Le radici neoliberiste dell’integrazione europea

L’intervento che qui riportiamo fu pronunciato dal socialista Riccardo Lombardi alla Camera dei Deputati il 22 luglio 1957, in occasione del dibattito sull’adesione dell’Italia ai Trattati di Roma istitutivi del Mercato Comune Europeo (poi Comunità economica europea – CEE) tra Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo. L’intervento di Lombardi potrebbe essere definito, con neologismo contemporaneo, “altreuropeista”. Il PSI in effetti si astenne, in polemica col PCI soprattutto per considerazioni di natura geopolitica, sull’istituzione dei trattati: una posizione di rottura rispetto alla precedente opposizione del socialismo italiano ai processi di integrazione europea. Alla base dell’astensione socialista stavano due considerazioni, poi rivelatesi illusorie: 1) che l’appuntamento con l’entrata in vigore dei trattati rendesse inevitabile per il governo italiano una politica di pianificazione economica democratica che aiutasse a colmare il gap di sviluppo con i paesi più avanzati; 2) che l’unificazione spostasse a livello continentale le politiche sindacali ed il conflitto di classe. Ma nel suo intervento Lombardi fu netto nel denunciare l’impianto neoliberista dei trattati, gli interessi mercantilistici della Germania che lo sostenevano ed il collegamento tra neoliberismo ed impoverimento delle classi lavoratrici. Che si trattasse di una denuncia giusta lo ha rivelato l’andamento dei fatti, così come si sono poi puntualmente verificate tutte le storture pronosticate da Lombardi qualora si fosse lasciato alle forze del libero mercato la guida del processo di integrazione. La prima parte del discorso consisté in una polemica con il PCI che per bocca di Pajetta aveva inscritto l’avvio del MEC nel quadro della tradizionale strategia del conteinement antisovietico. Successivamente Lombardi era passato a spiegare il voto favorevole del PSI all’Euratom, un’agenzia europea per lo sviluppo dell’energia atomica prevista dai trattati ma poi effettivamente mai decollata. La parte del discorso che qui riprendiamo ne costituisce infine il punto culminante, ed è volta, in polemica con il leader del Partito liberale del tempo Giovanni Malagodi, a smascherare i rischi derivanti da un’attuazione dei trattati in senso liberista (t. n.)

Le ragioni di fondo del mercato comune – e limiterò le mie restanti considerazioni al mercato comune, senza riferirmi più all’Euratom – venivano da una considerazione anche questa, credo, incontestabile: abbiamo in Italia, e nel complesso dei sei paesi partecipanti al mercato comune, una posizione che stabilisce dei limiti e nello stesso tempo ne chiarisce il significato. Il mercato comune della piccola Europa, territorialmente e demograficamente, ed anche economicamente, come tutti ormai sappiamo, non è un’area economica che si possa considerare comparabile dal punto di vista delle dimensioni e dal punto di vista delle forze economiche con le due altre grandi aree collaterali economiche che esistono nel mondo, quella sovietica e quella del dollaro. 

C’è analogia per ciò che riguarda l’importanza demografica, c’è analogia per ciò che riguarda la produzione complessiva, l’ordine di grandezza. Però i sei paesi oltre a non possedere nel loro complesso quell’alto potere di indipendenza e di integrabilità  fra le diverse componenti che caratterizza appunto sia l’area economica dell’Unione Sovietica, sia l’area economica degli Stati Uniti d’America e del dollaro, presentano un deficit permanente e a carattere strutturale, rispetto al dollaro, nel commercio estero complessivo; deficit che ha avuto varie misurazioni nel corso di questi anni; ma che si è mantenuto sempre tra un miliardo e mezzo e 2 miliardi di dollari, denotando, per universale ammissione, una situazione strutturale che deriva appunto dalla mancanza di indipendenza economica verso l’estero e dalla scarsa integrabilità interna tra le economie dei sei paesi, avviate tutte, come esse sono, su una produzione altamente industrializzata. 

La componente esterna del commercio degli Stati Uniti rappresenta appena il 5 per cento del reddito nazionale, qualche cosa cioè che sembrerebbe insignificante, ma che pure ha una grandissima importanza e sta a testimoniare l’alto grado di autosufficienza economica degli Stati Uniti. Lo stesso avviene per l’Unione Sovietica. Tutto questo non ha nulla di comparabile e nulla di analogo per ciò che si riferisce al complesso dei sei paesi, per i quali, anche dopo che essi saranno economicamente uniti, e sebbene sia da prevedere un certo spostamento nel commercio estero/interno nel senso dell’aumento della componente interna, è certo che la componente esterna, rispetto cioè al mondo esterno ai sei paesi considerati nel loro complesso, rimarrà una componente importante. 

Questa componente oggi è del 60 per cento circa; in altre parole, il complesso del commercio estero dei sei paesi si svolge solo per circa il 30 per cento – 24 per cento per l’Italia – nell’interno dei sei paesi, e per il 70 per cento fuori dei sei paesi, verso aree esterne. In questa situazione generale dei sei paesi particolare, anzi particolarissima è la situazione dell’Italia, che sotto molti aspetti rappresenta l’elemento più debole nelle economie dei sei paesi: minore reddito pro capite, più alte tariffe doganali, vasta disoccupazione strutturale, presenza di un’area interna depressa; quindi più vulnerabile si presenta l’economia del nostro paese quando saranno avvenuti, in un primo tempo, la riduzione e, successivamente, l’abbattimento, nel corso dei 15 anni, delle barriere doganali. 

