Il ritorno di Errejón: la patria è l’ordine

Pubblichiamo la versione italiana dell’intervista realizzata da Paula Vázquez e Mario Santucho a Iñigo Errejón e pubblicata originalmente dal media argentino Crisis il 4/12/2017.

 

L’Íñigo in carne ed ossa non ha niente a che vedere con l’immagine che di solito di Errejón viene trasmessa. Lo si è descritto come uno stratega che agisce nell’ombra, inventore dalla “macchina da guerra elettorale” di Podemos; come un Robespierre redivivo che sferza con la sua lingua affilata i suoi colleghi deputati al Parlamento spagnolo; o come il segretario politico provocatore che ha osato insidiare la conduzione del leader indiscusso del movimento che suscita le speranze di tutto il progressismo europeo. Di persona Íñigo è un tipo affabile, addirittura fragile, dall’andatura goffa e distratta. E un gran bevitore di rum cubano.

Questo sì, parla senza respirare. Inanella riflessioni di ampia portata senza sosta. E sembra essersi lasciato alle spalle Vistalegre II, il congresso di partito nel corso del quale ha conosciuto la polvere della sconfitta all’inizio dell’anno. “C’è una tensione che non abbiamo saputo risolvere: l’inerzia ci ha condotto in maniera rapida e forzata a trasformarci in un partito, con tutte le miserie che ciò comporta. Un partito, sostanzialmente, è una macchina orribile. Ma non sono sicuro che uno possa vincere le elezioni senza entrare in queste dinamiche”.

L’intervista ha luogo in un’auto moderna tra Belgrano e Pilar e da lì a Moreno. Un reportage attraverso le strade del primo anello dell’hinterland di Buenos Aires, sul destino del populismo.

Perché dici che i partiti sono macchine orribili?

Perché non stimolano la discussione o il pensiero, ma il calcolo. Selezionano un tipo di militante che fa vita di partito: allineati a coloro che stanno vincendo, impara a non mettere in questione certe cose, sii sempre d’accordo con la linea ufficiale, tutto ciò che fa il partito va bene, tutto ciò che succede al di fuori è privo di razionalità. Si genera un arroccamento. Assieme a certe logiche burocratico-autoritarie consustanziali alla forma-partito e alla trama di lealtà che genera il reparto di posti di lavoro, di risorse e facilitazioni che offre l’apparato. Per questo credo che, come organizzazione, siamo invecchiati molto rapidamente. Ma devo riconoscere che si è trattato una scelta cosciente: abbiamo suscitato un demonio sapendo che era un demonio. Abbiamo deciso di dotarci di una forma ultra-giacobina e plebiscitaria per assaltare il potere per via elettorale in un processo breve e accelerato. Sono l’autore intellettuale di questa strategia, di cui dopo ho pagato le conseguenze. Avevamo bisogno di chiarire coordinate discorsive che non avrebbero riscontrato l’approvazione dei militanti, ma che ci avrebbero dato più voti. Il nostro primo congresso nazionale (celebrato nel 2014, ndr) adotta questa linea politica e questa forma organizzativa. Siamo arrivati molto lontano ma non così lontano come era nostra intenzione. Non siamo stati capaci di formare un governo né di rompere il bipartitismo, ma abbiamo impedito la restaurazione e il ritorno ad una fase precedente al 15 maggio del 2011 (giorno in cui si sviluppò il movimento degli Indignados, ndr), siamo riusciti ad accumulare 5 milioni di voti, con un impatto molto evidente sul sistema politico.

Pensi che sia inevitabile formare un partito per fare politica?

