schema tracciato da Gisondi.

BOBBIO, GALLI, MICHÉA: TRE ANALISI STORICO-FILOSOFICHE

Il già citato testo di Norberto Bobbio ha fornito una definizione delle categorie di destra e sinistra ormai classica e discussa ampiamente in tutta la letteratura successiva sul tema. Egli pur interrogandosi su tutti e tre di piani si pone come fine di giungere ad una definizione teorica di validità in qualche modo trans-storica. In estrema sintesi quello che per Bobbio definisce la differenza fra destra e sinistra sarebbe il diverso atteggiamento rispetto al problema dell’uguaglianza: pur partendo dal dato di fatto della disuguaglianza degli uomini, la sinistra terrebbe più in considerazione gli aspetti che rendono gli uomini uguali – e considererebbe la diseguaglianza un prodotto sociale da superare – mentre la destra al contrario porrebbe più l’accento sulla diseguaglianza – considerandola come una dato naturale [cfr. BOBBIO, pp. 74-75]. L’alternativa è rappresentata nella tradizione filosofica dalle due opposte posture di Nietzsche e Rousseau [cfr. BOBBIO 1994, p. 76]: per il primo è l’uguaglianza ad essere inganno artificialmente prodotto, mentre per il secondo come ben sappiamo dal Discorso sull’origine dell’ineguaglianza tra gli uomini gli uomini nascono naturalmente uguali ed è la società a promuovere il dominio di uno sull’altro. Bobbio, schierandosi ovviamente dalla parte della sinistra, arriva addirittura a dare un fondamento storico-filosofico a questa categoria, che starebbe dalla parte vincente della storia perché, scrive: «la spinta verso una sempre maggiore eguaglianza tra gli uomini è, come aveva osservato nel secolo scorso Toqueville, irresistibile.» [BOBBIO 1994, p. 89]

Il testo di Carlo Galli dedicato al nostro tema (Perché ancora destra e sinistra, Roma-Bari: Laterza, 2010) presenta come quello di Bobbio una ricostruzione della storia delle idee dicotomica, con una tradizione genericamente ascrivibile alla destra e una alla sinistra. Scrive Galli: «l’impianto categoriale del pensiero che innerva la politica moderna – in quanto essa deve rinunciare alla tradizionale idea di Giustizia, ossia di Ordine dell’essere che orienta […]– consiste infatti nella centralità del nesso fra disordine come dato e ordine come esigenza: da una parte esiste una realtà minacciosa e instabile, lo stato di natura, dall’altra è indispensabile costruire un artificio che dia forma e stabilità alla politica. Sono questi i due lati, inscindibili, del modo moderno di guardare alla politica.» [GALLI 2010, p.22-23] A partire da questo problema fondamentale vediamo due tradizioni – che vanno a dare contenuto alle categorie di destra e sinistra – che pensano ordine e disordine in maniera diversa. Infatti, per Galli, «è abbastanza semplice constatare che le sinistre, pur nella loro storica varietà, si sono proclamate eredi del razionalismo e dell’illuminismo, e hanno tra loro in comune la più grande attenzione al lato del Moderno che consiste in quell’intrinseco elemento normativo, ma non immediatamente ordinativo, che è la natura umana nella sua forma seminale; questa, per le qualità innate che vi ineriscono – tradotte, secondo la semantica e la sintassi del discorso politico moderno, nei diritti, termine più spendibile politicamente e meno impegnativo che non ‘essenza’ –, è assunta a priori come Valore da affermare, ugualmente, per tutti.» [GALLI 2010, p.26] Quindi la sinistra reagisce al disordine provocato dalla dissoluzione del mondo pre-moderno in senso positivo, formula cioè un’idea positiva di natura umana che si andrebbe ad estrinsecare producendo progressivamente la possibilità di un ordine immanente – fondato su di una filosofia della storia progressiva. Al contrario la destra rifiuta questa idea, fin dalle sue origine controrivoluzionarie – si veda De Maistre, Bonald e Donoso Cortés – e «[…] mette sullo sfondo i semi naturali di razionalità universale soggettiva, ed è definita primariamente dalla percezione dell’instabilità del reale, della sua anomia, della sua mai piena ordinabilità: una contingenza, un disordine, che possono assumere l’aspetto della minaccia ma anche dell’opportunità, del nichilismo da fronteggiare ma anche da utilizzare per plasmare indefinitamente il reale. Il dato che la destra accetta come insuperabile non è un sistema di valori ma è l’inconsistenza ontologica della realtà: appunto, uno dei due lati originari del Moderno. È questa percezione a spiegare molti motivi tipici della destra: è infatti vero che questa spesso ricorre a forme di pensiero organicistico, o si appella a un Ordine trascendente, a una Legge inesorabile, non disponibile per l’agire emancipatorio dell’umanità.»[GALLI 2010, pp. 32-32] La sinistra quindi sarebbe la naturale erede di una concezione razionalistica della storia e la sua sfida consisterebbe nel tornare a credere in questa concezione del reale emancipativa, nella possibilità di questo ordine immanente rifiutando l’individuazione di un nemico dell’ordine esterno alla comunità politica da combattere.