[…]

Perché ho voluto citare questi dati? Per mettere in risalto particolare la posizione peculiare del nostro paese, che non solo, per le ragioni accennate, si trova ad essere sotto molto aspetti l’elemento più debole nel complesso dei sei paesi, ma presenta anche una situazione che dovrà pesare molto sulle sue determinazioni avvenire, vale a dire sul modo come esso si comporterà nello sviluppo degli istituti e nell’applicazione pratica del trattato, una volta che esso sia entrato in funzione. L’Italia non solo ha un’altissima componente di commercio estero esterno all’area della piccola Europa, ma essa è, anche qualitativamente, particolarmente vulnerabile: perché noi importiamo in massima parte materie prime necessarie all’andamento della nostra macchina produttiva, mentre esportiamo manufatti in grandissima misura surrogabili. 

Questo dice molte cose ed anche fa fare una considerazione che potrebbe apparire paradossale ma che evidentemente tale non è. Quel tanto cioè di interesse che per l’Italia esiste ad una economia integrata (e quindi ad un allargamento di questa economia quale creatrice e stimolatrice di progresso tecnico e quindi di miglioramento della nostra produttività e conseguentemente della nostra capacità concorrenziale) si riferisce molto di più alla nostra condizione di esportatori e di importatori nei confronti del mercato estero alla piccola Europa che non al suo interno. Ciò non soltanto, ripeto, perché la componente del commercio estero interno è minore, aggirandosi su un’aliquota del 25 per cento di contro al 75 per cento del commercio esterno, ma anche e particolarmente per il suo carattere di assoluta indispensabilità. 

Noi siamo infatti, come condizione strutturale della nostra economia, obbligati a garantire le nostre importazioni di materie prime e ciò noi non possiamo fare se non evidentemente con la esportazione dei manufatti che quelle materie prime hanno contribuito a produrre. Per noi è pertanto una questione vitale far di tutto perché la nostra macchina produttiva si ammoderni, abbandoni quelle posizioni parassitarie ed immobilistiche che tanto si oppongono ad un progresso tecnico della nostra economia. ( Interruzione del deputato Sabatini).  Sto dicendo ben questo, onorevole Sabatini: noi siamo indefettibilmente legati alla importazione delle materie prime necessarie per le nostre industrie. È evidente, quindi, che queste materie prime noi dobbiamo pagarle con esportazioni e che ciò non può avvenire se non con una produzione a costi concorrenziali, condizione questa che rappresenta un elemento di debolezza iniziale ma al tempo stesso uno stimolo importante, poiché un paese come il nostro non potrebbe senza grave pregiudizio sottrarsi a questo ammodernamento, inteso quale stimolo essenziale della nostra capacità concorrenziale. 

È per questo, onorevoli colleghi, che noi abbiamo visto l’allargamento del mercato con fiducia e guardiamo ad esso con interesse, valutandolo appunto come una condizione per non rimanere in una economia stagnante e stantia, della quale, alla lunga ed anche in breve termine, pagheremmo lo scotto con una vera anchilosi nel settore delle nostre importazioni e di conseguenza con una non meno esiziale paralisi della nostra produzione interna e un incalcolabile pregiudizio di tutta la nostra economia. Tutti sappiamo infatti come la principale strozzatura di ogni nostro sviluppo produttivo sia costituita dal commercio estero. Da qui la necessità inderogabile di un ammodernamento in tutti i settori, se non vogliamo più rimanere in una posizione di rinunzia rispetto a quel programma di sviluppo economico che non è soltanto un’esigenza vitale per il nostro paese, ma che è altresì la caratteristica dei paesi civili di oggi. 

Questa necessità di ricorrere a mercati più larghi è determinata non soltanto dall’interesse di fruire del contatto più aperto e più costante con un processo di ammodernamento quale la rivoluzione industriale sollecita e a cui noi, come paese, siamo fortemente interessati, ma determina a sua volta una considerazione importante sulla nostra posizione all’interno della Comunità dei sei paesi. L’onorevole Malagodi, nel suo discorso di sabato, ha parlato come il pontefice massimo della chiesa liberale che si rivolgeva alle chiese dissidenti. In realtà l’onorevole Malagodi ha visto, giudicato e descritto il mercato comune e la situazione che esso determinerà come un puro e semplice e trionfale ritorno alla libera iniziativa, come una eliminazione, sia pur graduale, di ogni interventismo pubblico nell’economia: cioè, come il ritorno, se non al lasserz-faire (perché ha parlato di liberismo moderno e non già di quello dell’800), certamente ad una pratica di cui egli omise però di dirci i1 punto di arresto, tanto meno di segnalarci il punto di massimo sviluppo cui seguì il punto di arresto. L’onorevole Malagodi ha dimenticato che questo paradiso perduto che egli vorrebbe ritrovare mediante il trattato del mercato comune, è quel paradiso che è naufragato ad una certa data, precisamente nel 1930, sotto i colpi della grande crisi. Proprio la crisi del 1930 dimostrò, nel modo più umiliante per alcuni, nel modo comunque più tragico per molta gente che ne pagò il costo con infinite sofferenze, la incapacità del sistema della libera concorrenza, del puro sistema delle forze automatiche del mercato a garantire, non dico lo sviluppo delle economie moderne, ma neppure la stabilità di queste economie. Il terremoto del 1930 è stato troppo facilmente dimenticato dall’onorevole MaIagodi. Ma esso è un punto che storicamente rappresenta un limite ed è impossibile pensare di ritornare a criteri, che possono essere sostenuti quanto si voglia in sede teorica e dottrinale, ma che hanno subito un giudizio storico inoppugnabile con il risultato della grande crisi, quando i popoli, sotto impulsi vari e molte volte purtroppo tardivi, hanno dovuto mettere le manette alla libera concorrenza e diffidare delle forze cosiddette spontanee del mercato come elemento di equilibrio. 