Beh, si può non chiamare partito. Può essere un gruppo elettorale, una iniziativa. Ma non direi che è necessario per far politica, quanto piuttosto per vincere le elezioni. Io faccio politica da quando ho 14 anni e non ho mai avuto bisogno di un partito. Dirò di più, ho avuto una militanza marcata dall’ostilità verso i partiti. Può essere che sia imprescindibile per l’obiettivo che ci siamo posti, ma non è la cosa più raccomandabile quando la contesa smette di essere un assalto e si converte in un assedio più lento, nel corso del quale tocca espandersi sul territorio, formare quadri, rappresentare interessi differenti, ottenere flessibilità. Ciò che di sicuro non serve sono risposte facili: senza questo modello non saremmo arrivati tanto lontano tanto in fretta, ma questo modello poi non si lascia correggere facilmente. Assieme ad un altro problema fondamentale, la scarsità di quadri. La maggior parte sono concentrati sul lavoro istituzionale nelle città o paesi che governiamo, pertanto il loro apporto alla costruzione territoriale o al movimento popolare è limitato. Infine, buona parte delle persone che si misero a partecipare con noi lo fecero in base alla premessa di una rapida vittoria. Quando questa non si produce, subentra una certa smobilitazione in alcuni settori.

È il prezzo da pagare quando si gioca con la speranza della gente?

L’altro giorno stavo leggendo una storia della ribellione di Tupac Amaru che racconta come organizzò un grandissimo esercito indio contro la corona spagnola, senza formazione né comportamento da esercito regolare. Erano molti al momento della prima avanzata. E fanno piazza pulita nella misura in cui vanno all’offensiva. Quando arrivano a Cuzco, gli spagnoli sono meno ma sono in una città cinta di mura, meglio armati e ben allenati. Resistono al primo assalto e obbligano ad un assedio più lungo della città. Allora l’esercito indio perde morale, la metà se ne va, nascono liti tra di loro. Fatte salve le enormi differenze, il nostro discorso mette enfasi sulla volontà politica: ci sono cose che non si si risolvono perché quelli che sono al governo non le vogliono risolvere. Abbiamo promesso una vittoria rapida che quando non si è prodotta ha portato disincanto tra i simpatizzanti, che sono la nostra miglior forma di contatto con la realtà sociale spagnola, perché i militanti vivono sempre una realtà a parte. La speranza è anche segnata da logiche televisive e mercantili: come portavoce di Podemos ci siamo trasformati in icone pop, una forza politica nuova senza nessuna cicatrice del passato, con la promessa che si può vincere e si può cambiare tutto. E quando c’è un arresto o ciò non si produce subito, una parte della gente dice “mi avete promesso che questa era un’altra cosa”, “mi avete promesso che se io compravo questo attrezzo mi avrebbe fatto felice, e la verità è che mi ha fatto felice per un periodo ma dopo non ha mantenuto tutto ciò che prometteva nel prospetto informativo”.

Prendi dunque in considerazione altre forme di aggruppamento politico che non necessariamente devono essere di Partito?

Di fatto le forme più ricche di sperimentazione, di moltiplicazione e creazione di idee nuove vengono da fuori, quasi sempre. Perché i partiti sono intrappolati nella battaglia di congiuntura e mediatica, nel giorno-per-giorno. E quindi ci sono lotte che non possiamo ingaggiare, o perché non abbiamo tempo o perché non possiamo lavorare col lungo periodo. Ci sono domande attorno alle quali io posso dar battaglia immediatamente nella dinamica istituzionale e della comunicazione, ma ce ne sono altre oggi minoritarie nella società, che vogliamo che si facciano strada, ma che richiedono un lento lavoro territoriale, culturale, pedagogico. Ed i partiti per loro stessa natura, questo non lo possono fare. Fondamentalmente perché, bisogna essere onesti, i partiti non sono in grado di determinare i propri ritmi e le proprie prestazioni. Per lo meno in Europa è la televisione che decide e impone di cosa parli, quando parli e come ti posizioni. Cataloga anche ciò che è politico e ciò che non lo è. Se io convoco i media per parlare di una fabbrica riaperta, allora vengono i canali TV, registrano un po’ di immagini e di suoni, io parlo dei lavoratori e della necessità di appoggiarli, i giornalisti mi ascoltano per educazione e poi mi fanno domande sui temi politici del giorno. Ciò che io veramente ho voluto trasmettere non andrà in TV e io appaio in TV pronunciandomi su ciò che loro volevano, in piccoli ritagli di telegiornale. Dopo mi fermano per la strada e mi dicono “dovete parlare di più dei salari”. “Lo faccio sempre ma non lo vedrete mai”. E così la sensazione è che sei uno dei tanti. I mezzi di comunicazione presentano un tema e organizzano un giro di opinioni per partito, quindici secondi per ogni portavoce. Questo ci fa invecchiare molto rapidamente perché la gente accende la televisione, ti vede e sei già incasellato. Molto spesso sono temi del giorno che smettono di essere importanti nel giro di 24 ore. Sono una superficialità ed una occasionalità permanente che ci rendono incapaci di svolgere alcuni compiti che sono imprescindibili per il cambiamento politico. Questi compiti li deve svolgere il movimento popolare. I compiti di un movimento popolare sono più ampi e di più lungo periodo. È come se ci fossero due corsie: una della battaglia immediata, mediatica, istituzionale ed elettorale che noi calibriamo sui temi che vogliamo imporre (e in questo i partiti sono sempre conservatori, cioè vanno all’offensiva sui temi che credono che possono imporre); e una corsia più lunga, di educazione politica, di radicamento nel territorio e di una battaglia culturale affinché temi che oggi sembrano folli domani siano più ragionevoli. Sono compiti differenti e noi non possiamo svolgerli entrambi.

