L’anatra-coniglio della nazione “a sinistra”

Nell’ancora minoritario mondo di quanti oggi tentano di intrecciare la riflessione sulla questione nazionale a politiche dalla parte delle classi popolari si assiste spesso ad un problema di focalizzazione non troppo diverso da quello segnalato dall’articolo di Matteo Masi sulla dialettica tra piano A e piano B relativamente alla questione euro [1] . Da un lato, abbiamo posizioni, come quella di Eurostop, in cui si pone correttamente il tema dell’irriformabilità dell’UE e, più recentemente, il riconoscimento del quadro nazionale come spazio di accumulo delle contraddizioni in vista della creazione di un’area euromediterranea[2], inibendosi però di definire il tipo di investimento soggettivo, “affettivo” direbbe Laclau, rispetto a questo stesso spazio. Dall’altro, ci sono posizioni come quelle espresse, ad esempio, da un recente articolo di Jacopo Custodi [3], ma anche da alcuni scimiottamenti della narrazione del primo Podemos (“patriottica” ma sostanzialmente ambigua sulla questione UE), in cui, nel comprensibile sforzo in termini emancipativi, inclusivi e aperti al conflitto, la questione della sovranità, si evita accuratamente di esprimersi sul problema dell’interesse nazionale, ovvero sullo Stato come ente giuridico distinto da altri (dunque delimitato da confini), in qualche modo indipendente dall’identificazione soggettiva con esso. “Patriottismo” diventa, allora, il contenitore per qualunque comportamento si ritenga moralmente e socialmente positivo. Un po’ come nella figura gestaltica dell’anatra-coniglio, chi vede la “patria” come orizzonte e riferimento di una politica di “sinistra” tende a non cogliere la cruda realtà degli interessi e dei rapporti di forza economici, istituzionali e geopolitici, chi pensa che anche in questi ultimi possa aprirsi un margine di contraddizione e, dunque, un suo utilizzo per una politica alternativa, magari socialista, fatica a costruire un discorso in cui sia possibile risignificare e rivendicare la propria appartenenza nazionale, il proprio “essere italiani”. Esiste, infine, chi, vedendo solo la figura nel suo complesso o soffermandosi su tratti particolari di essa, concepisce come mera illusione ottica quella di chi vi riconosce la forma dell’uno o dell’altro animale. È il caso, ad esempio, di una preziosissima inchiesta sulle classi popolari condotta dal “Cantiere delle idee”. In essa non solo emerge dalle parole degli intervistati una dialettica tra richieste di spesa sociale e di intervento pubblico e una polarità disincantata e cinica, sensibile agli allarmi sull’immigrazione e sulla sicurezza, ma anche una voglia di comunità «in assenza di un chiaro sentimento di appartenenza nazionale», rispetto alla quale, però, ogni declinazione “sovranista” viene presentata come puramente strumentale, mera costruzione politico-mediatica [4] . Se guardata da sinistra la distinzione, storicamente e concettualmente fondata, tra “patria” e “nazione” (e tra entrambi questi termini e lo Stato) [5]  rischia di trasformarsi, allora, in un comodo rifugio per evitare di essere accusati, per usare le parole di Custodi, di una mera «interiorizzazione del discorso della destra», evitando di  domandarsi, come ad esempio ha fatto Alessandro Visalli, se la vera subalternità non consista, piuttosto, nell’«opporre, punto a punto, alla sua agenda [dell’avversario politico] l’esatto opposto», nell’«aver tanta paura delle parole dell’avversario da negare persino il terreno su cui nascono» [6] . D’altra parte, è pur vero che esistono posizioni “sovraniste” che colgono, sì, il rapporto tra i vari termini, ma facendoli collassare uno nell’altro, restituendone così un’immagine ingenua, politicamente poco credibile. Può dunque essere utile, tenendo conto di questo scenario, tracciare alcune piste teoriche sulla questione nazionale e sul “patriottismo” come costruzione politica e come possibile frontiera di competizione egemonica tra progetti alternativi.