E la ragione c’è: è una ragione che nel 1930 non si poteva vedere, ma che oggi, alla luce dell’esperienza economica anche recente di tutti i paesi, socialisti o capitalisti, possiamo comprendere. Quello che affermava l’onorevole Malagodi, che i liberali e i liberisti continuano a ritenere per certo e che essi si ripropongono di ripristinare attraverso il meccanismo del mercato comune, è un sistema che poteva mantenersi senza produrre disastri in una certa situazione storica, la situazione precedente alla prima guerra mondiale, direi, in ogni caso in quella precedente alla seconda guerra mondiale: una situazione cioè in cui la politica dei vari paesi si svolgeva in condizioni di produzione costante. In tali condizioni, in cui l’aumento di produzione e di reddito per anno di ciascun paese seguiva più o meno l’aumento della popolazione (quando, per usare la giusta parola, si trattava di economie stazionarie) si poteva comprendere che l’ideale vagheggiato dai liberisti di allora, e che aveva una certa giustificazione nei fatti, fosse l’aggiustamento automatico per opera delle forze spontanee del mercato. Perché tale tipo di aggiustamento, in una situazione – ripeto – di stazionarietà dell’economia, con un tasso di sviluppo che seguiva sì e no a malapena il tasso di incremento della popolazione in presenza perciò di spostamenti dell’equilibrio non dico virtuali, ma piccolissimi, lasciava al corpo sociale ed economico una notevole elasticità, e, quindi, una notevole capacità riequilibratrice. Ma quando, come succede oggi invariabilmente in tutte le economie dei paesi moderni (e – ripeto ancora una volta – con diversi metodi e diversi sistemi, sia nei paesi socialisti che capitalisti), i tassi di incremento della produzione annua non sono più pari all’incremento della popolazione, ma vanno al di là (si parla già per il nostro paese che non è in una situazione ideale, anzi si è già nel nostro paese ad un tasso di incremento medio del 5 per cento, che non è una cosa da niente), allora il sistema dell’aggiustamento automatico non funziona più, non si può più prediligere ed auspicare la permanenza o il ritorno di un mondo in cui appunto le iniziative economiche e il loro sviluppo siano affidate esclusivamente al giuoco delle cosiddette forze spontanee: non si può pensare a paesi i quali organizzino la propria produzione sulla base delle condizioni migliori, utilizzando cioè le condizioni naturali, o demografiche, o territoriali, o di ubicazione nel territorio mondiale, utilizzando cioè quegli elementi di vantaggio e quelli soli per sviluppare quelle e solo quelle attività produttive e rinunciando a tutte le altre e per tutte le altre ricorrendo al commercio internazionale, approvvigionandosi dei prodotti al miglior prezzo, perché a minor costo, presso gli altri paesi. 

Questa è una politica che si è fatta e di cui si è pagato il costo nel 1930, politica che non si può fare oggi – e credo che nessuno e neppure l’onorevole Malagodi voglia che si rifaccia – perché incompatibile con un’altra politica, alla quale tutti i paesi sono arrivati o tendono inevitabilmente. Una politica di libero giuoco delle forze produttive basata sulla limitazione delle attività produttive a quelle “naturalmente” avvantaggiate, è in contraddizione patente con una politica di pieno impiego delle forze produttive. Non per nulla le politiche economiche che portano a tassi di sviluppo – ripeto – al limite della tumultuosità, non più del 2 per cento in media all’anno come avveniva una volta ma dell’8 del 12 per cento, come succede oggi in moltissimi paesi e in parte anche nel nostro, sono politiche forzate attraverso stimoli e interventi, che sono necessariamente interventi pubblici. Nessuno può sognare di poter fare a meno degli interventi pubblici nel nostro paese e anche se gli interventi pubblici sono stati non tanto pochi, quanto disordinati e contraddittori, tuttavia senza di essi sarebbe stato impossibile arrivare a quel grado di sviluppo della nostra economia secondo un tasso medio del 5 per cento raggiunto nell’ultimo quinquennio sia pure profittando di anni di alta congiuntura. Non vi è dubbio che la politica che consiste nell’affidare la produzione e la ripartizione territoriale e merceologica delle diverse produzioni fra i differenti paesi alle forze spontanee del mercato, è una politica la quale inevitabilmente è in contraddizione, ed in contraddizione insanabile, con una politica di piena occupazione e che nel 1930, appunto, ha dimostrato di non essere soltanto una politica di piena occupazione, ma anche una politica di sopravvivenza. Una politica la quale si basa sullo spostamento delle forze produttive, contando sull’abbassamento dei salari o addirittura sull’eliminazione fisica dei lavoratori per costituire la forza di elasticità compensatrice di determinati costi dell’attività produttiva, cioè una politica molto allegra la quale fa riequilibrare, sì, il mercato, ma lo fa riequilibrare attraverso la permanente disoccupazione, come si è vista, di 20 milioni di uomini in America e in Europa in quegli anni, è una politica che oggi, anche se avesse tutte le giustificazioni teoriche di questo mondo, e non le ha, sarebbe respinta dal corpo sociale, che ha fatto già diverse e più produttive esperienze. 

È chiaro dunque che l’idea che l’onorevole Malagodi si fa del mercato comune, basandosi su elementi che in esso sono prevalenti e che corrispondono alla impostazione delle forze sociali e politiche che lo hanno inizialmente voluto, è una idea veramente superata. Egli ha accusato noi di essere su posizioni economicamente conservatrici o addirittura reazionarie, ma io potrei dargli la risposta più moderata dicendogli che egli è su posizioni inesistenti, su posizioni che oggi nessuno discute più seriamente. Onorevole Malagodi, anche quelle forze che si richiamano alla libertà economica (ma naturalmente in un senso ben diverso da quelle che anima la sua parte) non discutono nemmeno più una politica economica come quella che ella ha auspicato. Il fatto che ella venga qui a preconizzare una applicazione del trattato del mercato comune nel senso di ripristinare le cosiddette forze spontanee del mercato uscite sconfitte da una evoluzione storica, è una prova efficace del suo attardamento e della arretratezza anche culturale della posizione su cui si trovano le forze che la sostengono e la sospingono. (Interruzione del deputalo Sabatini). […]