Per venire a Buenos Aires Errejón ha fatto una deviazione dalle sue vacanze in qualche spiaggia del mediterraneo, le prime da quando si è formato Podemos – il colorito della pelle lo tradisce. Quando l’auto passa davanti all’ex ESMA (il centro di detenzione e tortura più grande durante la dittatura militare tra il 1976 e il 1983, ndr) interrompe l’arringa e si prende una pausa per la contemplazione. Íñigo è un appassionato di storia politica argentina e vorrebbe dedicare le sue ultime ore nel paese per conoscere “Los Octubres”, un bar libreria palermitano (Palermo è il nome di un quartiere bonairense, ndr) e peronista. O quello o un reportage per LN+, che alla fine decide di annullare. Finisce per mangiarsi una controfiletto di manzo alle sette di sera, a mo’ di commiato.

La tappa principale della sua breve visita è stato il “Forum per la costruzione di una maggioranza popolare”, organizzato da un settore de “La Campora” (organizzazione della sinistra peronista che sostiene Cristina Fernández de Kirchner, ndr). Nonostante la diffusione quasi clandestina dell’incontro, la facoltà di medicina dell’Università di Buenos Aires si è riempita di un pubblico angustiato dalla performance elettorale di Cambiemos (il partito del presidente Mauricio Macri, ndr), desideroso di ascoltare la combinazione Axel (Kicillof, ex ministro di economia di Cristina Fernández de Kirchner, ndr) più Íñigo, le due giovani stelle dell’Internazionale populista. Il madrileno ha colto l’occasione per mettere del pepe al suo intervento: “C’è sempre una parte di verità nell’avversario, che io voglio combattere ma che dobbiamo prendere sul serio. In politica, e questa è una delle peggiori eredità che ci ha lasciato l’interpretazione più volgare del marxismo, non esiste la cosiddetta falsa coscienza”. E ancora: “le nuove maggioranze di segno nazional-popolare e democratico non possono limitarsi ad un esercizio di nostalgia che aspiri a recuperare il tempo passato”. Inoltre: “comprendiamo bene il fatto che gente beneficiata dall’espansione dei diritti abbia potuto voltarci le spalle. Ma non irritiamoci: non c’è niente di peggio delle forze progressiste che si irritano nei confronti dei loro popoli”.

Alla facoltà di Medicina hai detto che la sinistra deve farsi carico del desiderio di ordine che c’è nella società: la tua idea allora è di rincorrere il centro per arrivare al governo?

Non necessariamente. Io penso che l’aspetto più radicale  dell’evento rivoluzionario non sia, nella metafora classica, assaltare nottetempo il Palazzo d’Inverno, ma quando il giorno seguente i bolscevichi sono in grado di garantire l’ordine pubblico.