La nazione non è finzione: una materia della politica

A partire da premesse laclauiane la “patria” può essere certamente, in determinate congiunture, un “significante vuoto” in grado di condensare una catena equivalenziale di domande democratiche e, dunque, di segnare una frontiera antagonistica, esposta ad un potenziale conflitto tra strategie che riarticolino differentemente quello stesso significante (legando, ad esempio, “patria” alla giustizia sociale, piuttosto che all’appartenenza etnica) [7] . Tuttavia, i significanti differentemente articolati a quello di “patria”, così come le domande che ad essi rispondono, non possono essere puramente inventati o meramente ripescati da una tra le culture politiche particolari, nel caso specifico da quella di “sinistra”, in gioco nel conflitto egemonico. Ci si trova di fronte, piuttosto, ad una strategia di rioccupazione del linguaggio disponibile in una situazione data [8] , operazione resa possibile nei momenti di “crisi organica” dell’ordine della rappresentazione. Dal momento che la storicità nazionale, che del significante “patria” costituisce il riferimento, ne è al tempo stesso il campo, essa non coincide immediatamente con la costruzione di una frontiera antagonistica come fratturazione dello spazio della rappresentazione. Per quanto la “patria” possa fare parte della costruzione di popolo essa non si identifica semplicemente con quest’ultima né con una delle parti in gioco nel conflitto antagonistico, dal momento che allude anche alla “riserva simbolica” da cui esso attinge, riserva a sua volta plastica perché rimodulata ad ogni articolazione contingente [9] . Lo stesso Laclau, del resto, ancora nella sua fase marxista, insisteva sulla lunga durata delle “tradizioni popolari” variamente declinabili a seconda delle discontinuità prodotte dal conflitto di classe [10] . Ora, se non si vuole consegnare la prospettiva egemonica al puro formalismo, bisogna ammettere che i significanti dispersi in una situazione di crisi e potenzialmente riarticolabili in diverse strategie egemoniche sono, a loro volta, inseriti in una rete di genealogie, sedimentazioni e rinvii simbolici che ne costituiscono la profondità storica. In questo senso la definizione di nazione come comunità immaginata di Benedict Anderson, oggi egemone a sinistra (per la verità in una versione edulcorata, perché “immaginato” per Anderson non significa meramente “immaginario”), andrebbe affiancata a quella di Anthony Smith, secondo cui le nazioni moderne si articolano su  sostrati etno-culturali che, attraverso miti e simboli, attribuiscono alle prime identità determinate, ma malleabili [11] . Il campo dell’appartenenza nazionale non costituisce, dunque, un terreno “originario” che possa costituire il fondamento di una politica (come vorrebbe un’impostazione, per semplificare, “di destra”), ma ne è certamente una materia o, piuttosto, un’atmosfera. Mai come in riferimento alla nazione è evidente che il popolo è sì una costruzione politica, ma non una costruzione dal nulla.

La nazione non basta: molteplicità dei tempi e degli spazi

Uno dei tratti di una declinazione emancipatoria di tale costruzione dovrebbe risiedere, secondo l’insegnamento del migliore pensiero della decolonizzazione, in una valorizzazione dell’appartenenza culturale che la concepisca come condizione per una partecipazione all’umano (dunque come premessa per un confronto con l’alterità) e, ben più che come passato immemorabile, come progettualità, dimensione dell’“effettivamente possibile” [12] . In questo senso, è proprio perché simbolicamente densa, vissuta e non semplicemente immaginata, che la nazione può essere non solo riscoperta, ma rinnovata (scommessa tanto più essenziale per un Paese come l’Italia, il cui rapporto con l’idea di un necessario “vincolo esterno” è parte integrante di questa stessa storicità) [13] . Tema delicato, ma inaggirabile, è come questo atteggiamento prospettico, progettuale, costruttivo non muova da un presente uniforme, lungo la direttrice esclusiva della modernità, ma, come ha insegnato Ernst Bloch proprio in una riflessione serrata sull’affermarsi del nazismo, su contraddizioni “non contemporanee” [14] , dove sono sempre  in gioco sensi confusi di comunità, pezzi di tradizione, nostalgie di quanto un tempo è stato o si è considerato “nostro” (e il cui l’appartenere una fase storica irriproducibile non sottrae il fatto, più o meno avvertito, di essere stato conquistato con sacrifici e lotte).