È chiaro che quando si pensa ad una integrazione economica, cioè ad un mercato omogeneo, non basta accostare delle aree economiche e territoriali di differente sviluppo e struttura e metterle in comunicazione, sia pure gradualmente, attraverso l’abbattimento delle barriere doganali. Da questo punto di vista, è perfettamente pertinente la osservazione – particolarmente valida per noi italiani – che si richiama alle conseguenze prodotte dall’accostamento del mercato del sud e di quello del nord dopo la unificazione nazionale. Non vi è dubbio che il semplice accostamento di aree economiche a diverso grado di sviluppo determina non la loro ugualizzazione, ma un aggravamento delle condizioni di inferiorità nelle aree più deboli e delle condizioni di superiorità nelle aree più forti. Cioè un siffatto accostamento aggrava la difformità delle due aree. Per costituire un mercato comune, occorre un intervento cosciente, occorre cioè la percezione del fatto che, ove si voglia costituire un mercato e far onore alle parole e non soltanto lanciarle nel vuoto, è necessaria una politica cosciente che corregga o tenda a correggere, sia pure lentamente, le disparità strutturali iniziali. Allora soltanto, senza che queste aree diventino uguali, esse divengono comparabili e capaci di collaborazione. Soltanto in tal caso si può parlare di un mercato comune e di un’area economica omogenea, e, quindi, di una vera politica comunitaria, e non solo di un puro e semplice disfrenarsi della forza concorrenziale fra diversi Stati. 

L’errore che l’onorevole Malagodi commette è dovuto – a mio avviso – a una interpretazione sbagliata, che egli d’altro canto ha fatto con molta onestà nel suo discorso, del modo come si è arrivati alla proposta di un mercato comune. Egli ha fatto la storia delle diverse fasi che, attraverso istituti vari (l’O.E. C. E., l’U. E. P., il G. A. T. T. ecc.) hanno portato, dopo la seconda guerra mondiale, a un intenso processo di liberalizzazione, soprattutto intesa nel senso di rimozione dei cosiddetti “controlli fisici” oltre che di abbassamento delle barriere doganali. Ma non vi è dubbio che non vi é stata solo questa politica, come coronamento della quale l’onorevole Malagodi preconizza, anzi addirittura constata l’ultimo salto, quello nella piena reintegrazione della libertà economica con la piena trasferibilità delle merci e, in avvenire, degli uomini e dei capitali fra i paesi concorrenti. L’idea del mercato comune è stata per lo meno il risultato dell’incontro di due diverse concezioni: una, che ho chiamata in altra occasione “eversiva”, diretta ad eliminare gli ostacoli doganali; e un’altra, che chiamerei dirigista, pianificatrice, diretta a organizzare lo spazio economico così formato. Sono due politiche, due ispirazioni, che possono avere un tratto in comune, probabilmente il tratto iniziale, ma che poi non corrono insieme, a un certo punto divergono e non sono più conciliabili. 

La prima di queste politiche, che ho chiamato eversiva, fu avvertita come necessità di organizzare la cooperazione europea fra le due guerre ed ha dovuto combattere le anchilosi del nazionalismo economico, donde (e qui è l’errore dell’onorevole Malagodi) il suo agevole, apparente avvicinamento a una politica neo-liberista che ha autorizzato la utopia (che tale resta) di una reinstallazione liberista dei mercati nazionali ed europei, mentre la via liberista è impossibile per gli uni (mercati nazionali) e per l’altro (mercato europeo). La via eversiva non è possibile che in vista di distruggere le cristallizzazioni nazionali; e si ferma lì. 

Lì si ferma anche l’onorevole Malagodi; e probabilmente in questo suo fermarsi ha toccato il limite dove non soltanto i nostri punti di vista non possono incontrarsi, neppure nella interpretazione del funzionamento del mercato comune, ma in cui non si incontreranno neanche in avvenire, anzi saranno divergenti e contraddittori nello sforzo di sospingere il tipo di politica per applicare il mercato comune. Perché per noi il mercato comune ha una validità in quanto esso, malgrado il suo attuale prevalente carattere di semplice unione doganale, abbia in sé la capacità o almeno la possibilità, sotto la spinta delle forze sociali e politiche, di trasformarsi radicalmente nel senso che formalmente è preoconizzato dalla stessa lettera del trattato, cioè in una vera e propria comunità economica. Mentre per l’onorevole Malagodi – se intendo le sue parole, del resto molto chiare – tutto si ferma lì; anzi, arrivati a questo punto (rottura delle barriere doganali, liberalizzazione degli scambi), si deve fare il passo avanti per la liberalizzazione del movimento degli uomini e dei capitali, sempre liberalizzazione intesa nel senso liberista più pieno e più vecchio, cioè di completo affidamento alle forze spontanee del mercato, e di là non si fa un passo avanti. 

