La Costituzione dalla prova della guerra fredda a quella dello spread

Per compredere meglio la portata della questione del recente veto di Mattarella può essere utile ricordare il contesto storico-giuridico della nostra Costituzione. Questa venne concepita, notoriamente, per permettere di farla rimanere in vigore pur con l’affermarsi di differenti sistemi politico-economici; sistemi che rappresentavano opposte visioni idelogiche, filosofiche e sociali. Tale contrapposizione, come molti di noi ricordano, erano foriere di odi, scontri, morti, insieme a forti speranze e paure. La Costituzione repubblicana nasce bella anche perché doveva garantire la difesa di un minimo di valori comuni nel vigore di ciascuno di questi opposti schieramenti. E così fece. Essa garantì una tensione verso l’equità sociale  e, almeno, un minimo di diritti sociali e sindacali, cari al movimento operaio, nel sistema capitalistico che riuscì ad imporsi; così come, la stessa doveva garantire, in un’eventuale presa del potere da parte dei comunisti (e dico “comunisti”) un minimo di libertà formali e di diritti della proprietà privata (cari alla borghesia), ecc. Prevedeva altresì, compresibilmente, anche un’eccezione: nessuno spazio per le dittature, in primis quella fascista.

Quindi, nessun Presidente della Repubblica avrebbe mai potuto, legittimamente, opporre ad un’eventuale maggioranza comunista la nomina di un ministro dell’economia perché espressione della naturale opposta idea politico-economica da attuare e sicuramente mal vista dalle Borse, come neanche opporsi alla scelta di un ministro degli esteri perché avrebbe condotto l’Italia fuori dalla NATO. Infatti, i padri costituenti specificarono, all’art. 95, che è il presidente del consiglio che deve dirigere la politica generale del governo e che ne è il responsabile. Il Quirinale, invece, deve garantire quella legalità costituzionale che rimane al di sopra – e, potremmo dire, anche al di fuori (per meglio garantire il ruolo del governo) – delle specifiche scelte politico-economiche. Soprattutto, perché la sovranità appartiene pur sempre al popolo e non al Presidente della Repubblica. Anche per questo, tale Costituzione godeva di forte autorevolezza di fronte a tutti i partiti ed i cittadini.

Di conseguenza, alla luce della recente scelta di Mattarella, verrebbe quasi da chiedersi se quella di oggi è la stessa Costituzione della seconda metà del novecento. Perché, facendo un confronto con quei decenni, i termini della contrapposizione odierna sembrano davvero ben poca cosa in confonto ai differenti modelli di società, e dell’economia, che si contrapponevano ieri – i quali dividevano drammaticamente anche popoli interi –  e di cui la Costituzione (la stessa, appunto) era chiamata a garantire la convivenza nell’ambito di una dialettica democratica con l’eventuale loro successione pacifica al governo.

Oggi non sono più in gioco differenti visioni ideologiche come ieri e l’attuale scontro politico avviene tutto all’interno dell’unico sistema uscito vincente dal ‘900, quello capitalistico. Si discute, tra l’altro, di concessioni di sovranità che non rientrano neanche tra quelle concessioni possibili, previste dalla Costituzione all’art. 11, concepite come eccezioni alla regola della sovranità popolare (art. 1), cioè le cessioni necessarie per assicurare “la pace e la giustizia”. La cessione di sovranità economica e monetaria, senza qui voler entrare nel merito della opportunità della scelta, è, giuridicamente, una invenzione quanto meno “a-costituzionale”; di conseguenza, sicuramente al di fuori di quei principi che potrebbero far sorgere prerogative a tutela della legalità costituzionale da parte di un Capo dello Stato. Inoltre, se tale Carta, forgiata nel crogiolo delle grandi passioni politico-idelogiche dello scorso secolo, doveva garantire il succedersi pacifico di tali contrapposte concezioni del mondo e, quindi, dell’economia, finanche, appunto, il passaggio ad un’economia socialista che contemplava la collettivizzazione dei grandi mezzi di produzione, com’ è possibile che oggi essa non sarebbe più adatta a consentire il ritorno (e parliamo di “ritorno” e non dell’inizio di un fatto nuovo) alla sovranità monetaria?

Alla luce di questo, pare veramente difficile affermare che l’intervento di Mattarella di questi giorni sia in linea con i principi della nostra Carta costituzionale, bensì acquista carattere di mera scelta politica a favore di una precisa opzione economico-finanziaria che non trova alcun appiglio nella Carta e neanche nei precedenti simili interventi del Quirinale, i quali hanno sempre riguardato questioni legate a qualità personali sulla base di specifiche norme sull’esercizio degli uffici pubblici, espressamente previste dagli artt. 54 e 97 Cost. 

Nello stesso modo, strumentale appare l’argomentazione dell’instabilità dei mercati finanziari, in quanto il governo che doveva nascere non aveva ancora preso le redini del potere per poterne valutare la capacità, rivelandosi la valutazione di Mattarella alla stregua di un processo alle intenzioni. Tanto è vero che, nominato Cottarelli, lo spread è continuato a salire. 

In questi giorni, poi, si tende a confondere lo strumento, a disposizione del Presidente, di veto sulla nomina di un ministro, con il contenuto che deve avere questa scelta, che, appunto, deve poggiare sulla difesa della tutela di quei valori, comuni naturalmente a quelli della Repubblica del secolo scorso, ma che non si riscontrano nell’attuale veto sul Prof. Savona. Infine, colpisce che, per la prima volta, il Presidente abbia nominato [Cottarelli, poi rientrato n.d.r.] di sua iniziativa un governo che parte già di minoranza. Una scelta fortemente politica e palesemente contraria alla volontà popolare. Pertanto, si può affermare che, con questo, si è entrati una fase nuova, inedita, dell’esercizio dei poteri del Capo dello Stato la quale entra anche in contrasto con il principio supremo della sovranità popolare e che fa temere per il futuro in quanto caratterizzante un  precedente insidioso.