Ma i rivoluzionari instaurano un ordine nuovo, cosa molto diversa dal governare l’ordine istituito.

Nessun ordine è del tutto nuovo. Credo ci sia una parte di invenzione e un’altra parte, molto di più di quel che ci piace riconoscere, che è una parte di eredità. Per disgrazia. Sono molto scettico nei confronti del mito della rivoluzione  come “tabula rasa” che all’improvviso fonda un ordine dal niente. Un esempio classico: la persistenza della religione nei paesi socialisti che cercarono di eliminarla. L’idea di farci carico del desiderio di ordine trasmesso dalla gente significa che le nostre esperienze nel potere politico non possono essere felici, brevi, meravigliose primavere. Siamo venuti per rimanere. Orbene, rimanere non significa perpetuarsi al potere, ma disegnare un posto anche per gli avversari. In questo senso, dobbiamo farci carico della relazione un tantino schizofrenica dei governi popolari con la classe media, che quegli stessi governi generano grazie alle loro politiche redistributive ma che spesso li abbandonano nel corso della loro traiettoria. Li ringraziano per l’ascesa sociale, dopodiché esprimono desideri nuovi che i nostri governi sembrano non poter soddisfare. Ci troviamo di fronte a una sorta di contraddizione senza uscita, per cui il tuo successo si trasforma in ciò che ti seppellisce: bisogna pensare a come ci prendiamo cura di questa gente alla quale abbiamo cambiato la vita e alla quale poi diciamo “che traditori che siete”. Forse bisogna amministrare i nostri successi e riconoscere i momenti di crisi e di riflusso: siamo arrivati fin qui, ci sono sintomi di stanchezza e di svuotamento, quindi forse c’è bisogno di un momento di stabilizzazione. Nel frattempo, ci dedichiamo a preparare il rilancio di una nuova offensiva.

Al kirchnerismo è stato rimproverato il mancato riconoscimento di intermediari tra la dirigenza e il popolo. È un’idea consustanziale al populismo e alla sua nozione di egemonia?

Non credo. I populismi classici ad esempio, anche se con difficoltà, riconobbero una forte mediazione sindacale. L’assenza di intermediazione non è mai possibile. È vero che vediamo la politica come costruzione di senso, in base al quale i soggetti non pre-esistono prima che il discorso formi il campo politico. I discorsi costruiscono i soggetti. Ma non credo che questa prospettiva sia incompatibile con strutture di intermediazione e canalizzazione della domande. Credo che la critica che viene fatta al kirchnerismo ha a che vedere con l’istituzione del presidenzialismo in America Latina. Un altro problema che dobbiamo affrontare dal punto di vista teorico è l’estrema difficoltà nell’organizzare la successione. E non penso che questo abbia a che fare con un insieme di errori individuali, ma con una difficoltà intimamente legata al modo di costruzione di un potere. I Numeri Uno molto forti non generano un ecosistema favorevole all’emergere dei Numeri Due e Tre. Anche perché si attiva un meccanismo di esenzione dalle responsabilità in base al quale i sostenitori esimono sempre il Numero Uno dalla responsabilità di qualsiasi errore, in maniera tale che quando qualcosa viene fatto male non è mai il capo o la capa che lo ha fatto, ma il suo seguito. Questa modalità di costruzione politica è insuperabile per rompere le strutture tradizionali, irrompere nello Stato e ottenere il potere politico, per cui non ne possiamo fare a meno. Ma le difficoltà abbondano quando c’è da organizzare la stabilizzazione. Per questo buona parte dei governi populisti hanno funzionato come una vera e propria macchina per polarizzare la società e la società non sempre segue. Certo che bisogna scontrarsi con poteri concentrati e spuri se vogliamo costruire un paese più giusto. E prevalere. Ma siamo bravi a far questo mentre non siamo altrettanto bravi quando si tratta di organizzare una certa normalità.