Scrissi già altra volta (si può dire non appena si cominciò a parlare, in fase esecutiva, del progetto del mercato comune) che, con apparente paradosso, la politica detta di liberalizzazione occasionata dal mercato comune avrebbe imposto un’esigenza contraddittoria, cioè l’esigenza di una politica di intervento pubblico assai più accentuato di quanto non sia stato nel passato. Vale a dire, con apparente paradosso, questo mercato comune, che per taluni dovrebbe essere la festa, la kermesse del liberismo economico, doveva invece comportare (e dovrà comportare soprattutto per il nostro paese, per le ragioni che dirò) ad una politica di intervento pubblico infinitamente più accentuata, più organica e più coerente di quanto non sia avvenuto in tutti gli anni che hanno seguito dalla Liberazione ad oggi. Perché anche qui vi è del vecchio in talune concessioni. Pensare, come si poteva fare giustamente, non dico alla vigilia della seconda guerra mondiale, ma forse ancora più avanti, che il principale ostacolo al commercio internazionale, alla libera trasferibilità e alla circolazione di uomini, di capitali e di merci, siano i dazi doganali, è cosa che fu vera un tempo ma che non è più vera oggi. Fu vera, forse, avanti la prima guerra mondiale, non è più vera oggi: oggi i mercati non solo non sono liberi, perché sono mercati organizzati – e organizzati dal grande capitale, dal grande monopolio e dai cartelli – ma non sono liberi neanche sotto l’aspetto formale di pretta interpretazione economica, perché i più resistenti ostacoli che oggi si oppongono alla libera circolazione delle merci, dei capitali e degli uomini non sono affatto le tariffe doganali. Oggi, i veri ostacoli alla libera circolazione sono i piani economici di sviluppo dei diversi paesi che, in generale, non sono fra loro compatibili. Questi piani, appunto perché non sono compatibili fra loro, determinano una barriera alla circolazione dei beni, dei capitali e degli uomini che è infinitamente più resistente di quanto non siano le barriere doganali e perfino gli stessi strumenti di controllo fisico (le licenze di esportazione e di importazione), in gran parte questi ultimi già rimossi da parte del nostro paese, almeno rispetto a certi altri paesi. 

Cosicché, per noi socialisti, il mercato comune ha un senso, può avere un senso e potrebbe avere un senso solo in quanto esso sia capace di evolvere verso una politica economica comunitaria che renda compatibili fra di loro i piani nazionali di sviluppo e che in prospettiva prefiguri un vero e proprio piano economico di sviluppo collettivo comune ai sei paesi. Quando si parla di ostacoli doganali, a parte le politiche economiche di sviluppo dei diversi paesi (che non sono – lo ripeto – fra loro in generale compatibili), come si configura questa politica economica di sviluppo? Si configura non soltanto in base alla diversa impostazione da parte delle forze politiche prevalenti in ciascun paese, ma in base anche agli elementi strutturali dei diversi paesi: alla diversa politica del costo del denaro; alla diversa politica del tasso di sconto; alla diversa politica degli investimenti; alla diversa politica di intervento pubblico; alla diversa politica dell’energia; alla diversa politica fiscale; alla diversa politica bancaria; alla diversissima quota di quello che gli economisti anglo-sassoni chiamano risparmio pubblico, cioè gli investimenti statali attuati attraverso le imposte, rispetto al risparmio privato ottenuto attraverso gli investimenti dei privati. Tutti questi elementi di diversità, in gran parte radicati nelle diverse strutture di ogni paese, ma in gran parte dovuti alla diversità delle forze politiche prevalenti in ciascuno di essi, costituiscono altrettanti elementi di estrema importanza che vincolano la libera circolazione delle merci, dei capitali e degli uomini. Quando si preconizza il loro svincolo, non si preconizza affatto la loro abolizione: si preconizza una loro semplice sintesi e organizzazione al livello delle necessità comunitarie dei sei paesi. Senza di questo ricadremmo nel caos o nell’inerzia e probabilmente tutto fallirebbe fin dal principio. 

Dico dunque – per riassumere questa parte del mio intervento – che un mercato comune senza una politica comune forse sarebbe concepibile in un’area di paesi a condizioni iniziali poco differenti. Ma nella situazione reale dei sei paesi e particolarmente nelle condizioni peculiari dell’Italia nei suoi rapporti con gli altri cinque paesi, un’interpretazione del mercato comune che si limiti a questa sua parte – che ho chiamato eversiva – e che non abbia la cosciente volontà di sviluppo verso un’organizzazione comunitaria, con la prospettiva di un piano economico collettivo (e quando parlo di piano collettivo non dico per necessità un piano centralizzato), è un non senso. 

Tutta la nostra posizione davanti al trattato è racchiusa in questo. Noi diffidiamo del trattato (ed è questa la ragione sia della nostra non pregiudiziale opposizione, sia della nostra astensione) proprio perché in esso oggi – debbo parlare allo stato degli atti – sono prevalenti, bene organizzati, meticolosamente studiati, tutti gli elementi dell’unione doganale, i quali hanno un carattere di automaticità notevole, sia pure congiunti a una serie di elementi di ritardo. Ho parlato infatti di freni potenti e di motore assai debole. Invece tutto ciò che riguarda l’organizzazione di una politica comune è lasciato allo stato delle intenzioni, è lasciato allo stato delle consultazioni fra i governatori delle banche di emissione e fra i ministri del tesoro dei diversi paesi. 

In Commissione io citavo un esempio nel quale si sarebbe forse potuta individuare una volontà politica di arrivare, o almeno di preconizzare fin dal primo momento il passaggio da una forma arretrata a una più evoluta, e fu quando parlavo della situazione della bilancia dei pagamenti dei diversi paesi. Noi ci troviamo di fronte a una situazione che tutti conoscono: la Francia è in una situazione deficitaria nei riguardi dell’esterno, accanto a una Germania che si trova in una situazione di surplus in fatto di divise. E la prima considerazione che avremmo potuto fare per dare immediatamente un terreno di collaborazione fra i paesi chiamati a costituire la comunità era questa: la compensazione fra i deficit e i surplus derivanti dal commercio estero e dalle bilance di pagamento, principalmente di questi due paesi. Non si è fatto nulla di tutto questo: si è lasciato che ciascun paese, con l’impegno di tenere in equilibrio la propria bilancia commerciale e la propria bilancia dei pagamenti, regoli la propria politica economica in qualunque senso voglia. Lasciar permanere questa situazione significa rimanere nella situazione di prima, aggravata dagli elementi peggiorativi che deriveranno sulle bilance del commercio estero di taluni paesi dall’abbassamento, prima, e dalla eliminazione, poi, delle barriere doganali. 