Le analisi di Bobbio e Galli senza dubbio sono profonde ed erudite nei termini di un storia delle idee politiche moderne, quello che però risulta problematico è connettere in senso teorico la loro analisi di tradizioni filosofiche e politiche così disparate e molto spesso confliggenti con l’idea di destra e sinistra.  Sembra esistere – secondo la loro opinione – una connessione intima fra gli ideali, le filosofie della storia, l’antropologia filosofica che questi difendono con il concetto di sinistra. Questa operazione sembra poco fondata e si presta a molte obiezioni, soprattutto se questa ipotesi teorica va a vincolare l’azione politica. Insomma sul piano storico e su quello pragmatico, queste ipotesi interpretative sembrano prestare i fianchi ad una quantità di obiezioni per cui la sopravvivenza dell’uso di queste categorie per veicolare idee come quelle di uguaglianza, emancipazione, società giusta nel soddisfacimento dei bisogni ecc.. sembra sopravvivere solo per un gesto puramente assertivo di adesione irrazionale. 

A criticare il nesso fra l’idea di lotta alla diseguaglianza e agli effetti distruttivi del sistema capitalistico e il concetto di sinistra, nell’ottica della costruzione di un nuovo paradigma politico, quindi del superamento di destra e sinistra (“da sinistra”), troviamo il filosofo francese Jean-Claude Michéa. Per questi l’attuale divaricazione empiricamente innegabile fra la protezione ed emancipazione dei ceti subalterni e i partiti di sinistra non sarebbe una deviazione temporanea, ma al contrario il compromesso contro-natura fra sinistra e lotte operaie apparterrebbe a una fase storica destinata a concludersi per ragioni interne alla logica politica dei due schieramenti. Michéa traccia la genesi storico-teorica dell’idea di sinistra e della sua connessione (estrinseca) con le lotte del mondo operario e contadino: «È dunque solo nel quadro preciso dell’affaire Dreyfus (del resto le organizzazioni socialiste avevano atteso quattro anni prima d’impegnarsi in quella che Guesde e Jaurès avevano in un primo tempo definito una «guerra civile borghese»), e solo di fronte alla minaccia imminente di un colpo di Stato della destra monarchica e clericale, che le organizzazioni socialiste rappresentate in Parlamento (tranne, di conseguenza, i sindacalisti rivoluzionari) accetteranno finalmente di negoziare un compromesso detto di «difesa repubblicana» con i loro vecchi avversari della sinistra parlamentare. Quel compromesso – vissuto all’inizio come puramente provvisorio – non è soltanto ciò che costituisce il vero atto di nascita della sinistra moderna; esso è anche, per forza di cose, uno dei punti di maggiore accelerazione di quel lungo processo storico che avrebbe pian piano condotto alla dissoluzione della specificità originaria del socialismo operaio e popolare in quello che si sarebbe ormai chiamato il “campo del Progresso”» [MICHÉA 2015].  «La sensibilità socialista, invece – scrive altrove Michéa – ha origini diverse e più complesse. Si forma veramente solo all’inizio del XIX secolo, dapprima attraverso le molteplici lotte degli operai inglesi (e irlandesi) contro i modi di vita degradati loro imposti dalla prima modernizzazione industriale. In queste precise condizioni storiche, infatti, come scrive Engels nel 1845, «le usanze e le condizioni del buon tempo antico sono state distrutte radicalmente; qui si è giunti al punto che il nome di Old Merry England non evoca più nulla, perché la stessa Old England non la si conosce più neppure attraverso i ricordi e i racconti dei nonni. Il socialismo operaio si configura così fin dall’origine come un rapporto eminentemente critico verso la modernità, e soprattutto verso il suo individualismo devastante (inizialmente il termine «socialismo» è creato da Pierre Leroux appunto per indicare il contrario dell’individualismo assoluto) e verso quel curioso catechismo industriale che ne è una abituale conseguenza. Per questo le prime teorizzazioni filosofiche avanzate da Engels riguardo alle contestazioni operaie della modernità si basano, in primo luogo e molto logicamente, sulla critica radicale dell’individualismo dei Lumi.» [MICHÉA, 2004, pp. 33-34] In questa prospettiva socialismo, uguaglianza, emancipazione, lotte per i subalterni, formano un insieme direttamente contrapposto a sinistra, progresso, individualismo, per cui il nesso istituitosi fra sinistra e socialismo era destinato a dissolversi, producendo così la fine della dicotomia destra/sinistra, o almeno della sua rilevanza rispetto alle lotte per l’emancipazione delle classi subalterne.  Anche questa categorizzazione cerca di giungere alla radice storico-filosofica delle categorie di destra e sinistra e nella tripartizione che abbiamo mutuato da Gisondi ricade nei primi due livelli, prendendo però avvio da una considerazione sull’(in)utilizzabilità delle categorie di destra e sinistra, e in particolare della categoria di sinistra di rappresentare le istanze delle classi popolari.