In seconda battuta la presenza di una frontiera antagonistica che polarizza lo spazio della rappresentazione non comporta di per sé l’inesistenza o l’annullamento di un confine esterno, di un limite all’ente giuridico definito “Stato” (sia esso nazionale o plurinazionale) in quanto corpo politico “finito” [15] . Il carattere più o  meno inclusivo, ma sarebbe meglio dire egualitario, di una costruzione di popolo risiederà, quindi, non tanto nell’escludere l’una o l’altra linea di demarcazione, ma nel tipo di dialettica tracciata tra esse: l’una che assumendo il limite esterno come ontologicamente antagonistico porterebbe a frantumare su altre linee l’articolazione di domande popolari, l’altra che spostando l’antagonismo all’interno vedrebbe il limite esterno, pur sussistente, come passibile di attraversamento per questa o quella alleanza politica [16] . Bisognerebbe, infine, introdurre una considerazione complessa, che esula dagli obiettivi di questo scritto, ma che forse non è inutile accennare. Come è noto “nazione” non coincide con Stato e solo a partire da questa distinzione metodologica è possibile poi affrontare i concreti processi di Nation Building così come la categoria, al tempo stesso politicamente dirimente e concettualmente spuria, di “interesse nazionale”. Questa distinzione, fondamentale dal punto di vista teorico è, però, anche la faglia attraverso cui la dimensione nazionale viene rifunzionalizzata, ad esempio, nella governance multilivello o in quelle impostazioni che vorrebbero confinarla al piano “culturale” o “valoriale”, pendant necessario di un “civismo” sovranazionale, o eroderla in localismi più o meno integrati in aree trans-nazionali di valorizzazione (spinta in cui si inserisce, tra l’altro, anche l’esplodere di alcuni separatismi e l’importanza strategica delle cosiddette “città globali”, magari condita in salsa “progressista”). Ciò che viene messo in discussione è proprio il carattere politico della nazione, carattere che, però essa acquisisce solo nello snodo con la statualità, pensata anch’essa come campo relazionale e conflittuale[17] . D’altra parte, se alla nazione, in quanto polo dell’appartenenza, si subordina quello della statualità, intesa condensazione, organizzazione e mediazione di conflitti, non è difficile decadere in una visione più o meno essenzialista della nazione stessa, compatibile con un neoliberalismo nazionale (se a prevalere sarà una determinazione economica) o subordinata a spazi comunitari locali o a metafisiche imperiali (se a prevalere sarà, invece, l’aspetto culturalista) [18] . Ora, una delle difficoltà maggiori nel pensare una “nazione postnazionalista” è, invece, sapere cogliere la sfida della pluralità di livelli in cui agisce il politico, da quello locale, a quello nazionale, a quello sovranazionale (che, ad esempio, metta in conto il costituirsi di grandi aree con interessi geopolitici e alcune politiche comuni, senza che ciò necessariamente presupponga – almeno nel caso europeo – un processo di integrazione condotto a partire dal mercato e dalla moneta). Lo snodo nazione-Stato funzionerebbe, in questo caso, da nucleo di politicizzazione sia verso il locale-comunitario (in termini di mediazione tale da fornire una forma capace di incidenza ma anche da impedire che le sue istanze decadano a mero identitarismo), sia verso il sovranazionale (in termini di presidio democratico, impedendo la riduzione del politico a governo in funzione del mercato). Si tratta, insomma, di immaginare una dialettica tra frontiera del conflitto democratico e confini di spazi politici differenziati, in cui lo snodo Stato-nazione sia vettore di ripoliticizzazione di rapporti di potere comunque multiscalari.

Per finirla di scusarsi: porre il dibattito sulla nazione all’altezza del presente

Ricapitoliamo. Sia perché la costruzione di una frontiera antagonistica attinge ad una sedimentazione storico-simbolica che con essa non coincide immediatamente, sia perché lo Stato nazione come corpo politico finito segue logiche che si tratta di comporre con quelle della lotta egemonica interna ma che ad essa non sono riducibili, sia perché, infine, il principio populista di una “parte che sta per tutto” può essere riferito ai subalterni, agli esclusi, alle classi popolari, senza che nulla stabilisca in anticipo il segno politico di questo riferimento, “Italia” può sicuramente essere un orizzonte e un significante per la “sinistra”, ma non è la sinistra ne è della sinistra. 