Il macrismo ha compreso che i flussi simbolici nelle reti sociali hanno una centralità crescente nella formazione dell’opinione pubblica. Voi lavorate su questo terreno, non è così?

Ad un certo punto della nostra crescita là in Spagna dissi in un’intervista che era nostro compito costruire una macchina da guerra elettorale, idea che indicava proprio questo tipo di lavoro. Una parte dei media ci ha elogiato come se fossimo una specie di start-up: così come Facebook fu creata in un garage da ragazzi in ciabatte con gli Apple, allo stesso modo questi ragazzi hanno creato un partito politico. Ci hanno elogiati per aver messo in moto con maggior efficacia dei nostri avversari, con moltissimo meno denaro, una macchina capace di contender loro le elezioni. E senza avere radici nei territori, né nella militanza delle organizzazioni tradizionali, abbiamo potuto intraprendere una battaglia simbolica per la costruzione di senso che ha funzionato bene. Tuttavia, debbo riconoscere che sono molto scettico nei confronti del marketing politico. In generale mi pare che gli esperti siano dei meravigliosi venditori di fumo. L’aspetto principale del marketing politico è la politica: cosa si è saputo leggere, interpretare, quale articolazione di desideri, aspettative o frustrazioni che erano disperse, frammentate, o neppure espresse. Dopo, se lo si esprime in maniera più innovativa ed efficace, se si diffonde con un marchio, uno spot o un atto, è importante ma non funziona da solo. È il veicolo.

Ma il macrismo governa perché ha articolato una lettura politica superiore agli altri e non solo perché ha usato bene il marketing. Forse questi strumenti di analisi della comunicazione sono significativi nella costruzione stessa dell’idea politica, non solo nella sua diffusione.

Il fatto è che non possiamo regalare alla destra i valori di differenza e libertà individuale, non possiamo essere i portatori di un comunitarismo chiuso in base al quale ti interpello solo in qualità di popolo. È vero che le reti sociali captano meglio questo tipo di desideri più individualizzati, perché fanno richiami in maniera più segmentata e non ad un insieme indefinito. Mano a mano che l’economia segmenta di più le differenze sociali, bisogna stare più attenti a come si orientano queste differenze. E comprendere perché l’avversario, in un momento dato, è capace di leggere una parte della nostra vittoria.

Íñigo e la strategia madrilena 

Íñigo ha un istinto provocatore. Ma, come ogni buon aspirante politico professionale, guarda alle forme: “Deve esser chiaro che queste critiche le faccio dal punto di vista della mia esperienza in una formazione che mi è molto vicina affettivamente, non  dalla comodità di chi scende da un aereo e dice come devono andare le cose. Perché tutti siamo nel giusto quando giudichiamo esperienze straniere, e poi non ne indoviniamo una nei nostri paesi. Il tipo di intervista che sto facendo con voi la inquadrerei in modo molto diverso in Spagna, perché quando la gente ti vota per rappresentarla non vuole che tu agisca da analista”.

La cosa certa è che Errejón sembra aver fatto un passo indietro per farne due avanti, e punta il cannone all’obiettivo strategico del 2019: la presidenza della comunità autonoma di Madrid, l’equivalente spagnolo della provincia di Buenos Aires. Lì dovrà dar prova della tesi che sia possibile costruire maggioranze fluide, aprendo breccia in un elettorato che da 30 anni vota il Partito popolare. Se perde, rimarrà invischiato in una legislatura di provincia. Liberarsi della direzione per spiegare le vele? O tornare in sordina come tanti quadri di Podemos che non hanno sopportato l’oblio che implica l’avventura politica contemporanea? La scommessa sembra essere o tutto o niente.

Dopo la dura battaglia interna che hai sostenuto con Pablo Iglesias, che posizione occupa il tuo punto di vista all’interno di Podemos? Vi strutturerete come corrente di minoranza?