A PARTIRE DA LACLAU ED ERREJÓN: VERSO UN USO PRAGMATICO-RETORICO DELLE DICOTOMIE

La crisi di validità delle categorie di destra e sinistra ha prodotto quindi tutta una serie di indagini molto interessanti ed utili per la storia delle idee politiche e del pensiero filosofico, ma, a ben vedere non hanno risolto nulla sul piano politico. Tutti e tre i casi che abbiamo citato ci dicono qualcosa di interessante, ma si muovono su di un piano non risolutivo politicamente: testimonianza è data dal fatto che né Bobbio né Galli hanno prodotto una riattivazione di queste categorie, né tantomeno il superamento reale della dicotomia ha i tratti della proposta di Michéa. 

Prendiamo quindi in considerazione un altro possibile approccio che ci viene, non a caso, da un teorico politico che è anche un dirigente di Podemos, uno dei principali partiti populisti europei: ĺñigo Errejón. In un testo-dialogo con Chantal Mouffe, filosofa politica belga, lo spagnolo difende la necessità di evitare l’uso delle categorie di destra e sinistra, senza cadere in quella che abbiamo definito utopia tecnocratica in cui la destituzione di queste categorie rimuove la dimensione polemica e ideologica della politica, consegnando a questa un ruolo di mera gestione dell’esistente. Errejón al contrario rivendica come fondamentale del discorso politico la costruzione di una dicotomizzazione netta, di una chiara frontiera “noi e loro” (secondo la teoria della stessa Mouffe, una ridefinizione della costruzione antagonista schmittiana amico-nemico in un confronto agonista che tenga insieme pluralismo e conflitto), ma, che non si appella più necessariamente alle categoria di sinistra-destra nella misura in cui non hanno più capacità di fungere da metafore costruttive di una volontà collettiva. Leggiamo lo stesso Errejón: «una visione antiessenzialista ci permette di capire che aspirare a sovvertire o attraversare le metafore sinistra-destra non è una rinuncia alle ideologie, quanto piuttosto una forma diversa di affrontare la disputa per la costruzione di senso. La costruzione di un senso politico diverso che miri alla produzione di una volontà generale differente, muovendo dall’idea che non c’è nulla essenzialmente, che non c’è niente di necessario nei concetti sinistra-destra, che sono solo metafore intorno alle quali si può strutturare il campo politico. Secondo la mia opinione, sono utili nella misura in cui servono a costruire una correlazione di forze più favorevole ai subalterni.» [ERREJÓN-MOUFFE 2015, p. 111]