Non dobbiamo dimenticare che, a fronte di evidenti segni di “destituzione” populista rispetto alla narrazione delle élites ma anche di una certa crisi delle sue forme organizzate (crisi che spesso si dà proprio nella forma di un ritorno alle identità di destra e sinistra di partenza), il disfacimento delle identità collettive, delle forme di rappresentanza e di organizzazione, che, da un lato, sono la premessa necessaria del “momento populista” e persino di una sua radicalizzazione, possono fungere al tempo stesso da ostacolo alla sua esplicitazione politica. La nostra volontà di riattivare in senso emancipatorio il riferimento alla dimensione nazionale e alla patria dovrebbe, insomma, riflettere su come muoversi in un contesto ampiamente de-sovranizzato, non solo nel giuridico e nell’economico, ma anche nella trama del sociale e della sua percezione diffusa, un contesto in cui il senso di perdurante inevitabilità delle “forme di vita” neoliberali convive contraddittoriamente con riferimenti simbolici e identitari mobilitati nella ricerca di “protezione” sociale e culturale [19]  e in cui la crisi di un modello sociale orizzontalista non trova vere alternative nel pensiero critico, restaurando la verticalità non dichiarata dell’economico come “bisogno” e come “lotta di tutti contro tutti” [20]. Pensare che la sintesi “patriottica” sia in qualche modo già presente e vada esclusivamente declinata con attenzione “a sinistra” (per non “essere di destra”) significherebbe evitare la necessità di farla vivere, in prima istanza, attraverso risposte alle esigenze materiali e alle contraddizioni concretamente smosse dalla crisi del neoliberalismo e, in secondo luogo, nel confronto con quello che potremmo definire lo “sviluppo ineguale” della formazione ideologica presente. Insomma, in un contesto dove la protesta può assumere più le forme dell’opinione che della mobilitazione, la critica sovrapporsi al complottismo o al moralismo, la sfiducia e la competizione sostituirsi al conflitto e dove, infine, tutti questi modelli possono convivere contraddittoriamente [21] , siamo nelle condizione, come ha scritto efficacemente Geminello Preterossi: «di una paradossale lotta egemonica per rendere ancora possibile l’egemonia», cioè la costruzione/emersione del popolo come fatto politico costituente [22].  Se, dunque, è importante tenere saldo il carattere di costruzioni politiche di “popolo” e di “nazione” non è per agitare spauracchi di “rossobrunismo” o per smarcarsi a tutti i costi da essi, quanto, piuttosto, per comprendere in che misura la razionalità neoliberale abbia plasmato specifici processi di soggettivazione, intaccando anche alcune condizioni di ripoliticizzazione dello stesso patrimonio “patriottico”. Per un simile compito, però, confrontarsi criticamente con Foucault come con Schmitt, con Dardot e Laval come con De Benoist, con Bourdieu come con Michea, con Arrighi come con Dugin, senza temere l’eclettismo perché forti della propria finalità politica, è molto più utile che sprecare tempo tentando di rassicurare i fans di Raimo e Murgia.

Uno dei compiti di quanti si richiamano alle aspirazioni emancipatrici sintetizzate nelle teorizzazioni sul “populismo di sinistra” sarebbe, allora, interrogarsi su come, in un contesto di questo tipo, gestire la tensione tra l’essere populisti “nella sinistra” (quindi trovare la giusta strategia retorica per confermarne la cultura politica di fondo) e il costituirsi in “sinistra del campo populista” (quindi sostenere posizioni di giustizia sociale e di ampliamento dei diritti individuali e collettivi su un terreno inevitabilmente spurio). Più chiaramente, credo che, oggi, quanto più oggi ci si trovasse nella condizione di percorrere il vasto campo della “riforma intellettuale e morale”, tanto più occorrerebbe attraversare tutte le identità date disaggregandone gli elementi, riconnettendone alcuni e mettendo tra parentesi altri (cosa ben diversa dalla pretesa di fondere il tutto in una neutralità postideologica o in un ibrido rossobruno). Nel caso della cultura politica di “sinistra” questo significherebbe, ad esempio, porsi il problema di disarticolare dal “nuovo spirito del capitalismo” le forme della sua critica  o la promessa di realizzazione della modernità, con la sua dialettica di libertà e uguaglianza, diritti individuali e collettivi, dall’idea che essa possa ancora derivare dall’accelerazione sempre più spinta del movimento per cui «si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra». Occorre sapere, però, che difficilmente un simile populismo potrebbe garantire la rassicurante interscambiabilità tra l’essere “democratico”, “di sinistra”, “progressista” o “inclusivo” e che, anzi, la forza e il segno del suo eventuale successo dipenderebbe in larga misura proprio dal relativizzarsi di tutte queste determinazioni e, probabilmente, dalla fine di alcune di esse.