Dopo il congresso si sono riequilibrate le forze tra le differenti sensibilità di Podemos, e a noi è rimasto il 40% della direzione nazionale. Ma fin dall’inizio abbiamo preso una decisione: il dibattito si apriva e si chiudeva. È buona cosa che le organizzazioni politiche abbiano dibattiti aperti, franchi e sinceri su quali compagni le condurranno, ma è buona cosa anche che così come si aprono dopo si chiudano. Certo che sussistono differenze, ma una volta che la discussione è chiusa, c’è una direzione nazionale, un itinerario, un percorso, e noi lo accompagniamo. E c’è un obiettivo strategico di tutta l’organizzazione, che è quello verso il quale puntiamo tutti i cannoni: il 2019. L’anno 2019 è il momento di confermarci nelle città che governiamo, che sono le più importanti della Spagna (Madrid, Barcellona, Saragozza, Coruña, Cadice), aumentare il vantaggio e conquistare alcune regioni centrali, le Comunità Autonome, che sono quelle che gestiscono il bilancio per lo stato sociale. Il piano prevede che per arrivare al 2020 in condizioni di diventare governo nazionale, prima dobbiamo conseguire l’obiettivo del 2019.

Tu sarai il candidato a governatore della Comunità Autonoma di Madrid?

È possibile. La decisione ancora non è presa, ma pensiamo di dedicare le principali risorse dell’organizzazione a questo obiettivo. Siamo passati da una fase di guerra di movimento, concentrata, accelerata, corta, a un momento di guerra di posizione nel quale dalle città e dalle regioni vogliamo lasciare senza respiro il governo di Rajoy. E allo stesso tempo costruiremo la certezza che il cambiamento non è qualcosa che proponiamo in TV, ma una realtà concreta, palpabile, che milioni di cittadini già stanno sperimentando nella vita quotidiana, perché hanno governi di segno popolare e di trasformazione.

E se ti dicessimo che Podemos non è altro che un aggiornamento teorico del vecchio riformismo socialdemocratico europeo, tu che diresti?

Che in parte avete ragione, a patto di aggiungere che questo riformismo oggi in Europa è un programma anti-oligarchico. La più timide riforme dei partiti socialdemocratici o anche solo dei partiti democristiani degli anni Cinquanta o Sessanta sono oggi intollerabili per le oligarchie. Ciò produce la seguente contraddizione: un movimento politico che si dota di un programma piuttosto modesto di trasformazione sociale ed economica, è trattato dal sistema politico e mediatico del nostro paese come una sorta di escrescenza antisistema, populista, radicale, priva di senno. E perché si produce questa contraddizione? Da una parte, perché è slittato di molto verso destra l’asse politico in Europa. Dall’altra, perché alcune delle riforme che proponiamo hanno un carattere di rottura immediato. Detto in altro modo: una politica riformista oggi in Europa diventa immediatamente rivoluzionaria. Perché non c’è possibilità di introdurre riforme attraverso il consenso. Non è possibile condurre un programma minimo degno di esser definito riformista, se non attraverso una contrapposizione sostenuta con la nostra oligarchia nazionale e con i poteri finanziari dell’Europa neoliberale.

Non ti sembra che il limite di codesta idea è che continua a confidare nella politica come rappresentanza?

È vero che la politica non è solo rappresentazione. Ma sostanzialmente il potere politico si conquista con il denaro, con i fucili o con il voto. Io non conosco un’altra via. E ciò che ci si addice di più sono i voti.

Uno degli insegnamenti dei processi recenti è che la possibilità di un cambiamento riformista appare quando prima emerge una critica radicale della rappresentanza politica, eludendo la falsa alternativa tra democrazia e autoritarismo. In questo si assomigliano il 2001 argentino e il 15M spagnolo.

