Errejón o Veltroni? Il problema dell’antagonismo tra trasversalità populista e centro-sinistra

La crisi dei movimenti politici cosiddetti populisti di sinistra in Europa è ormai sotto gli occhi di tutti e ha aperto, da un po’ di tempo, a riflessioni tanto sul mutato scenario politico, quanto sugli errori strategici di questi soggetti e sulle possibilità di rilanciarli. In particolare ci riferiamo al calo elettorale di Podemos, che dopo aver sfiorato il sorpasso si è ridotto a al ruolo di amante rifiutato del Psoe, e al crollo de la France Insoumise di Mélenchon, che dallo storico risultato delle presidenziali del 2017, in cui sfiorò il 20% si è ridotto al 6 % di partito di “sinistra contestataria” (come ha scritto Lenny Benbara in un articolo uscito su Le Vent s’è leve e ripreso su questa rivista). Nel frattempo in Spagna Iñigo Errejón, dopo il lancio di Más Madrid, sta ora facendo il salto in vista delle prossime elezioni convocate a causa dell’incapacità del PSOE di formare un governo, lanciando un movimento nazionale: Más País. Questo è il contesto: due movimenti che hanno fatto del regresso a un discorso considerato troppo contestatario e identitario, cioè connotato fortemente a sinistra, il proprio punto di debolezza e lo stanno pagando e un nuovo esperimento politico, quello di Errejon, che cerca di contrastare questa deriva con una proposta diversa. L’articolo cui abbiamo fatto riferimento di Benbara sembra opporre il modello Errejón a quello Mélenchon (e Podemos), come esempio di trasversalità contro il ripiegamento identitario di questi ultimi soggetti.

Il processo descritto è di per sé sotto gli occhi di tutti, ed in effetti è innegabile che ci sia stato un ritorno alla comfort zone del proprio zoccolo duro politicizzato da parte di questi soggetti politici, quando invece nella loro fase espansiva si erano distinti proprio per la capacità di conquistare ampie fette di elettorato che non era necessariamente legato alla sinistra radicale grazie ad un discorso più flessibile, meno identitario, che sapeva parlare a più ampie maggioranze sociali. Questa del resto era la sfida del populismo democratico che aveva portato alla più interessante svolta nella sinistra europea del nuovo millennio. Tuttavia, nel discorso di Benbara, ed in questo si vede l’impronta errejonista ma soprattutto il riferimento all’attuale declinazione nell’esperienza di Más País, non troviamo solo una critica al ripiegamento identitario ma anche una critica alla dimensione definita “contestataria” e “antagonista”. Citiamo un passaggio per intero:

“Il risultato di tutto questo è il rientro della France Insoumise nello spazio della sinistra radicale […] In realtà, il populismo è stato troppo inteso come un discorso di opposizione e di antagonismo aggressivo, mentre non è così, come dimostra con successo l’esperienza di Íñigo Errejón in Spagna, molto vicino alle idee del filosofo Ernesto Laclau. Quando parliamo di populismo, intendiamo la ricerca della trasversalità basata sull’opposizione ad un avversario comune. Tuttavia, non c’è motivo per cui l’opposizione a Macron debba trasformarsi in resistenza e ossessione per la protesta.”

Come Errejón in Spagna, per Benbara, Mélenchon dovrebbe abbandonare la dimensione antagonista per assumere uno stile più moderato, rassicurante, legato all’idea di ordine, in una parola: “istituzionale”. E questo, per l’autore, significa fare il “vero” populismo, che non è antagonismo radicale ma solo articolazione e “trasversalità”.  In effetti abbiamo visto ora Errejón presentarsi come colui che avrebbe permesso, e che si impegna a favorire per il futuro, un patto di centrosinistra con il PSOE. L’attitudine positiva rispetto all’idea di un avvicinamento rispetto ai socialisti in effetti non è una novità nell’errejonismo, ma ora sembra essersi particolarmente intensificata fino a portarlo a criticare gli ex compagni di Podemos per “assenza di responsabilità” nel nelle negoziazioni con Pedro Sánchez per formare il governo. Ora questo sembra giustificato in chiave elettorale nella situazione spagnola – anche è sotto gli occhi di tutti l’evidenza che ciò che il PSOE vuole è formare un governo che non metta in discussione l’attuale assetto socio-economico del paese e la sua collocazione internazionale, in tutta continuità con il governo del PP –  in cui gli elettori non vogliono tornare ancora a votare e gradirebbero veder formato un governo. Tuttavia se questo posizionamento viene assunto come criterio politico generale si rischia un regresso verso momenti della politica che pensavamo di aver superato (almeno nell’area del populismo democratico).