Qui Errejon sta partendo da quello che sopra abbiamo definito un uso pragmatico (retorico, aggiungiamo) delle categorie politiche, che servono nella misura in cui sono utili e nel caso in cui la loro capacità di costruire un senso politico viene meno, possono essere abbandonate in favore di altre che aggreghino meglio certe istanze politiche. Le categorie sono qui pensate come metafore, in questo senso il campo politico è un terreno retorico, seguendo la teoria di Ernesto Laclau che ci parla in vari luoghi della funzione metaforica delle dicotomie nella costruzione del discorso politico. Per esempio, nel suo capolavoro La ragione populista, Laclau ci descrive il funzionamento di una metafora politica: «Come sappiamo, la metafora stabilisce una relazione di sostituzione tra termini in base al principio di analogia. Ora, come ho appena detto, in ogni struttura dicotomica un insieme di identità o di interessi particolari tende a raggrupparsi nella forma di differenze equivalenziali attorno a uno dei poli della dicotomia. Per esempio, i torti subiti da vari settori del «popolo» saranno visti come equivalenti gli uni agli altri vis-à-vis della «oligarchia». Ma ciò equivale a dire che saranno tutti analoghi, se raffrontati al potere oligarchico. E che cos’è questa se non una riaggregazione metaforica? Non è nemmeno necessario aggiungere che la rottura di queste equivalenze nella costruzione di un discorso più istituzionalista dovrà sfruttare anch’essa mezzi, magari diversi, ma pur sempre retorici. Lungi dall’essere solo retorici, questi mezzi sono infatti quelli inerenti alle logiche con cui si costruisce o si dissolve ogni spazio politico.» [LACLAU, 2008, pp. 19-20]

La costruzione retorica per Laclau costituisce quindi ogni spazio politico, perché il politico è di per sé un campo retorico e la metafore sono uno di questi strumenti che serve ad aggregare intorno ad un polo della dicotomia un insieme di istanze. Seguendo questa prospettiva quindi Errejón non abbandona le categorie di destra e sinistra perché ritenute inadeguate nella rappresentazione di una dicotomizzazione reale dell’economico o del sociale, ma al contrario rifiuta un’ontologia che pensi una realtà soggiacente a cui le costruzioni concettuali devono adeguarsi (o da cui sono determinate). Se tutta la costruzione teorica sottesa al discorso di Errejon (chiaramente ispirata a Laclau) è discutibile per vari ordini di ragioni, può esserci utile se ne facciamo a sua volta un uso pragmatico. Rispetto al problema dell’ontologia politica cioè facciamo epoché, sospendiamo il giudizio, assumiamo pragmaticamente il discorso antiessenzialista di Errejon-Laclau come vero, perché risponde al problema che ci troviamo ad affrontare, cioè l’inadeguatezza delle nostre categorie nel produrre effetti politici (segnatamente nell’aggregare una volontà collettiva) “a favore dei subalterni”. La scommessa è che non si rimarrà con un vuoto, avendo dissolto la dura oggettività dell’ultima istanza, ma che al contrario questo vuoto provvisorio ci possa servire per ridefinire un insieme concettuale e ideale dalla quale teoria e prassi possano ripartire. Tornando al problema specifico delle categorie destra-sinistra la realtà è che nessuna petizione di principio sulla loro validità ha impedito al Movimento Cinque Stelle di essere il primo partito, per cui forse si può rendere giustizia ai contenuti politici che l’idea di sinistra ancora evoca nei suoi affezionati, mettendola da parte. Sospendere quindi il giudizio sull’oggettività del reale, pensare le categorie come metafore con una funziona essenzialmente performativa, può paradossalmente, aiutarci a ridefinire la nostra conoscenza di quella realtà (liberando di fatto la prassi, priva di costruzioni terminologico-concettuali posticce) per elaborare una teoria rinnovata. Le accuse di nichilismo da un lato o dall’altro di idealismo (nella misura in cui pensa la realtà a partire da articolazioni retoriche) che vengono mosse a questa prospettiva, possono facilmente essere ritorte contro gli accusatori. È infatti una forma più perniciosa di idealismo (che si rovescia in nichilismo reale) quella di chi pensa che la realtà sia già tutta contenuta nelle proprie costruzioni teoriche, rispetto al pensare il discorso (aperto, infinitamente articolabile) come luogo d’accesso privilegiato all’oggettività per mezzo della sua funzione prassistica. Paradossalmente si fa meno torto all’oggettività del reale dicendo che non esiste, piuttosto che pensando di conoscerla una volta per sempre, nel primo caso non faticherà ad emergere di nuovo nella configurazione storica che di volta in volta assume. 

BIBLIOGRAFIA

Bobbio, N., 1994 Destra e sinistra, Roma: Donzelli. 

Errejón, I., Mouffe, C., 2015, Construir Pueblo, Barcelona: Icaria.

Galli, C., 2010, Perché ancora destra e sinistra, Bari-Roma: Laterza.

Laclau, E., 2008, La ragione populista, Bari-Roma: Laterza.

Michéa, J.-C.,

  • 2004, Il vicolo cieco dell’economia: Sull’impossibilità di sorpassare a sinistra il capitalismo, Milano: Elèuthera.
  • 2015, I misteri della sinistra: Dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto, Milano: Neri Pozza.
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