Si tratta di un dialogo difficile perché il momento destituente, di espansione del possibile, è stupendo. E dopo la sua concretizzazione politica sempre ci delude un po’. Ma nel nostro caso l’evoluzione non è stata lineare, non è che l’esplosione insurrezionale è risultata soppiantata o rappresentata, ma la mobilitazione ha cominciato a refluire e Podemos nasce non come figlio del picco, ma del riflusso del 15M. Il movimento aveva raggiunto il limite, le mobilitazioni erano meno massicce, gli atti si facevano ripetitivi e era subentrata un’incertezza generalizzata. La domanda era: e ora cosa facciamo? C’è stato allora bisogno di passare da una fase espressiva ad una fase di costruzione istituzionale. Sembra qualcosa di inevitabile, specialmente in luoghi dove esiste una statualità forte e consolidata. La mobilitazione sociale compie il proprio ciclo, e quando giunge al limite ha bisogno di porsi la sfida statale, altrimenti decade. Podemos nasce quando tutto questo magma sociale e culturale ormai non bruciava ma covava nelle cenere, con una crisi di prospettiva. E abbiamo lanciato un’iniziativa che sul momento sembrava un’eresia.

Insistere con il momento insurrezionale, come se potesse durare per sempre, conduce ad una strada senza via d’uscita. Ma il salto alle istituzioni quasi sempre si conclude con una svolta conservatrice. Come succede ora.

Per questo ora dovrebbe sorgere un nuovo processo di mobilitazioni. Cosa che non dipende da noi e che se si producesse dovrebbe creare grattacapi anche a Podemos. E non lo dico in termini estetici. Il movimento che torni ad emergere dev’essere qualcosa che ci metta in questione, ci sfidi. Non nascerà dal nostro interno, perché non abbiamo tempo, gente, testa libera, spirito né entusiasmo per suscitarlo. Ma è vero che è difficile che nasca in un momento di stabilizzazione economica come quello che attraversa oggi la Spagna, con un impoverimento massiccio di vasti settori della popolazione, d’accordo, ma sempre di stabilizzazione. Ne abbiamo bisogno come il cibo, come l’aria, ma non lo possiamo produrre. Cosicché non dovremmo progettare la nostra strategia affinché si produca. E se capita, allora che ci travolga, ci capovolga, ci scombini, e se produce qualcosa di meglio, che ci mandi a casa.

Non è il processo indipendentista catalano proprio questa mobilitazione che non era nei piani e che ha scombinato Podemos?

Negli ultimi anni in Spagna si sono sviluppate due ondate di mobilitazione politica di segno democratizzatore: una di livello nazionale (statale), che di solito identifichiamo con il 15M; e un’altra su scala catalana, di formazione di una volontà sovranista contro gli attacchi del governo del PP e la sua strategia accentratrice, che ha rotto di fatto gli equilibri territoriali contemplati nella nostra Costituzione. Podemos ha avuto fin dalla sua nascita la ferma volontà di articolare questi due impulsi in un progetto di ricostruzione nazionale che si faccia carico delle necessità di giustizia sociale, modernizzazione economica, democratizzazione del sistema politico e integrazione della diversità plurinazionale in un nuovo patto territoriale. Rispettiamo le domande indipendentiste anche se non le condividiamo. Consideriamo che l’unica soluzione stabile e duratura deve passare da un referendum e l’accordo per costruire un futuro condiviso al cui interno ci sia posto per la Catalogna. In questi giorni la mobilitazione in Catalogna eccede i limiti tradizionali dell’indipendentismo, si scontra con la chiusura del governo nazionale di Rajoy, e minaccia di generare una crisi di Stato al cui interno temo che il PP si troverà molto a suo agio. Perché per la prima volta da anni il Partito dei tagli, della svendita della sovranità nazionale al potere finanziario, delle grandi trame di corruzione e di saccheggio delle risorse pubbliche, ha intravisto un’opportunità per raggruppare buona parte della società dietro un discorso nazionalista spagnolo che si sostiene discorsivamente a fronte del “nemico catalano”. Per noi è fondamentale che la destra non si appropri dell’identità nazionale spagnola, approfittando della crisi catalana per un’involuzione dal punto di vista sociale e democratico. Dobbiamo saldare la volontà di un nuovo patto territoriale con le domande di salvaguardia dei diritti sociali e di democratizzazione del nostro paese.

 

Traduzione di Tommaso Nencioni. 

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