So benissimo che quando si parla di queste cose e quando si prefigura quello che ho chiamato il paradiso del liberismo – come ha fatto l’onorevole Malagodi – se anche non lo si dice espressamente, si ricorre con il pensiero, e si sollecitano gli ascoltatori a fare altrettanto, a quello che comunemente è chiamato il “miracolotedesco” cioè ai risultati di una politica basata su una forte spinta della libera iniziativa che fa ringalluzzire molti devoti dell’antico liberalismo. 

Una voce all’estrema sinistra: Politica appoggiata dalla socialdemocrazia tedesca… 

LOMBARDI RICCARDO. Fra i risultati che noi ci attendiamo dal mercato comune, uno sarà proprio quello di premere sulla socialdemocrazia tedesca per condurre una politica di maggiore iniziativa e, soprattutto, di far sì che i sindacati tedeschi non condividano di fatto, come in larga misura è accaduto fino a poco tempo fa, salvo un notevole e recente mutamento di rotta, la politica del ministro del tesoro tedesco… 

LA MALFA. E non è neppure una politica liberista. 

LOMBARDI RICCARDO. Non è una esperienza liberistica per una ragione molto semplice, perché questa esperienza tedesca non è stata tanto voluta dal Governo, dal popolo, e dai privati, ma è stata fatta dai grandi monopoli della Ruhr, i quali hanno coscientemente e deliberatamente avviato tutta la politica economica tedesca nel senso dell’aumento della produzione di beni strumentali dell’industria di base e di compressione organizzata dei consumi e dei salari. E, qui, vi è stata nel passato una certa collusione, di fatto, dei sindacati tedeschi, che il mercato comune contribuirà a rovesciare. Non è un mistero per nessuno che questa politica ha raggiunto o sta per raggiungere i suoi limiti. Perché la Germania occidentale vive assai al di sotto delle proprie possibilità… 

CARCATERRA. Ma in Germania sono aumentati i consumi ! 

LOMBARDi RICCARDO. Ma la percentuale dei consumi nella Germania occidentale rispetto al reddito totale è assai più bassa di quella francese, e di quelle di tutti i paesi del mercato comune. 

CARCATERRA. Non direi. 

LOMBARDI RICCARDO. E che questa politica abbia raggiunto ormai i suoi limiti è dimostrato dall’eccedenza di divise; in parole povere, la Germania occidentale, attraverso la sua politica di esportazione dei prodotti dell’industria di base, esportazione in certo qual modo forzata, attraverso salari tenuti artificialmente e relativamente bassi, per la scarsa efficienza, chiamiamola così, in questa sede, dei sindacati di classe, è giunta al punto di non poter consentire più alla propria popolazione di consumare una quota importante del proprio reddito. Politica di esportazioni e di scarsi consumi e, quindi, di surplus di esportazioni sulle importazioni e perciò di aumento di divise. Ma a un certo punto si è esaurita la possibilità per gli altri paesi di pagare in divise, ciò che denuncia insieme l’esaurimento del “miracolo” e il suo costo in termini di sacrifici per la popolazione. 

Ho voluto ricordare questo perché si è diffusa nella ideologia della classe politica anche italiana questa immotivata ammirazione per i risultati positivi conseguiti dal cosiddetto liberismo della politica tedesca, senza rilevare il suo carattere necessariamente transitorio e largamente morboso. Non è questa la sede in cui l’argomento possa essere convenientemente sviluppato nella sua importanza. Tuttavia, questo carattere è rivelato da una infinità di eventi, non ultimo, e mi limiterò soltanto ad accennarlo, il cosiddetto piano Marshall tedesco, in questo momento previsto dalla grande industria tedesca proprio per vincere questa impossibilità di accogliere le divise di altri paesi, e che si risolve nel passaggio dalla politica semplice delle esportazioni forzate attraverso la limitazione artificiosa dei salari, alla politica dei doni che non è più affatto una politica liberista. Cosicché non una politica di libertà di mercato è per noi valida, ma una politica di libertà di mercato solo come elemento di ammodernamento, di rottura, congiunto a una politica di organizzazione comunitaria che punti sul piano economico collettivo. 

L’onorevole Malagodi a questo proposito, nel prefigurare la serie di iniziative e di espedienti in cui egli ha riassunto la tesi del suo partito (non so se sua personale), e che si riassumono in una pratica eliminazione o, per lo meno, in una limitazione drastica della iniziativa pubblica in Italia, in una politica fiscale di cui egli si è guardato bene dal tracciare le caratteristiche essenziali e in una serie di botte di arresto a determinate iniziative di progresso sociale (egli ha parlato soprattutto della politica agraria) ha detto una cosa giusta da un certo punto di vista, ma sulla quale conviene spendere qualche parola. Egli ha affermato che ormai dovranno prevalere i criteri di economicità. Siamo d’accordo. Sia ben chiaro che nessuno di noi, particolarmente di noi socialisti, è favorevole a quei criteri mielosi di socialità che taluni vorrebbero sostituire al criterio di economicità e che per essere validi ed essere messi in discussione avrebbero bisogno di essere molto meglio definiti. 