Si sovrappongono qui differenti piani che andrebbero tenuti distinti. Potremmo dividere il campo politico in due assi: uno è quello classico della politica moderna, quello destra-sinistra e uno, derivante dagli studi sul populismo, che potremmo definire populismo-istituzionalismo, che non riguarda i contenuti politici ma l’intensità dell’antagonismo. Ora, a differenza di quello che sembra sostenere Benbara, se c’è un elemento che nel populismo non può mancare è proprio l’intensità dell’antagonismo che va in certa misura a colmare il deficit di contenuto politico che la trasversalità richiede. Quella antagonista è la trasversalità che sa creare il populismo, non di certo la trasversalità istituzionale (dei “responsabili”). La centralità sull’asse destra-sinistra viene compensata dall’intensità dell’antagonismo. Questo è il modello di populismo puro che il Movimento 5 Stelle ci ha in passato mostrato (portandolo all’eccesso), quello che descrive in maniera corretta A. Arato, in un articolo in realtà in realtà fortemente critico sul populismo ma a tratti brillante, quando scrive: “The vagueness of the ideology is compensated for by the intensity of antagonism” (Arato A., Political Theology and Populism, «Social Research», 80/1, 2013, pp. 143-172, p. 160). Che ci piaccia o meno l’intensità dell’antagonismo è un elemento – basti leggere La ragione populista di E. Laclau, il quale lo scrive con chiarezza – a cui il populismo non può rinunciare, e non ha nulla a che vedere con la radicalità sull’asse destra-sinistra (o, all’interno dello spazio politico socialista, riforma-rivoluzione, o socialdemocrazia-comunismo), ma al contrario è proprio ciò che permette al contempo trasversalità senza ricadere nell’adesione allo status quo e nell’idea di responsabilità (strumento ideologico della conservazione oligarchica). Il populismo rovescia la geografia politica classica, “verticalizza” (popolo-élites) la mappa politica “orizzontale” (destra-sinistra), spostando nello spazio dell’alto (da combattere) tanto i partiti di destra quanto quelli di sinistra, ugualmente nemici del popolo. Crea cioè una trasversalità della maggioranza sociale (quelli in basso, il popolo), e questo ribaltamento è possibile grazie alla forte carica antagonista. Beninteso, ciò non garantisce poi l’efficacia politica, cioè la capacità di mutare l’antagonismo trasversale in trasformazione sociale, ma di certo è quello che la forma politica populista può dare alla politica emancipatrice, ed è questa la maniera in cui è capace di superare tanto la moderazione del centro-sinistra quanto l’inefficacia ultra-left.

Se invece, come sembra suggerirci Benbara, si cerca una trasversalità senza uno scompaginamento e rovesciamento dello spazio politico, che tipo di politica ci troviamo di fronte?

La risposta ci sembra chiara: riformismo liberal, centro-sinistra, in sostanza moderazione, responsabilità istituzionale come accettazione dell’impossibilità di superamento dello stato di cose presenti. E questo è un copione che abbiamo già visto: è esattamente quella deriva delle sinistre post-comuniste e post-socialdemocratiche verso un centro moderato rispetto alle quali il populismo europeo del nuovo millennio è reazione. Al venir meno dell’energia antagonista trasversale-populista che spacca verticalmente la geografia politica, e avendo rinunciato all’energia antagonista orizzontale dell’“estremismo” di sinistra, si ricade in una trasversalità liberale-istituzionale.

Rinunciare all’antagonismo significa rinunciare al populismo, e se si vuole essere trasversali e centrali senza essere populisti, si potrà solo che essere centristi (nel senso deteriore del termine). Alla trasversalità populista, che crea una catena equivalenziale che trasforma le domande democratiche in domande popolari, e per l’appunto costruisce un popolo, si sostituisce la trasversalità istituzionale che con pragmatismo conservatore cerca di rispondere a qualche istanza che emerge dal sociale, senza mettere in discussione il sistema di potere nella sua interezza.

In definitiva, per concludere, quella tracciata qui ci sembra una strada che porta dal populismo al centro-sinistra, seguendo gli aspetti più problematici del discorso errejonista (che di per sé è stato il meglio della politica europea degli ultimi venti anni), per cui alla fine il genio della populismo spagnolo rischia di confondersi con il vecchio del “centrosinistrismo” italiano. Un dubbio quindi ci assale: ci troviamo ormai di fronte ad Errejon o a Veltroni?