Riferimenti

[1] Cfr. M. Masi, L’attualità di Piano A-Piano B: https://www.senso-comune.it/rivista/in-teoria/lattualita-di-piano-a-piano-b/

[2] Cfr. S. Zai, Eurostop: dai tre no alla proposta dell’area alternativa euromediterranea, commento al libro PIGS, la vendetta dei maiali. Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla UE e dall’Euro, costruire l’Area Euromediterranea di Luciano Vasapollo con Joaquin Arriola e Rita Martufi: https://www.eurostop.info/eurostop-dai-tre-no-alla-proposta-dellarea-alternativa-euromediterranea/

[3] J. Custodi, L’Italia siamo noi. La sinistra e l’identità nazionale: https://temi.repubblica.it/micromega-online/l-italia-siamo-noi/

[4] C.fr. N. Bertuzzi, C. Caciagli, L. Caruso, Popolo chi? Classi popolari, periferie e politica in Italia, Ediesse, Roma 2019

[5] Cfr. A. Campi, Nazione, il Mulino, Bologna 2004

[6] A. Visalli, Circa Jacopo Custodi, “L’Italia siamo noi. La sinistra e l’identità nazionale”: https://tempofertile.blogspot.com/2019/03/circa-jacopo-custodi-litalia-siamo-noi.html

[7] E. Laclau, La ragione populista, Laterza, Roma 2008 p. 124

[8]  Cfr. E. Laclau, New Reflections on the Revolution of Our Time, cit., p. 74

[9] Sulla distinzione tra “populismo” ed “egemonia” in Laclau l’approfondito saggio di  S. Mazzolini, Laclau lo stratega: populismo ed egemonia tra spazio e tempo, in F. M. Cacciatore (a cura di), Il momento populista. Ernesto Laclau in discussione, Mimesis, Milano 2019, pp. 33-74

[10] E. Laclau, Politic and Ideology in Marxist Theory: Capitalism, Fascism, Populism, 1977, p. 166-167

[11] Tra i vari lavori di Smith, cfr. Nationalism and Modernism, London 1998, dove l’autore si confronta proprio con le diverse teorie costruttiviste e moderniste. Che anche l’etnia sia, poi, «materiale umano organizzato» non immutabile e che, tuttavia, nelle continue mutazioni e attraversamenti, permanga la necessità di una distinzione “noi”/”loro” è quanto dimostrato dall’antropologo Frederik Barth  

[12] F. Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino 2000; T.D. Thao, Sur l’Indochine, “Les Temps Modernes”, n. 5, 1946

[13] Cfr. E. Diodato, Il vincolo esterno. Le ragioni della debolezza italiana, Mimesis, Milano

[14] E. Bloch, Eredità di questo tempo, Mimesis, Milano 2015

[15] F. Lordon, Imperium. Structures et affects des corps politiques, La fabrique, Paris 2015, p. 123

[16] Cfr. C. Mudde, C. R. Kaltwasser, Exclusionary vs. Inclusionary Populism: Comparing Contemporary Europe and Latin America, in “Government and Opposition”, Vol. 48, No. 2, 2013, pp. 147–174

[17] Sullo Stato come campo di battaglia, cfr. N. Poulantzas, L’ État, le pouvoir, le socialisme, Les prairies ordinaires, Paris 2013

[18] Facendo ingiustizia agli aspetti più interessanti di entrambi gli autori simili accentuazioni possono essere individuate rispettivamente nei lavori di Jacques Sapir, da un lato, e di Alain De Benoist, dall’altro; tra i tanti riferimenti possibili, cfr. J. Sapir, Souveraineté, Démocratie, Laïcité, Michalon, Paris 2016; A. De Benoist, L’impero interiore: mito, autorità, potere nell’Europa moderna e contemporanea, Ponte alle Grazie, Firenze 1996

[19] Tra i tanti riferimenti possibili, cfr. C. Guilluy, La società non esiste. La fine della classe media occidentale, Luiss University Press, Roma 2019

[20] Cfr. il fondamentale libro di Onofrio Romano, La libertà verticale : come affrontare il declino di un modello sociale, Meltemi, Milano 2019; si veda anche quanto emerge dalla già citata inchiesta Popolo chi?, cit., pp. 52–57

[21] Ancora non si è abbastanza interrogata, in questo senso, la genesi del M5S, mancanza che pesa fortemente sulle difficoltà nell’elaborare una strategia all’altezza della sua (probabile) crisi. Sulla convivenza in esso di una sorta di “populismo puro” e di un modello di “controdemocrazia”, più vicino all’impostazione di Rosanvallon che a quella di Laclau, ho scritto in Il nome collettivo della solitudine. Neoliberalismo, populismo e quel che resta da pensare, in “La società degli individui”, n. 52, 2015

[22] Cfr. G. Preterossi, Possiamo fare a meno del popolo?, in “La società degli individui”, n. 52, 2015, p. 14