Noi conosciamo bene che cosa significa criterio di economicità, in quanto esso è un criterio di funzionalità e di vitalità di qualsiasi organizzazione sociale, politica ed economica degno di questo nome. Soltanto devo rilevare che l’onorevole Malagodi quando parla di criterio di economicità – me lo consentano i suo amici, giacché egli non è presente – si riferisce a un criterio che era valido in altri tempi, ma che non lo è più oggi. Il criterio di economicità che l’onorevole Malagodi, e del resto tutta la classe politica della quale egli è il portavoce e l’espressione autorevole, prediligono è un criterio che si propone l’abbassamento dei costi dei fattori produttivi …, salvo quello del costo del capitale. Nella ideologia, nel modo di considerare le cose dell’onorevole Malagodi, che del resto rappresenta l’ideologia della classe imprenditoriale, che però già comincia a cambiare, il criterio di economicità è tutto qui: retribuire il meno possibile i fattori della produzione, non considerando però come elemento del costo di produzione la retribuzione del capitale, cioè il profitto. È una forma vantaggiosa da un certo punto di vista, non vi è dubbio, ma non può essere facilmente accolta. Che ne direbbe l’onorevole Malagodi di un corrispondente criterio di economicità dal punto di vista degli operai ? Tutti i costi di produzione – possono dire gli operai – sono da retribuire il meno possibile, salvo un elemento: il costo del salario. Questo è un criterio come un altro, è il criterio dei lavoratori, che credo non sia in opposizione con un criterio di economicità moderno perché, onorevoli colleghi, anche il criterio di economicità quale era concepito da parte degli elementi liberisti e capitalisti nell’epoca dell’impresa privata, in cui l’accumularsi del capitale, la sua distribuzione e quindi la sua remunerazione erano determinati dal libero gioco di forze economiche che erano per la più gran pare forze imprenditoriali private, ha subito un larghissimo terremoto. Oggi il criterio di economicità al livello, non dico soltanto dell’azienda pubblica, ma già anche della società anonima, che si comincia a considerare semipubblica, anche dal punto di vista economico, non è più lo stesso criterio di economicità del passato. Le grandi società anonime sono portate a considerare la loro impostazione e la loro condotta di impresa con un criterio di economicità che, almeno su un punto, prescinde dal vecchio ed antiquato criterio di economicità: quello del reddito differito, del profitto spostato negli anni, che è un criterio assolutamente ignoto, indigesto ed indigeribile ai vecchi zelatori del liberismo. 

Ora, il criterio di economicità, che ho chiamato vecchio ed antiquato, è basato su un vero ricatto a tutte le forze sociali e politiche attive in tutti i paesi del mondo. La massimizzazione del profitto è considerata difatti come la condizione necessaria per attirare i capitali nell’ambito produttivo, capitali che altrimenti, senza la prospettiva di una sufficiente remunerazione e senza il criterio del massimo profitto, diserterebbero la produzione. Senza di questo, non esisterebbe una ripartizione di capitale sufficiente a garantire la produzione e l’attività economica del paese. Si dimentica cioè ancora una volta il terremoto che è intervenuto dal 1930 ad oggi, a seguito del quale la ripartizione dei capitali, la loro funzionalità stessa e la loro distribuzione non avvengono più attraverso la sollecitazione degli incentivi primo fra tutti quello della remunerazione massima possibile al capitale, come avveniva una volta. 

Basti pensare che nella stessa formazione del risparmio, cioè nel processo di accumulazione, l’intervento pubblico è ormai prevalente. Basti pensare che cosa vuol dire oggi la massa di risparmio pubblico messo a disposizione del mercato dall’accantonamento dei contributi per la previdenza: 900 miliardi all’anno costituiscono vero risparmio dei lavoratori, salario differito, reddito il cui consumo si rimanda e perciò vero e classico capitale su cui, sia detto fra parentesi, ai lavoratori è contestata ogni influenza. Forse che su questi capitali e sulla loro funzione ha una qualsiasi azione lo stimolo alla retribuzione, o alla massima retribuzione, del capitalista privato ? Forse che della stessa accumulazione che avviene attraverso le banche, le autorizzazioni e gli interventi pubblici e semipubblici, che vanno coordinati ma che sono necessari, di quella che avviene attraverso l’imposta si può dire sia determinata dal criterio del profitto ? Tutto ciò è vero per un solo elemento importante, quello dell’auto-finanziamento, cioè dei profitti non distribuiti. 

Se si esclude l’autofinanziamento, che non è né deve essere la fonte principale di accumulazione del capitale, la funzione dell’accumulazione e della sua destinazione è in gran parte sottratta alla libera iniziativa privata e diventa in larghissima misura pubblicizzata. Ciò è dimostrato dallo stesso andamento della società anonima, in cui l’azionista ordinario finisce per essere un salariato del capitale, ed in cui la retribuzione o la misura della retribuzione per quel determinato capitale azionario finisce per essere uno degli elementi meno importanti rispetto alla conduzione aziendale. Quando dal campo della ditta privata si passa a quello più vasto della società anonima, che è considerata leggermente come un’impresa semi-pubblica, è chiaro che tutto il sistema di incentivi, e principalmente quell’incentivo che ho chiamato ricattatorio, della retribuzione massima possibile a uno degli elementi della produzione, cioè della massimizzazione dei profitti, finisce per non essere più un criterio di economicità accoglibile. E non mi dilungherò, perché entreremmo in un altro campo estremamente importante, su cui bisognerà pur discutere, in un corretto tentativo di impostazione di quale può essere in una società moderna, anche in una società capitalistica, quindi dominata da certe forze, una impostazione nuova e moderna del criterio di economicità. Non vi è dubbio – e sulla forma almeno siamo d’accordo – che il criterio di economicità come riduzione del costo deve presiedere a qualsiasi economia, sia essa ristretta nei limiti nazionali, sia essa dilatata e travalicante i confini nazionali. Da questo punto di vista (e lo dico incidentalmente, perché sulle questioni di discriminazione interverranno altri del mio gruppo) vorrei che l’onorevole Malagodi ed i suoi amici riflettessero, quando essi parlano di criteri di economicità, se uno degli elementi di economicità dell’impresa moderna non sia la libertà sindacale, se non sia essa uno degli elementi decisivi di economicità dell’azienda, in quanto l’azione sindacale sospinge alla riduzione di uno dei costi, quello del capitale, e quindi sospinge ad una sempre migliore razionalizzazione dell’impresa; se il sindacato, o meglio la libertà sindacale,non sia proprio un elemento del criterio di economicità, se quando si prefigura che cosa possa essere in una società moderna un regime imprenditoriale basato sull’alta produttività e basato su criteri sani di economicità elemento di essenziale economicità non sia proprio la libertà sindacale; e se non debbano riflettere gli amici dell’onorevole Malagodi sulle conseguenze dell’arbitrio e della corruzione in materia sindacale, diventati una pratica corrente nella nostra società, se non si pagherà il costo, anche in termini di economicità (oltre i costi politici e morali, che sono altissimi) del declassamento che attraverso i tentativi qualche volta fortunati di corruzione ed attraverso l’azione pianificata di indebolimento delle forze sindacali viene perseguita dal padronato e anche dallo Stato .

[…]

Onorevoli colleghi, dai moltissimi problemi che il mercato comune sollecita, rappresentando un angolo di svolta in tutto lo sviluppo della nostra economia e – per conseguenza – della nostra politica, io dovrò trarre una conclusione che emerge – credo – dalle cose che ho detto e che giustifica la posizione di approvazione del concorso della Italia ad una economia comunitaria europea che punti ad una comunità anche politica, e di sfiducia e di diffidenza verso l’organo, cioè verso lo strumento, verso il trattato che ci viene sottoposto: e ciò per i motivi che ho illustrato. 

Se ci dovessimo limitare a giudicare il trattalo con tutte le sue contraddizioni e storture e timidezze (e ho detto che non sono timidezze che riconosciamo come elementi validi e positivi del trattato), dovremmo concludere che il trattato si propone uno scopo in contraddizione con la lettera del trattato, con gli istituti del trattato. Gli istituti sono troppo gracili per poter contribuire efficacemente (allo stato delle cose) alla realizzazione di quello che si proclama essere l’intendimento del trattato stesso. E tuttavia la ragione per la quale non ci siamo fermati, né ci fermiamo davanti a questa constatazione, è che noi abbiamo fiducia non nelle forze spontanee del mercato, ma nelle forze sociali, sindacali e politiche che la rottura di un equilibrio conservatore operata dal mercato comune solleciterà. E stato detto – e noi conveniamo completamente (del resto siamo stati i primi ad osservarlo e si tratta comunque di osservazioni ovvie) – che il mercato comune amplia la base territoriale della potenza e dello strapotere dei monopoli e dei cartelli. E questo in gran parte è vero, anche se i monopoli e i cartelli non nascono con il mercato comune, ma vi preesistono. Però vi è una cosa altrettanto certa: che l‘area di intervento, l’area di sviluppo delle forze democratiche e delle forze del lavoro, specialmente di quelle sindacali, troverà una dilatazione importante nella costituzione del mercato comune. Il fatto stesso che le lotte sindacali (che sono, per chi vi parla, un elemento di punta della lotta politica) si trasferiranno necessariamente assai al di là di un terreno in cui urtano entro i limiti corporativi estremamente ristretti e quindi contro limitazioni pressoché insormontabili, il fatto stesso cioè che si determineranno azioni dei sindacati sul terreno dei sei paesi di maggiore ampiezza e di molto maggiore, quindi, responsabilità di quanto non si possano determinare in un mercato ristretto, in cui – lo ripeto ancora una volta – il limite corporativo e quindi il limite della collusione tesa con il padronato è troppo presto raggiunto, rappresenta un elemento di novità che ci induce ad una fiducia meditata non sul trattato, ma su alcune conseguenze del trattato, nel senso di un più vasto respiro e più vaste possibilità per le forze del lavoro. Cosicché il nostro voto che abbiamo meditatamente deciso positivo per l’Euratom e di astensione per il mercato comune, ha questo preciso significato, non di passività, né di inerzia, né di attesa, ma di approvazione degli scopi e di fiducia nelle forze del lavoro che potranno tendere nell’area dei 6 paesi, con minore difficoltà di quante non ne esistano in Italia, a divenire esse le protagoniste nella lotta politica che si accenderà nei prossimi 15 anni attorno al mercato comune e ai suoi istituti.

Come è chiaro non soltanto dal discorso dell’onorevole Malagodi, ma dal discorso del presidente di confindustria signor De Micheli, vi sono due modi di concepire il trattato e vi sono due modi di avere fiducia in esso, e sono due modi inconciliabili. È chiaro che questo indica che attorno all’applicazione del trattato si svolgerà una lotta politica importante. A priori la situazione che il mercato comune determinerà può essere una posizione più vantaggiosa per i ceti conservatori, per la classe possidente; può determinare un irrobustimento del vecchio ordinamento proprietario. Ma può determinare anche il contrario. Ciò dipende dalla lotta politica che si svolgerà attorno all’applicazione del mercato comune, lotta politica che, a nostro avviso, ha per i lavoratori una possibilità di ampiezza maggiore e di maggiore incidenza proprio su un terreno più vasto, non dimenticando che l’Italia nel complesso dei sei paesi è il paese a strutture conservatrici e anchilosate più vecchie, in cui più difficilmente che negli altri cinque paesi è possibile pensare non dico al rovesciamento dei rapporti di forza tra le classi sociali, ma ad una modificazione profonda di questi rapporti di forza.

Il nostro voto motivato in questo senso ha un significato profondo di fiducia non nel Governo o nei governi, o nella maggioranza che ha proposto questo trattato, ma nelle forze del lavoro che concorreranno alla lotta politica che dominerà questi quindici anni di preparazione del mercato comune, e che ne determineranno gli sviluppi. È quindi una assunzione di responsabilità di fronte al mondo del lavoro che ha dettato e detta il nostro contegno.

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